L'intervistaParla Sollecito: “Vi racconto cose che non potreste immaginare”

L'intervista dopo l'uscita del suo nuovo libro: "Voglio riscattare la mia immagine da uomo libero e da cittadino"

Otto anni fa, proprio nel novembre 2007, in una villetta di via della Pergola a Perugia veniva trovato il corpo straziato della studentessa inglese Meredith Kercher. Per quell’omicidio c’è un solo colpevole: l’ivoriano Rudi Guede, condannato in via definitiva con il rito abbreviato a 16 anni di reclusione. Ci sono voluti invece cinque gradi di giudizio per scagionare Amanda Knox e Raffaele Sollecito: l’ultimo quello della Cassazione del 27 marzo 2015 che li ha assolti “per non aver commesso il fatto”. Oggi Raffaele Sollecito si racconta in un libro “Un passo fuori dalla notte – Tutto quello che non avrete mai immaginato di me“, edito dalla Longanesi. L’ho incontrato al congresso dei Radicali italiani a Chianciano dove dal palco ha dichiarato di volersi impegnare sul tema delle carceri e della giustizia. Raffaele ha voglia di parlare della sua vicenda giudiziaria, spera che non capiti a nessun altro ciò che ha subìto lui. A chiunque lo incontri cerca di spiegare gli errori commessi nelle indagini, vuole che la gente conosca la sua storia: quella di un ragazzo che a 23 anni, ad una settimana dalla laurea, con tutta la vita da costruire ancora, si è trovato invece rinchiuso in carcere con l’accusa di aver sgozzato una ragazza, mentre al di là delle sbarre tutti lo dipingevano come un mostro. Ora è il tempo della verità.

Perché hai deciso di scrivere questo libro?
Per due motivi: il primo è riscattare la mia immagine da uomo libero e da cittadino. Non ho mai fatto del male a nessuno e l’immagine che è prevalsa nei media è stata quella di un ragazzo viziato e spregiudicato, alcune volte manipolatore ed altre manipolato. Tutti mi hanno conosciuto come il ragazzo che baciava Amanda appena fuori via della Pergola, mentre il 118 rinveniva il cadavere della povera Meredith Kercher. Quelle immagini e quelle scene sono state montate e decontestualizzate. In quei momenti cercavo di dare conforto ad una ragazzina di appena venti anni che mostrava terrore e smarrimento nel ritrovarsi da sola mentre una sua amica era morta nella casa che condividevano; i suoi genitori erano letteralmente dall’altra parte del pianeta e l’unica persona su cui poteva contare ero io.

“Hanno confezionato con superba maestria un mostro e una persona che non hanno nulla a che fare con quello che sono realmente”.

Hanno confezionato con superba maestria un mostro e una persona che non hanno nulla a che fare con quello che sono realmente. I media sono stati usati in modo ignobile, inumano e con estrema cattiveria da parte di chi forniva loro stralci di documenti dell’inchiesta. Tutto questo ha rovinato l’immagine della mia persona ed ha distrutto la mia vita ancor prima di poter replicare in qualsiasi modo. Oggi ho la possibilità di parlare e voglio farmi conoscere per chi sono veramente. Il secondo motivo – più importante di tutti – è per un problema sociale molto grave: non auguro a nessuno di vivere ciò che ho vissuto io. Sei mesi in isolamento e altri tre anni e mezzo in un carcere di massima sicurezza hanno messo a dura prova le mie capacità di sopravvivenza e se oggi posso decidere liberamente della mia vita, è già questo un miracolo. Non posso accettare di vivere in una società dove si decide della vita e della morte delle persone come è successo nel mio caso: con estrema leggerezza, perpetuando colpevoli omissioni, amnesie investigative e soggiogando la scienza ai propri scopi pur di dimostrare un teorema sbagliato ed impossibile. Voglio che tutti sappiano in quale Paese viviamo e quali sono i meccanismi della nostra società in tema giudiziario, perché sono certo che se la gente si rendesse conto di come funziona e quello che succede non accetterebbe mai e poi mai di vivere in questo modo. Le persone responsabili di aver cambiato per sempre la mia vita e che hanno tentato di uccidermi devono assumersi le proprie responsabilità, non con un sistema vendicativo che le porta a patire ciò che ho sofferto io, ma devono accettare i propri limiti pubblicamente e non devono nascondersi dietro una presunta e, fino ad oggi, concreta impunibilità.

Se la sentenza della Cassazione ti ha definitivamente riabilitato dal punto di vista giudiziario, come mai l’opinione pubblica è spaccata e ti crede ancora l’assassino di Meredith o almeno un complice di Amanda?
Purtroppo esiste un serio problema sociale: la televisione ed i giornali fomentano la folla contro dei bersagli costruiti e confezionati al dettaglio. Quelli che hanno problemi, siano essi sociali o psicologici, non ci perdono nulla nella loro debolezza a venire investiti da un forte senso di rabbia e frustrazione. Nel momento in cui si presenta l’occasione si scagliano contro il primo personaggio negativo che gli viene servito sul piatto; purtroppo queste persone non sanno nulla di quello che è accaduto durante questi otto anni di processi e dramma di vita, né sono interessati a sapere nulla. Gli fa comodo pensare di me che sono un mostro, un assassino che l’ha fatta franca, perché così si sentono più leggeri e meno affaticati per le loro beghe quotidiane.

Quattro anni in carcere, mesi in isolamento: cosa significa viverli per un ragazzo innocente che proprio in quel periodo stava pianificando il suo futuro? Farai causa allo Stato per chiedere il risarcimento dei danni per ingiusta detenzione?
Per me è completamente insensato e incivile che debbano pagare i cittadini per una valanga di errori – orrori – commessi da professionisti al servizio dello Stato. La stessa sentenza di Cassazione (ndr per leggerla cliccare QUI) parla di colpevoli omissioni, amnesie investigative, analisi genetiche forensi al limite del grottesco. “Colpevoli” in italiano significa che hanno delle responsabilità precise e non significa che hanno sbagliato inconsapevolmente. Insieme ai miei avvocati stiamo studiando come possiamo richiedere agli organi competenti di fare chiarezza e luce sulle persone responsabili della distruzione della mia vita gratuitamente. Non sarà facile dato che le leggi italiane tutelano moltissimo l’operato della Magistratura e delle forze dell’Ordine anche in casi così lampanti e clamorosi come il mio. Non cerco vendetta né voglio vedere nessuno punito. Mi basterebbe che pubblicamente ognuno si prendesse le proprie responsabilità. Questo è prima di tutto ciò che voglio, il risarcimento è secondario rispetto a questo.

Rudy Guede è l’unico colpevole per quell’omicidio? Qualcuno continua a sostenere che è dietro le sbarre solo perché non si è potuto permettere i tuoi stessi avvocati o che comunque persiste ancora il ‘concorso in omicidio’ con altri.
Ho spiegato più volte che il concorso è stato un errore di percorso. Davanti al GUP, giudice dell’udienza preliminare, Guede – che non ho mai visto né conosciuto tra l’altro – chiese di poter fare il rito abbreviato per avere uno sconto di pena in caso di condanna e perché, secondo i suoi avvocati, il quadro probatorio non dimostrava nulla e non avevano niente da obiettare alle risultanze investigative degli inquirenti. Amanda ed io chiedemmo il rito ordinario perché le prove presentate contro di noi non avevano, e non hanno mai avuto, nessuno senso logico e fattuale, quindi volevamo discuterne davanti ad una corte con consulenze e perizie. Il GUP di Perugia, davanti a queste richieste diverse e diametralmente opposte, decise di accontentare tutti, sbagliando. Il processo contro Rudy Guede fu celebrato a parte, di fronte ad un altro giudice; si portò dietro delle accuse contro imputati fantasma e, soprattutto, risultati scientifici e investigativi ormai obsoleti dopo le perizie e le consulenze effettuate in Corte d’Assise nel processo contro Amanda Knox e me. I due processi che dovevano chiarire un quadro unico si celebrarono in due pezzi ben distinti e separati in cui le informazioni e le risultanze di un processo non potevano e non riuscivano ad entrare nell’altro e viceversa. Le Corti che hanno giudicato Guede si sono ritrovate davanti anche ad accuse e risultanze che non avevano nulla a che fare con lui e su cui non potevano nemmeno esprimersi. Noi tentammo di portare Guede ad essere esaminato nel nostro processo senza alcun successo, perché lui si avvalse della facoltà di non rispondere e la stessa accusa e l’avvocato della famiglia Kercher accolsero e furono inspiegabilmente d’accordo col suo silenzio. La Corte di Cassazione che stabilì definitivamente la responsabilità di Rudy Guede per l’omicidio di Meredith Kercher non poteva cambiare l’ipotesi d’accusa e non poteva giudicare un quadro probatorio appartenente ad altri completamente assenti nel suo processo. Quindi si limitò a parlare di “eventuali” responsabilità di altri correi in concorso con Guede. Di fatto quegli eventuali correi di Guede eravamo Amanda ed io e di fatto l’”eventualità” è morta e sepolta perché si è stabilito una volta e per tutte che non abbiamo nulla a che fare con l’omicidio di Meredith Kercher.

Che rapporto hai costruito con l’avv. Giulia Bongiorno? Tu scrivi nel tuo libro che ‘con lei bisogna sempre dosare le parole, essere estremamente educati, aspettare il proprio turno per parlare’. L’Avvocato Bongiorno per me è sempre stata un punto di riferimento insostituibile. Nel mio libro racconto molto bene il suo arrivo nella mia difesa; ci tenne tutti col fiato sospeso per quasi cinque mesi. Voleva, doveva leggere tutti gli atti del processo prima di decidere e noi non abbiamo mai avuto la possibilità economica di onorare il suo lavoro, perché le sue parcelle non sono mai state alla nostra portata. Nonostante tutto accettò la mia difesa e venne a trovarmi in carcere per guardarmi negli occhi e capire se avesse mai potuto dubitare di me. Nei mesi, negli anni lei si è sempre dimostrata una professionista estremamente brillante e notammo tutti che, in generale, non instaurava mai un rapporto umano “morbido” con i suoi clienti e dipendenti. In poche parole lei trattava il suo lavoro come un tempio sacro, quasi come se qualsiasi sussulto di emozione potesse incrinare i pilastri di una maestosa e sacra opera. Con me, col tempo, ha messo a rischio i suoi pilastri per lasciare posto anche ad un abbraccio quando ci fu la prima sentenza di condanna e quando ha cominciato e non ha mai smesso di darmi dei consigli preziosi, affettuosi, in una parola: materni.

Riesci a descrivere le sensazioni prima e dopo la sentenza della Cassazione, mentre eri nella tua casa ad attendere?
Ho fatto una descrizione molto dettagliata nel mio libro. Come in molti sanno ero a Roma con la mia famiglia, la mia fidanzata ed i miei amici. Mio padre decise di tornare a casa prima che la Corte pronunciasse la sentenza. Vivevo tutto come sospeso in un limbo fatto di angoscia e speranza: sapevo che stavo combattendo una battaglia estremamente più grande di me, ma, allo stesso tempo, sapevo che le ragioni della mia battaglia prescindevano dalla mia vita e sono state importanti per rendere onore alla verità ed a tutte le persone che come me possono essere coinvolte inconsapevolmente in orrori giudiziari come e peggio del mio; dove i tuoi diritti vengono piegati e/o scompaiono del tutto a seconda delle necessità di chi ha il potere. Mi sono fatto coraggio ed ho pensato che le mie scelte, a prescindere dal risultato, dovevano essere scelte giuste, scelte che potessero dare l’esempio. Ero estremamente convinto delle mie scelte, anche se avevo paura. La decisione di mio padre mi sconvolse; capii che lui voleva tornare a casa perché, in caso di condanna, se fossimo rimasti a Roma, sarei stato incarcerato nel carcere di Rebibbia, molto distante da casa nostra, quindi voleva almeno assicurarsi di avere la possibilità di avermi più vicino. Tutto questo mi fece sentire come se mi avessero portato sul patibolo per celebrare un’esecuzione, l’ansia e l’angoscia mi stavano divorando il cervello. Ci riunimmo tutti a casa mia tranne mia sorella Vanessa, che rimase a Roma ad attendere la pronuncia dei giudici. Cercavano tutti di sorridermi e rassicurarmi, ma la realtà era decisamente più forte. Dopo molte ore di attesa, arrivò la telefonata di mia sorella Vanessa al cellulare di mio padre. Ci fermammo tutti ad ascoltare le sue parole e a me sembrò che il mio cuore si fermasse, ma alla parola “INNOCENTE!”, da lui gridata, lanciammo tutti un urlo e cominciammo a saltare dalla gioia. Piovvero abbracci, telefonate, vicini di casa che suonarono al campanello e, a sorpresa di tutti, anche gli stessi poliziotti che mi pedinavano da giorni, entrarono in casa per stringermi la mano e augurarmi ogni bene. Ora è iniziata un’altra èra pensai, da questo momento in poi, la mia vita è tornata nelle mie mani.

I media hanno costruito di te l’immagine di un ragazzo spregiudicato, viziato, diabolico, con la finta faccia d’angelo e con alle spalle il clan Sollecito pronto a fare tutto per difenderti. Perché secondo te? Cosa è successo a tua sorella per colpa di questa vicenda?
I media non hanno fatto altro che dipingere esattamente il quadro che l’accusa aveva descritto loro. Non si sono mai sprecati a cercare di capire chi fossi io e la mia famiglia. Se i pubblici ministeri e gli inquirenti perugini dicevano che io ero uno spregiudicato, viziato, diabolico, con la faccia d’angelo e con alle spalle il clan Sollecito, voleva dire che doveva essere così, perché purtroppo per molti cittadini chi porta una toga, una divisa o un’uniforme, non avrebbe alcun motivo di dire il falso, di mistificare, di raggirare e piegare la realtà ai propri scopi. Invece le persone devono rendersi conto che la realtà è diversa: chi porta la divisa, la toga o l’uniforme non è altro che un essere umano ed è fallace come tutti gli esseri umani, in quanto tale, può avere dei sentimenti di odio, vendetta, cercare di sottomettere e soggiogare tutto per brama di potere, carriera, fama. Mia sorella, quando fui arrestato, era un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri e stava aspettando il passaggio automatico al servizio permanente. Purtroppo, dopo il mio arresto, ebbe molte discussioni con i suoi superiori, per via della mia situazione e pian piano la misero tutti in cattiva luce, allontanandola. Alla fine è stata congedata.

Il processo, stando alla sentenza della Corte di Cassazione, ha avuto “un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose défaillance o ‘amnesie’ investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine”. Vuoi raccontarci in breve qualche episodio che metta in luce gli errori dei pm? Hai avuto riscontri al tuo appello al Presidente Mattarella affinché si faccia chiarezza su quello che ti è accaduto? E cosa ti aspetti che le istituzioni facciano per riparare all’errore commesso nei tuoi confronti?
Ti posso fare diversi esempi, che meritano tutti un deciso approfondimento da parte delle istituzioni. Un esempio sono i computer che mi furono sequestrati: sono un ingegnere informatico e rimasi sbalordito quando mi comunicarono che i tecnici che stavano effettuando le indagini distrattamente bruciarono gli hard disk dei computer sequestrati. Posso assicurare che i connettori dell’alimentazione di un hard disk, una volta smontato, hanno un innesto standard universale e non esistono cavi che possono essere inseriti nell’alimentazione in modo sbagliato. Quello che mi fu comunicato non aveva alcun senso. Ci vuole davvero grande maestria per poter bruciare un hard disk attraverso un cavo di alimentazione. E’ davvero improbabile che si può bruciare un hard disk attraverso l’alimentazione, senza manometterlo volontariamente. Un altro episodio che fa rabbrividire è stata la valutazione sulle scarpe, che mi sequestrarono in questura: le scarpe da ginnastica Nike, che indossavo, avevano un disegno molto simile ad una impronta, impressa nel sangue, trovata sulla scena del crimine. Gli inquirenti non persero un secondo e me le sequestrarono, lasciandomi a piedi nudi. Sul momento non capii cosa stava succedendo, perché non sapevo nulla di questa impronta nella stanza del delitto, dato che non ero mai entrato in quella stanza. Il giorno dopo mi ritrovai davanti al giudice per le indagini preliminari e il pubblico ministero si presentò con una consulenza della polizia scientifica di Roma, in cui era scritto che vi era una perfetta compatibilità delle mie scarpe con l’impronta, lasciata sulla scena del delitto. Subito dopo la convalida del mio arresto, mio padre si avvalse della collaborazione di un suo collega ed amico esperto in medicina legale, il Prof. Francesco Vinci. Dopo una rapida analisi, ci accorgemmo tutti della disarmante e banale realtà: i cerchi concentrici sotto le mie scarpe erano 11, mentre quelli sull’impronta, lasciata sulla scena del crimine, erano 7: quindi una totale incompatibilità che mi scagionava del tutto.

Da quel momento cominciammo a chiedere approfondimenti ed incidenti probatori al GIP, giudice per le indagini preliminari, in modo che si facesse luce sull’incredibile errore. Per due volte il GIP e il PM ci risposero che le indagini in corso erano chiare e lineari e quindi le nostre richieste e le nostre analisi – che per loro erano premature, nonostante io fossi in carcere ed in isolamento – avevano solo lo scopo di fare confusione, per mistificare le risultanze probatorie. Qualsiasi commento è superfluo.

“Non ho avuto nessun riscontro del mio appello al Presidente del CSM Mattarella e questo rumoroso silenzio non fa altro che confermare le mie doglianze sull’illegittimo incontrollabile potere che hanno i magistrati e le forze inquirenti”.

Non ho avuto nessun riscontro del mio appello al Presidente del CSM Mattarella e questo rumoroso silenzio non fa altro che confermare le mie doglianze sull’illegittimo incontrollabile potere che hanno i magistrati e le forze inquirenti. Sembra come se nessuno possa fare nulla, nemmeno semplicemente verificare le responsabilità di chi si macchia di ignobili colpe come quella di aver distrutto per sempre delle giovani vite innocenti. Le Istituzioni dovrebbero verificare e certificare le responsabilità personali dei professionisti intervenuti in questo caso assurdo ed internazionale. Non voglio vendetta o punizioni; voglio soltanto che le persone che hanno sbagliato si assumano le proprie responsabilità pubblicamente per onore della verità e giustizia sociale. Nel momento in cui pubblicamente si sapessero nomi e cognomi di chi ha rovinato per sempre la mia vita, a quel punto nessun cittadino disinformato e pregiudizievole avrebbe il motivo ed il coraggio di commentare la mia assoluzione con un epiteto del tipo: “è stato fortunato, l’ha fatta franca”.

Se oggi avessi davanti i tuoi accusatori cosa diresti loro?
Chiederei loro perché hanno portato avanti le loro accuse per così tanti anni, quando invece hanno saputo già dopo pochi mesi dal mio arresto che non c’era alcun elemento che potesse collegarmi alla scena del crimine e che non c’è mai stato alcun motivo reale per cui io avrei dovuto commettere un delitto tanto orribile, nei confronti di una ragazza che conoscevo appena e che non mi aveva fatto nulla. Ho grande desiderio di avere un confronto con loro.

Tu ti sei recato anche sulla tomba di Meredith. Hai mai cercato un contatto con i familiari? Cosa vorresti dire loro?
Sì, cercai già un contatto con la famiglia di Meredith all’inizio di questa vicenda, quando scrissi una lettera all’Avv. Maresca (ndr legale della famiglia Kercher) per esprimere il mio dispiacere e dolore per tutto quello che era a accaduto, per le falsità raccontate dai media e per esprimere la mia convinzione che presto si sarebbe chiarita la mia piena estraneità al delitto. Il loro dolore per la perdita di una figlia sarà sempre enorme, ma quando avevo appena 21 anni ho perso per sempre mia madre: so cosa significa non poterla più abbracciare, non poter avere i suoi sorrisi, i suoi baci e non poterle raccontare le mie giornate e ricevere il suo conforto. Un dolore del genere non può essere mai sanato, si può solo cercare una rassegnazione. Capisco che il loro dolore li abbia resi ciechi e incapaci di intendere quello che accadeva durante i processi, ma vorrei far capire loro che purtroppo sono stati sommersi di bugie e falsità sul nostro conto dalle uniche persone con cui hanno avuto contatti. Meredith Kercher non è morta per un orgia finita male; la scena del crimine racconta una storia completamente diversa, dove l’unica persona che può sapere e raccontare ciò che è accaduto veramente è Rudy Guede. Se vogliono sapere cosa è accaduto alla loro figlia, devono rivolgersi a lui, perché lui ha tutte le risposte.

Che farà da grande Raffaele Sollecito?
Sono un ingegnere informatico; ho studiato e dedicato molti anni della mia vita a questi studi e a questo lavoro. Adesso, con mia felice sorpresa, la Regione Puglia ha risposto positivamente ad un bando di concorso a cui ho partecipato con un progetto di servizi informatici innovativi. Grazie ai soldi che mi sono stati erogati, ho aperto una società a responsabilità limitata: MEMORIES SRL e sto avviando il mio progetto a cui tengo moltissimo. Inoltre, tramite questa terribile vicenda ho avuto una conoscenza molto profonda e dettagliata di tre ambiti sociali che sembrano divisi ma sono ben legati e connessi fra loro: sto parlando di giustizia, carceri e media. Sia io che la mia famiglia, magari in modo diverso, abbiamo dovuto far fronte a problematiche estremamente complicate di cui non avevamo nessuna esperienza. Queste tre “galassie” soffrono di problematiche e difetti che hanno distrutto la mia esistenza senza ragione. Vorrei portare questa mia esperienza a servizio della comunità, affinché ciò che è accaduto a me non possa più accadere a nessun altro e si possa migliorare la società in cui viviamo.

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