FinzioniI libri non sono importanti

Considerare i libri come oggetti magici che conferiscono proprietà spirituali a chi li maneggia e pensare che i libri facciano particolarmente bene alle persone nella misura della loro libritudine porta a devianze abbastanza preoccupanti ed è un discorso fascista

I libri non sono importanti. Nonostante questo sembra che siano diventati oggetti magici, sia nel senso di Propp che in quello di Zelda (the legend of). Basta avere un libro vicino per sentirsi più intelligenti ed è sufficiente aprirne uno per diventarlo. Questa taumaturgia romanzesca – perché è di narrativa che stiamo parlando, troppo pochi gli indignati per la poesia e i saggi – ha oltrepassato la quarta di copertina, irraggiandosi dappertutto e sfamando la sensibilità e l’anima di chi i libri li compra e li sfoggia.

I libri non sono importanti. Nonostante questo i poveri lettori forti, accerchiati dall’ignoranza e dall’analfabetismo di ritorno, si sono visti costretti a coniare una categoria a partire da una negazione e tirargli merda addosso: i non lettori. I non lettori sono quelli che non leggono romanzi, poveri sprovveduti che, obliterata qualsiasi plausibile complessità morale e di pensiero, vengono ridotti a una larva di disinteresse nei confronti dei libri. Operazione antiletteraria se ce n’è una, a pensarci, quella di far confluire la diversità in un imbuto di ignoranza e anoressia spirituale, ineluttabile maelstrom per chi non è minimamente interessato a leggere un libro.

Il non lettore è una caricatura nel senso wittgensteiniano dell’esagerazione di un dettaglio poco rilevante nella complessità del campione. Sarebbe come se i miei amici sportivi mi identificassero in quanto non calciatore e annullassero tutto ciò che di positivo (nel senso matematico) mi pertiene, come la simpatia, per esempio, o l’uso esacerbante di termini desueti. Se un losco messaggero mi avvicina per strada, mi tira una pallonata in faccia e mi “suggerisce” di iniziare a dare calci al supertele, io gli rispondo: che cazzo vuoi.

«I libri non sono importanti, e nonostante questo hanno fatto la campagna #ioleggoperché, dove una legione di volontari si sparpagliava per le strade cercando di convertire i non lettori, in un afflato di oscurantismo degno di chi, non troppe generazioni fa, quegli stessi libri li bruciava allegramente»


Jacopo Cirillo, Finzioni

È vero, i libri non sono giochi di squadra, e nemmeno lavatrici, per riprendere una similitudine molto in voga; allo stesso tempo, però, la loro rilevanza culturale ha assunto dimensioni artificiali, un po’ come il bambino sfigato e scarsissimo che nessuno vuole scegliere al momento di fare le squadre al campetto e allora l’educatore della parrocchia prova a spiegare ai ragazzini che dovrebbero sceglierlo proprio perché è scarso e dunque, in qualche deviato senso, speciale. Diciamolo una volta per tutte: i libri non sono speciali ed escludere il compagno più scarso dalla vostra squadra è la scelta giusta.

I libri non sono importanti, dicevamo, e nonostante questo hanno fatto la campagna #ioleggoperché, dove una legione di volontari si sparpagliava per le strade cercando di convertire i non lettori, in un afflato di oscurantismo degno di chi, non troppe generazioni fa, quegli stessi libri li bruciava allegramente, insieme al corredo genetico dei gatti neri. Il problema vero è che la categoria dei non lettori è diventata una figura del discorso e una linea di demarcazione: noi di qua e voi di là. E voi contate talmente poco da (im)meritarvi una definizione all’incontrario, un’identità costruita a partire dall’elenco di ciò che non siete e che, giocoforza, dovreste essere. Dovreste. Essere. Imperativo mascherato da condizionale presente, fastidioso quasi quanto il rimbrotto coniugale al condizionale passato: avresti dovuto, e invece.

Magari può sembrare che stiamo esagerando, ma in fondo è tutta una questione di contesto. Se Il Libraio mi racconta i dati ISTAT sulla diffusione dei libri la suddivisione tra lettori e non lettori diventa pertinente perché, in questo caso, la formazione di categorie contingenti avviene all’interno di un sistema delimitato dalle sue stesse premesse. Ma la domanda: i lettori sono più felici dei non lettori, per esempio, cambia completamente il campo da gioco, travasando la contingenza nella necessità e nell’assolutismo, e questa (lo dico? Lo dico) è una cosa fascista. O religiosa, decidete voi.

«Affermare che i lettori siano più felici dei non lettori è una cosa fascista. O religiosa, decidete voi»


Jacopo Cirillo, Finzioni

Considerare i libri come oggetti magici che conferiscono proprietà spirituali a chi li maneggia e pensare che i libri facciano particolarmente bene alle persone nella misura della loro libritudine porta a devianze abbastanza preoccupanti. Come i libri distillati, di cui hanno parlato praticamente tutti (1, 2, 3 e 4) da tutti i punti di vista possibili e che implicano una frase che, se la leggessi di notte con le luci spente, la fiammella tremolante e un gufo che ulula sul ramo più alto di un vecchio salice nodoso, mi farebbe davvero rabbrividire: distillati o integrali poco importa, l’importante è leggere. L’importante. È. Leggere. I libri sono diventati lettura, si sono trasformati nella pratica che sottendono. Sarebbe come se un papà prendesse sulle ginocchia la figlia quattordicenne circondata da compagni di classe in piena tempesta ormonale e le dicesse: figliola, non preoccuparti di trovare la persona giusta, né che la prima volta sia speciale. L’importante è scopare. Ma babbo… Aspetta, fammi finire. Hai presente quel ragazzo che ti guarda sempre dall’ultimo banco? Quello brutto, con i brufoli, gli occhialoni e che puzza come una discarica? Proprio lui. Ecco, tu scopatelo, e poi vediamo.

Se i libri si trasformano in lettura, la lettura abolisce i libri. Perché è ovvio che se in un romanzo ci sono cinquecento pagine quelle cinquecento pagine fanno parte del romanzo e, in quanto tali, vanno lette, com’è ovvio che se su cinquecento pagine centocinquanta potrebbero essere tranquillamente tagliate senza togliere nulla all’esperienza di lettura, allora abbiamo un problema di editing a monte, e cioè che quel romanzo doveva essere pubblicato in prima edizione SENZA le centocinquanta pagine inutili. Il dilemma di questo discorso è che è talmente condivisibile che diventa quasi impossibile da sostenere, a causa di quello strano meccanismo legato ai discorsi culturali che tendono a complessificare i sillogismi, come se avessero paura delle cose lineari, in una continua corsa all’oro che potrebbe anche trasformarsi in una corsa alla pirite, tanto l’importante è correre. Ma noi non siamo gazzelle, né leoni, siamo gente che legge libri per piacere, lavora con i libri per passione e tende a scopare persone che gli piacciono o, comunque, che si sono lavate prima dell’appuntamento.

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