Voce del verbo “spubblicare”, spiegato dalla Crusca

La parole non è nuova. Si usava come sinonimo di “svergognare”, ma in Rete ha assunto anche un altro significato

Svergognare, ma anche rimuovere la pubblicazione di qualcosa in Rete. Usi e costumi del verbo “spubblicare” spiegati dall’Accademia della Crusca

Voce del verbo “spubblicare”

Risponde la Crusca Il verbo spubblicare o (spublicare) “menar per bocca”, ‘svergognare’, affiancato dal sostantivo spubblicazione, è registrato in GDLI come dell’uso antico; lo stesso dizionario riporta come unica testimonianza un passo da un volgarizzamento di San Matteo risalente al secolo XIV (“Josef non la volendo spublicare e diffamare”), citato nel Dizionario della lingua italiana (1861-1879) di Niccolò Tommaseo.

Il sostantivo spubblicazione si trovava già nel Vocabolario della lingua italiana (1840) di Giuseppe Manuzzi. Significativamente il verbo compare nello stesso periodo anche nel Dizionario del vernacolo fiorentino di Pirro Giacchi (1878). Successivamente scompare dalla lessicografia e così fino ai giorni nostri.

È vero però che nell’uso, anche scritto, il verbo continua, per quanto sporadicamente, a comparire con il valore di ‘svergognare qualcuno rendendo note vicende poco onorevoli che lo riguardano’. Esaminando le testimonianze sembra che negli anni Settanta del Novecento si sia avuta un’intensificazione nell’impiego del verbo: lo si trova per esempio in La vecchia sinistra, un romanzo di Luca Canali (1970), in Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo (1975) e in Perengana di Roberto Vacca (1977). In quegli anni (1975) usciva l’album Lilly di Antonello Venditti , il cui brano Penna a sfera conteneva i versi: “si tratterebbe di spubblicare questo dice il direttore / un onesto e benvoluto cantautore”. Non è da escludersi che il verbo stesse al posto di un altro meno “presentabile” (siamo nel 1975 quando ancora non eravamo abituati agli “spubblicamenti” pubblici).

Il verbo continua a essere usato ancora oggi, a volte con un’attenuazione dell’idea dell’esposizione alla pubblica condanna; per esempio in “Repubblica” troviamo il participio passato, spesso associato agli avverbi ampiamente olargamente o simili, nel senso di ‘reso noto’, ‘pubblicato’, ‘diffuso tramite media’: “… evitando di fornirvi i nomi, del resto già arcinoti e ampiamente spubblicati, dei protagonisti, e limitandosi a indicarvene i ruoli” (27 febbraio 1998); “le cosiddette fiction […] mi provocano un forte senso di disgusto perché imitano generi già largamente ‘spubblicati’ in [rete] nazionale” (02 ottobre 2001); “Leggo libretti di propaganda elettorale col titolo in vernacolo, slogan popolareschi, soprannomi ammiccanti spubblicati in modo deplorevole e patetico” (25 maggio 2009). Vero è che può essere ancora usato in senso “forte”: così lo troviamo in Vaticano II e Costituzione: due totem, due tabù. Saviano, finta vittima che ci spubblica di Bruno Volpe (da Pontifex.roma “Blog cattolico non secolarizzato”, 12 giugno 2010).

Resta da considerare che, almeno in rete, esiste un diverso e inedito spubblicare (e spubblicazione), in cui la s– iniziale non ha valore intensivo ma piuttosto privativo negativo, ovvero ha la funzione di ribaltare l’azione espressa da pubblicare (in rete) e indica l’azione contraria di ‘togliere (dalla rete)’ quanto era stato pubblicato in precedenza: “ho spubblicato il post che ho scritto ieri sera”, “pubblicare e spubblicare contenuti, immagini e allegati (file)”, “comporta la pubblicazione automatica della pagina”.