L’Europa cattivaLa buona notizia? L’Unione europea ci riempirà di soldi. Quella cattiva: li usiamo ancora maluccio

A breve l’Italia dovrà stabilire come utilizzare 38 miliardi di euro di fondi per i prossimi sette anni. Finora ce la siamo cavata abbastanza bene. Ma progetti parcellizzati e utilizzo strutturale (soprattutto al Sud) ne mettono in pericolo l’efficacia

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Il 2020 si è avviato con una buona notizia per l’Italia e per la sua capacità di utilizzare le risorse dell’Unione Europea. Gli obiettivi di spesa previsti per l’attuazione della politica di coesione sono stati raggiunti e superati dal nostro Paese, che ha certificato alla Commissione Europea più di 15 miliardi di euro impiegati fino alla fine del 2019 in progetti di sviluppo. Si tratta di circa il 28% delle risorse complessivamente destinate all’Italia per il periodo 2014 – 2020.

La notizia è certamente positiva e fa tirare un bel sospiro di sollievo, poiché evita, almeno per il momento, il rischio fino a qualche mese fa molto concreto di vedere il disimpegno, e dunque la perdita, di questi fondi a causa del loro mancato utilizzo.

Il passaggio è anche politicamente importante, e certamente giova alla buona reputazione del nostro Paese.

Ma è tutto oro quel che luccica? Non proprio. Se a brillare sono le cifre assolute, scendendo nel dettaglio si possono osservare contraddizioni che sollevano qualche perplessità. Proprio su questi dati vale la pena riflettere, visto che nei prossimi tempi il governo italiano sarà chiamato a definire un Accordo di partenariato con la Commissione Europea per decidere l’allocazione di circa 38 miliardi di euro per i prossimi 7 anni.

Una guida preziosa per decifrare l’articolato mondo dei fondi strutturali è fornita dal rapporto “La dimensione territoriale nelle politiche di coesione” elaborato da IFEL – Fondazione ANCI per la Finanza Locale coordinato da F. Monaco e W. Tortorella uscito a dicembre 2019 che consegna la fotografia di un Paese in chiaroscuro, dove affianco all’ottimismo per il dato di impegno e spesa dei fondi persistono alcune debolezze strutturali che rendono difficile trasformare gli investimenti nell’innesco di un effettivo processo di crescita e sviluppo.

Il primo elemento a saltare all’occhio è la micro-progettualità, ovvero la dimensione troppo piccola e parcellizzata dei progetti finanziati. Secondo il rapporto Ifel, quasi l’80% dei progetti finanziati in Italia dal FESR, Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale, ha un importo inferiore ai 150.000 euro. Una programmazione, che rischia di “perdersi” tra molti beneficiari e progetti di piccole dimensioni, e che appare poco funzionale a creare le condizioni per una crescita strutturale.

Chi gestisce queste risorse? Le imprese e i soggetti privati gestiscono il numero più elevato di progetti finanziati dal FESR, subito dopo arrivano i Comuni a cui secondo il rapporto compete la gestione di circa 3,2 miliardi di euro per un totale di 4.000 progetti. Si tratta di importi significativi che dovrebbero far riflettere sull’europeizzazione delle politiche territoriali o quanto meno delle loro fonti di finanziamento.

Ancora più interessante è capire che cosa viene finanziato dai Comuni attraverso queste risorse e quì il Rapporto IFEL ci porta a fare un’ulteriore scoperta. Quasi la metà delle risorse vengono utilizzate dai Comuni per l’attuazione di progetti nei settori dell’energia 17,3% e dell’ambiente 32%, ma con una notevole differenza tra Nord e Sud.

Colpisce infatti la differenziazione nella selezione delle priorità per le strategie di sviluppo tra le regioni più e meno sviluppate, che riflette il profondo divario tra le due macro aree. Se nelle regioni più sviluppate circa un terzo delle risorse, in termini di costi rendicontabili, è concentrata in ricerca e innovazione, questa priorità è completamente assente nei progetti gestiti dai Comuni nelle regioni meno sviluppate le quali destinano una quota importante delle risorse complessive in progetti per l’istruzione e per l’inclusione sociale, temi questi ultimi quasi del tutto assenti dalla programmazione delle altre regioni.

Un’ulteriore conferma del divario tra Nord e Sud è il dato riferito agli investimenti della PA. Come illustrato nel rapporto, la spesa in conto capitale per gli investimenti nella Pubblica Amministrazione in Italia ha subito una contrazione di circa il 42% dal 2000 ad oggi. Nel Mezzogiorno non solo la contrazione è stata più ampia, con gli investimenti che si sono praticamente dimezzati in questo periodo, ma negli ultimi anni questa spesa, già di per sé ridotta, è stata alimentata per quasi la metà da risorse aggiuntive, ovvero dai fondi strutturali della politica europea di coesione. Tale situazione non si verifica al Centro Nord dove se consideriamo il dato pro capite dei 558 euro spesi pro capite, solamente 46 sono di risorse aggiuntive europee.

In definitiva, il quadro descritto fa emergere più di una perplessità. Come riportato nel rapporto IFEL, viene spontaneo chiedersi se i fondi strutturali impiegati nel Mezzogiorno, siano trattati realmente come risorse aggiuntive, o non finiscano per sostenere ciò che dovrebbe essere realizzato con risorse ordinarie, andando a svolgere una funzione sostitutiva rispetto alle risorse nazionali che sono ormai in costante diminuzione. In termini globali, viene anche da domandarsi come sia possibile immaginare di innescare un percorso di crescita strutturale attraverso una parcellizzazione delle progettualità, che appaiono poco funzionali ad una visione programmatica coerente per concentrazione tematica ed efficace nella sua articolazione operativa e strumentale.

Mentre a Bruxelles le istituzioni europee sono impegnate nel finalizzare il nuovo bilancio pluriennale, iniziare il 2020 riflettendo su alcune di questi interrogativi potrebbe essere un buon esercizio per i decisori pubblici italiani, considerando che le risorse destinate alla politica di coesione per l’Italia nel prossimo settennato sono destinate addirittura ad aumentare e che con la loro gestione si gioca una partita strategica per lo sviluppo e la crescita del nostro Paese.

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