Dal nulla nel nullaLa parabola dei Cinque Stelle, schiantati dalla loro stessa contraddizione genetica

I grillini non volevano conquistare il Palazzo, ma semplicemente sfasciarlo. E ora pagano il loro peccato originale: il nichilismo. Pensare di trasformarli in una specie di Lista Dini, come sta provando a fare il Pd, è stupefacente per ingenuità e stupidità

ALBERTO PIZZOLI / AFP

Di Maio non è mai stato un leader politico, ma un prodotto della comunicazione, di un movimento che è esclusivamente un sistema di comunicazione e che ha affermato la propria egemonia proprio in virtù della prevalenza del “mediatico” sul “politico” e del mutamento dei paradigmi tecnologici dell’ideologia e della propaganda.

Casaleggio senior è stato geniale a comprendere quanto la disintermediazione e la personalizzazione delle informazioni e del sapere decretasse l’inizio di una nuova era politica, la prevalenza del “voto contro”, la diffusione di verità prêt-à-porter e la fine del vecchio principio di rappresentanza, a vantaggio di una corrispondenza psicologica e perfino spirituale tra il sentimento del pubblico, il contenuto e i protagonisti dello spettacolo politico. E così costruì i Cinque Stelle: come una macchina da guerra di frustrazioni personali e di alienazioni sociali scientificamente riprogrammate, una bomba atomica di false coscienze destinate a deflagrare sotto il culo degli invidiati potenti.

Grillo è stato a suo modo il Capitano di questa sedizione civile dissimulata da rivolta spontanea del Popolo contro il Palazzo, ma il “casaleggismo” non è stata un’ideologia dei pieni poteri all’uomo forte, ma del pieno potere a una struttura anonima e “meccanica”, di cui Rousseau è stata l’anticipazione e la metafora. È teoria del formicaio, messa in bella copia dal figlio Davide. Un’organizzazione perfetta, retta da una regola ferrea che i protagonisti, le formiche, incarnano ma ignorano, e devono continuare a ignorare per non creare problemi di funzionamento al sistema.

Nell’uno-vale-uno grillino, dietro la guruship di Grillo, si è politicizzata l’impersonalità dell’uomo-massa e dello Stato-macchina. La stessa fuoriuscita di Grillo dal ruolo di capo-partito (mai, neppure potenzialmente, capo del Governo) e la sua sostituzione con un ragazzo dal ghigno cattivo e dal curriculum inattendibile rispondeva all’idea futurologica, coerente con la dottrina Casaleggio, di un mondo in cui qualunque idea o persona è fungibile, tutti possono fare tutto, e ogni formica ne vale un’altra, perché nessuna in fondo ha una propria identità, che esiste solo nel tutto del formicaio.

Sarebbe interessante sapere quanto Gianroberto Casaleggio credesse davvero a queste panzane supergoebbelsiane e quanto invece fossero solo prodotti per un cliente (prima Di Pietro, poi Grillo) o espedienti di un diabolico esperimento sociale. Sbancando post-mortem al botteghino elettorale della democrazia da Gratta e Vinci, si può certo dire che abbia avuto successo. Però è stato proprio il successo postumo a rappresentare il “però” della sua impresa, cui la capitolazione di Di Maio dà oggi un’inequivocabile evidenza.

La conquista del potere, nella Roma del Campidoglio come in quella di Palazzo Chigi, lato Raggi o lato Di Maio (per non parlare di tutte le altre istituzioni occupate e gestite con superficialità quasi auto-parodistica), non è stato l’inizio della fine, ma ha coinciso con la fine. Il M5S a contatto con il potere si è dissolto; non lo ha saputo capire, non lo ha saputo gestire, non lo ha saputo, a dire il vero, neppure usare (al netto del fuggi fuggi degli eletti refrattari alle “restituzioni”), sapendolo solo avversare e dovendosi ogni volta inventare avversari esterni per giustificare difficoltà e cadute, in un “esterno” che però ora coincide con il perimetro del potere grillino, con la stessa carne umana del Movimento, con le stanze dei bottoni frequentate e occupate con disperata tenacia. Visto che l’esercizio del potere, la sua grammatica, la sua dinamica e il suo sistema di incentivi e di sanzioni stava fuori dal sistema operativo del fondatore – il problema non era come conquistare il Palazzo, ma come sfasciarlo – ora il Movimento paga il suo peccato originale nichilista.

Di Maio che abbandona il comando maledicendo i “traditori” intona un refrain obbligato, perché Casaleggio figlio non sa come rimediare ai bachi del sistema di Casaleggio padre. Dentro le stanze del potere non c’è possibile innocenza. Se il potere parziale di una maggioranza parlamentare (ah, l’odiato Parlamento!) è per definizione male, come ci si libera dal male? Tagliando le poltrone, abolendo i vitalizi? E poi, finita la strage dei seggi di deputati e senatori e delle pensioni degli ex parlamentari 80-90enni, per l’ebbrezza orgiastica del popolo indignado, che ci si inventa?

La crisi del Movimento non ha a che fare con Di Maio, ma con i Cinque Stelle in sé, con il difetto di fabbrica di un sistema non programmato per funzionare dentro il Palazzo e che dentro il Palazzo è subito collassato. Quindi, il problema non è con chi sostituire Di Maio, ma con cosa sostituire se stesso, anzi come fuoriuscire da se stesso, al modo della muta di un serpente. Di Maio, forte dell’alleanza di ferro con Casaleggio junior, che i “casaleggiologi” confermano, potrà anche continuare a comandare per interposta struttura o tornare personalmente in sella, ma questo non rimedierà al default del Movimento.

A tutto ciò si è aggiunta la concorrenza intra-populista della Lega salvianiana. Il populismo grillino è stato rapidamente e inesorabilmente soppiantato da quello sovranista per molte ragioni sia ideologiche, che funzionali. La demografia e l’economia del mondo globale incentivano le categorie etnico-nazionali contro quelle antropologico-morali. Chi sbraita contro i “negri” e gli “stranieri” ha un vantaggio competitivo verso chi urla contro i “ladri” e i “parassiti”. Identità contro onestà. Inoltre il sovranismo consente di tracciare un confine interno e non solo esterno alla lotta del bene contro il male. Salvini non sogna di incarnare la volontà generale, ma si accontenta di auspicare il voto di maggioranze patriottiche contro minoranze xenofile e eurofile. Sembra quasi grottesco che la futurologia grillina finisca schiantata dal ritorno di un nazionalismo ancestrale, anche nella guerra degli algoritmi tra la Bestia e Rousseau. Ma è così.

In tutto questo, la speranza del PD di fare dei Cinque Stelle una sorta di lista Dini – una ridotta “contizzata” di post-grillini buoni – è stupefacente per ingenuità, se non per stupidità, visto che il prezzo da pagare, giorno dopo giorno, è quello della subalternità del governo ai cosiddetti programmi del Movimento più ostile a un rapporto con la sinistra.

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