E ora?Trump ristabilisce la linea rossa in Medio Oriente, fatta saltare da Obama

Il disimpegno promesso dal presidente repubblicano è fallito, come l’ultimatum imposto dal suo predecessore in Siria. Entrambi hanno lasciato il campo libero alle azioni militari degli iraniani. Uccidendo Soleimani, la Casa Bianca ha fatto capire che la ricreazione è finita. Ma chissà se ha un piano

HO / KHAMENEI.IR / AFP

La portata dell’attacco americano contro Qassem Soleimani​ e l’importanza dell’obiettivo colpito obbligano la Repubblica islamica dell’Iran a una risposta muscolosa, che però il sistema paese potrebbe non sopportare. Da quando, a maggio 2018, il presidente americano Donald Trump ha portato l’America fuori dall’accordo sul nucleare, gli Stati Uniti hanno imposto pesanti sanzioni. Le misure economiche sono andate a peggiorare una situazione già difficile, e nelle scorse settimane l’Iran è stato attraversato – e non per la prima volta – da manifestazioni contro il regime per la corruzione della classe politico-religiosa, l’inettitudine del governo a garantire alla popolazione i più basilari servizi. Se nelle scorse ore da Teheran sono arrivate le immagini di centinaia di persone in piazza a piangere la morte di Suleimani, nei mesi scorsi, le strade della periferia iraniana e della provincia più profonda sono state invase da proteste contro tutto ciò che il generale rappresenta: i manifestanti da mesi scandiscono cori contro le lunghe campagne militari all’estero dell’Iran – la Siria, lo Yemen – e chiedono che il governo investa i soldi con cui finanzia gruppi armati pro-iraniani dall’Iraq a Gaza per colmare le buche nelle strade e garantire acqua potabile.

Il comandante era e resta una leggenda per il regime stesso, per i suoi sostenitori, per i membri delle forze di sicurezza e le milizie affiliate sparse per la regione. È il regime. La popolazione delle periferie, però, grida contro il regime. E contro di lui. E lo stesso accade nel Libano dominato dai suoi alleati, Hezbollah, nell’Iraq sotto ricatto delle milizie sciite, nella Siria dei massacri. Da Nassiriya a Idlib in queste ore si è festeggiato nelle strade con dolci e musica per la morte dell’uomo forte di Teheran, che ha mandato i suoi uomini a uccidere i civili in nome del dittatore e a sparare contro i manifestanti.

Se per l’Iran della crisi economica, affievolito da anni di guerrain Siria e in Iraq, un confronto armato convenzionale contro gli Stati Uniti sarebbe di difficile gestione sul lungo periodo, è anche vero che un conflitto esiste già e da tempo. E nella forma che più conviene alle forze militari di Teheran: quella asimmetrica delle operazioni attraverso gruppi armati alleati all’estero. È quello che accade da tempo e che si è accentuato negli ultimi mesi: l’attacco estivo contro le installazioni petrolifere dell’Arabia Saudita, alleato americano e rivale regionale dell’Iran; le operazioni contro le petroliere nello Stretto di Hormuz, i raid contro basi in Iraq, come accaduto qualche giorno fa nel Nord, quando un civile americano è rimasto ucciso. Poi, il 31 dicembre, c’è stato l’assalto da parte di miliziani pro-iraniani all’ambasciata americana a Baghdad, una fortezza nel cuore della capitale: un azzardo di troppo.

Il plateale raid dell’aeroporto di Baghdad reimposta quelle linee rosse che erano saltate per la prima volta quando l’ex presidente Barack Obama nel 2014 aveva deciso all’ultimo minuto di non bombardare il regime siriano di Assad in seguito a un attacco chimico contro i civili. Da allora, gli Stati Uniti hanno tentato un passo indietro nella regione – senza successo – esasperato dal mantra dell’America First di Trump, il quale pochi mesi fa, come il suo predecessore prima di lui in Siria, ha fermato gli aerei da guerra in volo. Erano diretti verso l’Iran, dopo l’abbattimento di un drone americano da parte delle Guardie della Rivoluzione. Nell’assenza per mesi di una reale reazione militare americana, sono cresciute le provocazioni iraniane in Iraq, ormai territorio quasi coloniale per Teheran (tanto che Suleimani andava e veniva con la tranquillità di un passeggero qualunque nell’aeroporto di un paese che ospita cinquemila soldati americani).

L’attacco all’ambasciata ha cambiato il corso delle eventi. «Gli iraniani hanno continuato a fare quello che andava loro di fare. Gli americani non hanno risposto per lungo tempo. Non ci si aspettava che rispondessero – ci ha spiegato Cinzia Bianco, ricercatrice all’European Council on Foreign Relations Molti altri presidenti americani, e anche Israele, avevano avuto in passato la possibilità di uccidere Soleimani, ma non lo avevano fatto, perché “meglio il diavolo che conosci che quello che non conosci”. Agli occhi degli alleati, soprattutto quelli del Golfo, ora gli Stati Uniti con il raid di Baghdad hanno di nuovo dimostrato di essere gli Stati Uniti, di reagire quando ci sono crisi in Medio Oriente. Adesso, però, occorre capire se l’America ha una strategia per gestire le conseguenze».

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