Domenico Luzzara, inventore del calcio “pane e salame”.

Fobie e malinconie del presidente della Cremonese, uomo di un calcio che non c’è più

Cremona, 29 aprile 2006

La stanza ha pareti e armadi bianchi. Lo stantuffo del respiratore e il segnale elettrico dell’elettrocardiogramma emettono rumori continui e attutiti. Il comodino, la lampada e le sedie sono avvolti in grandi fogli di plastica trasparente. Sul letto giace lui, Domenico Luzzara. Indossa una camicia da notte, lo sguardo perso, la barba lunga. L’ex-presidente della Cremonese sembra non essere lì, la sua memoria vaga per sentieri tortuosi. Tiene in mano una palla di vetro in cui la neve posticcia cade sullo stadio Zini di Cremona.

Luzzara comincia a rantolare, le forze lo abbandonano. Non ha voluto nessuno al suo capezzale, anche se gli hanno scritto in molti. Il problema sono i germi. Quanti virus gli avrebbe portato Vialli? Quanti Gualco? Con quali batteri si sarebbe presentato John Aloisi? E Cabrini? Cabrini ha la faccia da sifilide.

Domenico Luzzara prende la mano dell’infermiera, una mano morbida e rotonda e bianca come il latte, una mano che non nasconde insidie di malattie, soltanto una promessa immacolata. La palla cade sul pavimento, l’uomo morente si alza dallo schienale e sillaba una sola parola: “Ram-pul-la”.

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