Nazionale e popolarePerché Amadeus, il vero everyman della tv italiana, è perfetto per Sanremo

Ha la virtù di stare sotto i riflettori senza brillare. Incarna a perfezione l’uomo medio. Se incorre in una polemica lo fa in modo preterintenzionale. Che volete di più per la televisione generalista, e per il festival della canzone?

Credevamo fosse una gaffe. Invece, era un autoritratto. Quando Amadeus ha presentato Francesca Sofia Novello, una delle dieci donne che condividerà con lui il palco del Festival di Sanremo, ha detto che di lei apprezza «la capacità di stare accanto a un grande uomo, rimanendo un passo indietro». Il grande uomo sarebbe Valentino Rossi, compagno della modella venticinquenne. La sua grande qualità, ritrarsi, non sporgere, intralciare il meno possibile il passo dell’altro, anzi favorirlo con discrezione. Gli hanno dato del sessista, del misogino, del retrogrado, maschilista. Gli hanno detto che è contro le donne, che è arcaico, che è inadeguato. E lui, sinceramente incredulo, lì a cercare di capacitarsi di come una frase del genere, pronunciata così ingenuamente, con candore, potesse essere considerata un insulto, la rivelazione di un retropensiero sul ruolo delle donne da metà Novecento. Per Amadeus, stare sotti i riflettori senza brillare, non salire mai fino alla cima, né sprofondare in basso fino all’abisso, è semmai una virtù. Più precisamente, è la sua virtù, la virtù del suo personaggio televisivo. Così, mentre in conferenza stampa lui parlava e tradiva i suoi segni particolari, c’è chi l’ha preso per un potenziale molestatore.

Da quando ha cominciato a condurre – a diciassette anni, a Radio Verona – Amadeus è sempre rimasto un passo indietro rispetto al conduttore eccezionale, quello che fa i fuochi d’artificio con le parole, i tripli salti mortali di trovate, quello che ti afferra al collo e ti trascina per lo schermo una cosa dopo l’altra. Uno come Paolo Bonolis, per intenderci. Oppure Piero Chiambretti. La sua linea di oscillazione – che si tratti di avere in mano il Festivalbar o una puntata de l’Eredità – non scende mai sotto la media, né sale mai. Amadeus è un passo indietro nel tempo. Al punto che si può aprire una pagina che Umberto Eco scrisse sulla televisione nel 1961 e ritrovarlo intero, come fotografato: “Non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman. Presenta come ideale l’uomo assolutamente medio. Sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto”.

Amadeus è un passo indietro ai social, alla televisione che si spezzetta in tante piccole clip ed esce dall’elettrodomestico per sciamare nei telefonini, nei retweet, nei percorsi misteriosi della viralità. È un passo indietro anche alla musica che si ascolta su Spotify, su Youtube, su iTunes, la musica che ti scegli tu, quando vuoi tu, se vuoi tu. «Ho pensato all’attualità» ha detto, raccontando il criterio con cui ha scelto le canzoni che saranno in gara. «Ho pensato a una canzone che la mattina dopo potesse essere in radio». Essendo la radio, oltre che il mezzo con cui è iniziata la sua carriera, quella su cui è diventata una cosa seria, quando – poco dopo la metà degli anni Ottanta – ha cominciato a lavorare a Radio Deejay. Ancora oggi, è la prima cosa che accende al mattino, appena sveglio, compiendo un gesto attualissimo nell’Occidente del secolo scorso, un atto romantico, di antica modernità. Rivelatore del fatto che, in fondo, è rimasto un dj. Ma non uno di quei dj che sono diventati autori, e che la gente va ad ascoltare come si ascoltavano una volta le semidivinità del rock ‘n roll. No, lui è uno di quei dj che sceglie la musica per gli altri. Al diavolo il Signor algoritmo.

Amadeus è un passo indietro nell’immaginario. Il suo universo di miti e simboli, il suo alfabeto di segni culturali, è popolato da creature anni ottanta-novanta, quando insieme a Fiorello e a Jovanotti, a Linus e al giovane Albertino, agli 883 e Claudio Cecchetto – dopo averla messa a punto nella radio – impiantavano la creatività commerciale nella televisione, nei dischi, nei concerti, nelle cose che facevano ciascuno per conto proprio (lui nel Festivalbar), ma conservando una specie di timbro collettivo. Già prima che la notizia della conduzione di Amadeus fosse confermata, Fiorello ha detto che ci sarebbe andato. E il tentativo di coinvolgere anche Jovanotti, come in una rimpatriata tra vecchi amici, è subito scattato (anche se Lorenzo, alla fine, ha preferito declinare). Ha il sapore di quegli anni, Nicola Savino, che condurrà il dopo Festival. Nonché Sabrina Salerno, un’altra delle donne che affiancherà Amadeus, che di quel tempo era la sex symbol. Per non dire del suo oggetto del desiderio: Madonna. «Per carità di Dio – l’ha ripreso Fiorello –. Meglio Lady Gaga, musicista fantastica, cantante fantastica». Alla fine, non ci saranno né l’una né l’altra.

Certo, «la televisione generalista – dice a Linkiesta Riccardo Bocca, analista della comunicazione – è terrorizzata dalla modernità. Rincorre un pubblico giovane, ma sempre con dei mezzi tradizionali». E quindi è anche difficile individuare fino a che punto questa modernità cristallizzata agli anni ottanta-novanta sia totale responsabilità di Amadeus, o della televisione in cui Amadeus lavora. Se risponde a un criterio estetico o a un’esigenza di cifre, ascolti, di essere accogliente con il grosso del pubblico.

Di certo, è tradizionale l’universo maschile di Amadeus. Figlio di genitori emigrati a Ravenna dalla Sicilia, ha conservato un’idea solida della famiglia, sebbene si sia separato dalla prima moglie per sposarsi poi con Giovanna Civitillo, una ballerina conosciuta nel programma di RaiUno, l’Eredità. Quando a Scherzi a parte decisero di organizzargli un tranello, andarono da lei per scoprire qual era il suo punto debole. Lei gli raccontò che, una volta, a Milano, un tizio allungò le mani sul tram e scappò via. Lui si mise a cercarlo per tutto il quartiere, come prescrive un codice d’onore meridionale retrò. La consuetudine, a casa sua, è che lei gli raccontò per filo e per segno se qualcuno le ha rivolto la parola, chi era, com’era, che intenzioni aveva. Lo scherzo riuscì alla grande. Mobilitò tutta la possessività di Amadeus. Dopo che la moglie aveva anche spifferato che, quando escono, lui le chiede di camminare davanti, in modo tale che, se qualcuno si azzarda ad avvicinarla inopportunamente, interviene subito a mettere le cose in chiaro. Un passo indietro anche qui.

Le idee che ha Amadeus non le ha mai rivelate. Tifa per l’Inter e ha chiamato suo figlio José, in onore dell’allenatore che ha vinto il triplete in nerazzurro, Mourinho. Poi, nient’altro. Se è di destra, se è di sinistra, se è di centro, se è dei cinque stelle, se teme il cambiamento climatico, oppure crede sia solo una cazzata, se gli immigrati li vuole rispedire a casa, oppure vuole accoglierli tutti, se approva le citofonate, oppure le disprezza: non sappiamo niente. Non sappiamo nemmeno se, sotto questo suo personaggio pianeggiante, si nascondano invece delle profondità tutte private, cunicoli di interrogativi, pensieri verticali, tenuti scientificamente a distanza dal suo personaggio pubblico.

Sicuro è che, con lui, l’accostamento Sanremo-politica italiana, terreno di esercitazioni classiche, è privo di appigli. La dottrina dell’uno vale uno non attecchisce neanche un po’. Amadeus è un professionista che ha lavorato sodo, a lungo, con costanza. Ha attraversato un periodo nero, quando, dopo anni passati nei pre-serali Rai, andò a Mediaset e ricavò un paio d’anni di quasi oscuramento. Da cui uscì, racconta chi lo conosce, con la tempra dell’attendista. Fino ad arrivare, oggi, a condurre il più grande evento della televisione italiana, privilegio che non è toccato neanche a uno come Fabrizio Frizzi, che pure giocava in una categoria limitrofa alla sua. La sfida sarà capire se, per un’occasione così eccezionale, funzionerà il passo del conduttore normale. Oppure, genererà un corto circuito in cui rischia di rimanere stritolato.

«Non sono tanti – racconta a Linkiesta Massimo Bernardini, autore e volto di Tv Talk – i conduttori che muoiono dalla voglia di fare davvero Sanremo. Sono più numerosi di quanto si possa credere quelli che dicono: ‘Ma chi me lo fa fare?’». Il rischio è rimanere schiacciati sotto il peso di un appuntamento esagerato, nel quale ogni parola può diventare la scintilla di una polemica. Amadeus ha rischiato. «Sanremo è il sogno di chiunque faccia questo mestiere» disse l’anno scorso, molto prima che gli chiedessero di farlo davvero. Poco prima, aveva finito di festeggiare l’ennesimo capodanno a Matera, con L’anno che verrà, in diretta su Rai 1. Dove, nel 2015, celebrò l’arrivo dell’anno nuovo un minuto prima del dovuto. E giù critiche a lui, alla Rai, la tv pubblica. Successe un casino. Una rarità nel suo curriculum ordinato. Guarda caso, in una delle poche volte in cui aveva fatto un passo in avanti di troppo.

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