L’influenza degli AyatollahTra complotti e rivalità, il coronavirus contagia l’Iran e affonda il Medio Oriente

Dal Libano all’Iraq, la politicizzazione dell’emergenza legata all’epidemia di Covid attraversa la regione lungo le linee di divisioni storiche, inasprendo i rapporti tra le monarchie del Golfo e la teocrazia di Teheran

Haidar HAMDANI / AFP

Il primo caso di coronavirus in Libano risale al 20 febbraio: una passeggera di un volo partito dalla città santa sciita di Qom, Iran, è risultata positiva all’arrivo a Beirut. Quanto basta per trasformare l’inizio di un’emergenza sanitaria in una questione politica.

Il dibattito in Libano è polarizzato da sempre tra i partiti contrari all’influenza iraniana sul paese e i movimenti e le milizie, in prevalenza sciiti, sostenuti e finanziati da Teheran, come Hezbollah. L’emittente locale MTV, che nel 2002 fu chiusa per le sue posizioni contro la Siria – alleato dell’Iran – per poi riaprire qualche anno dopo, ha commentato il primo caso di coronavirus in Libano con un editoriale: «Come se quello che l’Iran manda in Libano e ai libanesi non fosse abbastanza, ora ci spedisce anche il coronavirus». Il riferimento è alle armi che Teheran fornisce alle milizie sciite libanesi, che da anni combattono anche a fianco del dittatore siriano Bashar el Assad in Siria.

È «immorale» politicizzare al crisi, ha risposto il vice segretario generale di Hezbollah. I politici del suo movimento sono tra i principali obiettivi di una piazza che da ottobre protesta contro la corruzione delle élite politiche, contro il confessionalismo del sistema e anche contro l’influenza di Teheran.

Un’altra rivoluzione, in un altro paese mediorientale, ha l’Iran come obiettivo della sua rabbia. La piazza irachena, che come quella libanese chiede la fine della corruzione politica e dell’ingerenza iraniana, ha pericolosamente deciso di non abbandonare la mobilitazione nonostante la diffusione veloce del virus, diventato protagonista dei suoi slogan politici. Mentre il governo chiude scuole, università, luoghi di culto e aggregazione, da Bagdad a Basra, nelle proteste dei giorni scorsi, i manifestanti hanno scandito cori come: «I politici sono il vero virus», «Siete voi il corona».

La politicizzazione dell’emergenza legata alla diffusione del coronavirus attraversa il medio oriente seguendo faide storiche e divisioni decennali nella regione.

In medio oriente, il maggior focolaio del Covid-19, il nome ufficiale del virus, è in Iran: con oltre 7.161 casi individuati, il quarto paese al mondo per contagi dopo Cina, Corea del Sud e Italia. La notizia dei primi ricoveri è diventata subito politica quando si è diffuso il timore che il regime stesse nascondendo l’estensione del rischio e il numero dei contagi per evitare che una bassa affluenza alle elezioni del 21 febbraio potesse influenzare negativamente le élite politiche conservatrici, già indebolite da intense proteste popolari nei mesi passati e dalle sanzioni imposte dall’Amministrazione Trump dopo l’abbandono dell’accordo sul nucleare. Il virus è diventato subito il frutto di un complotto nella propaganda di regime, «una congiura» di non meglio specificati «nemici dell’Iran», come ha dichiarato il presidente Hassan Rouhani.

La frattura che da decenni attraversa il medio oriente – quella tra potentati sunniti del Golfo e Iran sciita – non accenna a indebolirsi neppure di fronte a un’emergenza mondiale come quella del coronavirus se l’Arabia Saudita – che con una misura storica davanti alla diffusione del Covid-19 ha chiuso i luoghi più sacri dell’Islam al pellegrinaggio – ha denunciato direttamente Teheran per aver garantito ai suoi cittadini accesso nel paese. «Queste azioni sono la prova della responsabilità diretta dell’Iran nell’aumentare l’infezione del Covid-19 nel mondo», è quanto scritto in una nota ufficiale del regno. E sulle televisioni saudite il tono è simile: «Qualcosa è marcio nello stato di Persia: la Repubblica islamica dell’Iran copre su larga scala un’epidemia che può portare sofferenze a milioni», è l’opinione del direttore dell’emittente al Arabiya, Mohammed Alyahya.

Gli Emirati arabi, alleati dell’Arabia Saudita, le cui due principali linee aeree, Etihad e Emirates, non hanno mai smesso di volare sulla Cina – dove si trova il primo e più vasto focolaio del coronavirus – hanno cancellato la tratta su Teheran. Un quotidiano di Dubai ha erroneamente attribuito al focolaio iraniano il legame con i primi contagi locali – oltre 40 – mentre in realtà l’origine sarebbe la Cina.

Non ci sono però soltanto faide e politicizzazione della crisi in questa storia. Per quanto sia profonda la divisione politica tra i paesi del Golfo e il vicino Iran, è stata l’aviazione degli Emirati ad aiutare l’Organizzazione mondiale della sanità a trasportare in Iran 7,5 tonnellate di aiuti medici. Il direttore del quotidiano saudita in lingua inglese, Arab News, Faisal J. Abbas, ha firmato un editoriale dal titolo: «No, il Qatar non è dietro il coronavirus».

Un’altra spaccatura politica nella regione è infatti quella nata pochi anni fa tra il piccolo emirato del Qatar e il resto del Golfo, a causa della politica estera di Doha non allineata con quella di Riad e Abu Dhabi. Da anni, tra paesi un tempo alleati, c’è una profonda guerra di propaganda incrociata. Ha scaturito online reazioni in ogni direzione il tweet di una scrittrice e giornalista del quotidiano saudita Okaz, Noura Al Moteari, che accusa il Qatar della creazione del coronavirus con l’intenzione di compromettere l’Expo del 2020 negli Emirati e le sorti di Vision 2030, l’ambizioso piano economico per il regno saudita del principe ereditario Mohamed bin Salman.

Il direttore di Arab News, pur imputando al Qatar tutti i mali dell’area, nell’editoriale in cui critica quel tweet chiede qualcosa di raro per la regione: «Durante i tempi di grande turbolenza e crisi, dobbiamo rimanere uniti più che mai e ignorare le nostre differenze. Dopotutto, le pandemie – come il terrorismo – hanno come obiettivo ogni essere umano. E non fanno differenza tra colore, religione o razza».

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