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20 Febbraio 2018

SocialDemocraticiQuando le parole che usiamo creano divisione e distacco

Francesco Nicodemo, Giusy Russo

Circa 17 milioni di persone non andranno a votare alle prossime elezioni. Tra le cause, anche l'eccessiva aggressività della campagna elettorale: le parole sono importanti e spesso la politica le usa male, non curandosi di chi non partecipa al dibattito

La scorsa settimana avevamo riportato una ricerca in base alla quale la polarizzazione del dibattito, soprattutto in rete, riguarderebbe solo una parte dell’opinione pubblica peraltro non rappresentativa né dell’elettorato totale né dell’insieme degli utenti di Internet. Eppure, negli scorsi mesi si è parlato molto di echo chamber, filter bubble e idee che si rispecchiano in opinioni analoghe diventando ancora più marcate ed estreme. Il Web sembra un luogo suddiviso in tante stanze: le arrediamo a nostro piacimento e dentro ci troviamo solo chi condivide a grandi linee la nostra stessa visione del mondo. Click dopo click veniamo profilati: ognuno è il risultato delle caratteristiche che lo contraddistinguono, cosa gli piace leggere o guardare in tv, quali prodotti compra online, per chi vota. Ciascuno gravita nel proprio microcosmo fatto di apparenti certezze e continue conferme da ricercare. I Like e le condivisioni lastricano un percorso che pare segnato, senza deviazioni, ovvero senza la possibilità di osservare uno scenario differente da quello atteso. Continuiamo con le nostre certezze che vengono amplificate, esasperate e diventano granitiche perché non intaccate da un ragionevole dubbio.

Cosa c’è però fuori dalle bolle? Dove stanno gli utenti che non parlano di politica e non frequentano questi insiemi virtuali e disgiunti? Sono fuori dalle echo chamber, almeno da quelle settate dalla politica. Cercano ricette da replicare in cucina o il costo di un abbonamento, vedono video virali oppure ascoltano musica, insomma fanno tutt’altro, perché la rete non è solo politica e polemica, non è popolata soltanto da persone che sanno per chi votare e sono disposte anche a litigare pur di manifestarlo. In giro c’è tanta gente indecisa, insofferente o semplicemente, disinteressata. Ci sono quelli che si lasciano guidare dal dubbio e vogliono ancora darsi la possibilità di scegliere e poi ci sono coloro che si professano delusi, che preferiscono disertare le urne e che di fatto, lasciano decidere gli altri.

Quello che è certo è che concentrati come siamo sulla polarizzazione del dibattito, ignoriamo forse chi al dibattito stesso non prende parte, non consideriamo una rilevante fetta della popolazione con cui evidentemente non è stato trovato un dialogo o una forma di linguaggio condiviso

A 30 giorni dal voto l’Istituto Demopolis aveva rilevato infatti che solo il 63% degli Italiani si recherebbe alle urne, ovvero 12 punti percentuali in meno rispetto alle politiche di cinque anni fa. Tradotto in cifre, i potenziali astenuti sarebbero 17 milioni, di cui 13 determinati ad esserlo e i restanti 4 ancora in dubbio se votare o meno. Non sappiamo se questi numeri siano proporzionali alla percentuale di utenti del Web che non parlano di politica o che mostrano insofferenza nei suoi confronti. Quello che è certo è che concentrati come siamo sulla polarizzazione del dibattito, ignoriamo forse chi al dibattito stesso non prende parte, non consideriamo una rilevante fetta della popolazione con cui evidentemente non è stato trovato un dialogo o una forma di linguaggio condiviso. E, a proposito di linguaggio, Parole Ostili in collaborazione con Ipsos Public Affairs ha condotto un’indagine molto particolare che tra le altre cose, stima il livello di aggressività della campagna elettorale. Il campione intervistato, per il 48% composto da uomini e il 52% da donne, dai 18 anni in poi, ha coinvolto tutte le aree geografiche del Paese. Al 15 febbraio il 46% delle persone coinvolte ha dichiarato di aver rilevato un elevato grado di aggressività della campagna elettorale con toni pesanti. Secondo lo studio riportato, l’indice di aggressività è 74 su 100, quello di falsità percepita 76 su 100 e quindi l’indice sintetico di ostilità è pari a 75 su 100. Tutti e tre gli indicatori hanno mostrato sostanzialmente un aumento tra il mese di gennaio e quello di febbraio.

Il progetto Parole Ostili in collaborazione con Ipsos Public Affairs ha esaminato questi valori anche a seconda delle classi di età. Emerge quindi che il 75% di chi ha tra i 35 e i 50 anni ha riscontrato toni accesi, così come il 78% di chi ha tra 51 e 64 anni. Questa fascia di età è anche quella che ha percepito un maggior livello di falsità (81%) e di ostilità (78%). È utile interrogarsi sui temi da trattare in campagna elettorale ma anche sull’intensità e sul registro lessicale. Oltre agli utenti polarizzati infatti ci sono quelli esclusi più o meno consapevolmente dalle conversazioni online e ci sono persone in carne e ossa già disinteressate che i toni accesi contribuiscono ad allontanare ancora di più.

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