Quanto ci è costato sottovalutare il Califfo

Il 29 giugno 2014, a Mosul, è stata proclamata la nascita dello Stato Islamico. Una dichiarazione di guerra all’Occidente che abbiamo colpevolmente ignorato

Nella storia ci sono giornate in cui accadono avvenimenti destinati a mutare radicalmente gli equilibri politici e militari e a segnare una frattura tra il “prima” e il “dopo”. Tutti noi ricordiamo, ad esempio, il 10 giugno 1940, giorno dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco dei tedeschi oppure il 25 aprile 1945, giornata simbolo della guerra di Liberazione oppure, sempre restando nel Novecento, il 28 giugno 1914 (attentato di Sarajevo, casus belli che diede inizio alla prima guerra mondiale) e il 1 settembre 1939 (invasione della Polonia da parte della Germania nazista come primo atto della seconda guerra mondiale).

Si potrebbe ancora continuare andando indietro nei secoli, anche se dopo quel che è accaduto venerdì scorso a Parigi sarebbe necessario aggiungere a questo elenco un’altra data: 29 giugno 2014. Una data conosciuta da un ristretto numero di addetti ai lavori, gli esperti e gli analisti di politica internazionale e che invece potrebbe rapidamente entrare nei libri di scuola.

Il 29 giugno 2014, a Mosul, in Iraq, nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica mondiale, un uomo altrettanto sconosciuto ai più, Abū Bakr al-Baghdādī, viene proclamato Califfo dello Stato Islamico, che diverrà più tristemente noto alle cronache come ISIS. Il Califfo si rivolge subito a tutti i fedeli musulmani nel mondo, chiedendo loro obbedienza e sottolineando come la ricostituzione del califfato rappresenti il «sogno che vive nella profondità di ogni musulmano credente». Nella storia dell’Islam, il califfato è il sistema di governo adottato dopo la morte di Maometto (8 giugno 632) per rappresentare l’unità politica dei musulmani. In arabo khalifa significa appunto “successore”.

La (non) risposta dell’Occidente a questa volontà bellica dichiarata, fino ad ora è stata tristemente somigliante alla politica del appeseament degli anni ’30 da parte di Gran Bretagna e Francia di fronte all’espansionismo della Germania nazista

Nel vasto e composito mondo mussulmano sono in molti a considerare Abū Bakr al-Baghdādī un vero e proprio impostore, ma resta il fatto che il 29 giugno 2014 la restaurazione del Califfato equivale a una dichiarazione di guerra contro tutti gli infedeli, all’intero Occidente cristiano, con l’obiettivo dichiarato di riconquistare non solo le anime, ma i territori perduti nel corso dei secoli.

La (non) risposta dell’Occidente a questa volontà bellica dichiarata, fino ad ora è stata tristemente somigliante alla politica del appeseament degli anni ’30 da parte di Gran Bretagna e Francia di fronte all’espansionismo della Germania nazista.

Un altro aspetto, tutt’altro che marginale, è stato sottovalutato di quanto accade il 29 giugno 2014 anche da un punto di vista simbolico-comunicativo: il terrorismo di matrice islamica non si nasconde più nei rifugi impervi dell’Afghanistan, né lancia più proclami dalle grotte come Osana Bin Laden. Al contrario, acquista una dimensione statuale, con la sua organizzazione civile e militare, un sistema di “affiliazione” che gli consentirà rapidamente di allargare la sua sfera di influenza in altre aree continente africano senza dover combattere altre guerre, perché la madre di tutte le guerre è una sola: quella contro gli infedeli per restaurare il predominio del Califfato.

La speranza non può che essere quella di poter presto scrivere, accanto al 29 giugno 2014, la data di conclusione di questa guerra, anche se dobbiamo essere consapevoli che non sarà semplice. Lo stato islamico potrà essere sconfitto solo se si riuscirà a comprendere – e a far metabolizzare nell’opinione pubblica occidentale – la natura e la portata della sfida lanciata in quella data dall’Isis, non commettendo l’errore di dare allo Stato Islamico la rappresentanza di tutto il mondo islamico e al tempo stesso non sottovalutando l’attrazione evocativa e ancestrale del califfato nel mondo musulmano, soprattutto tra chi vive ai margini della società in Europa e nella povertà assoluta di un continente come l’Africa.

È una guerra che può essere vinta solo se sarà giocata su tutti i fronti – politico, culturale, economico, militare – contemporaneamente. Non sposando, quindi, la sola risposta armata. Purtroppo legittima e necessaria quando si è attaccati con questa durezza, ma certamente non sufficiente.

*senatore del Partito Democratico

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