Deep State nostranoIl paddle e quella volta che stava per nascere il governo Cottarelli

“Io sono il potere” , il libro con le confessioni di un capo di gabinetto della prima, seconda e terza repubblica. La lista dell’esecutivo tecnico che piaceva ai funzionari dello Stato e le partite a racchettoni per capire chi conta e chi no in politica

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Il rito può durare poche ore o mesi. Non ci sono regole precise. Ogni epoca ha una liturgia diversa. Ogni governo ha una storia diversa. La caduta di un governo non è mai improvvisa. Ha almeno tre mesi di incubazione. Anche se il mio ministro non me lo dice, io arguisco che siamo ai titoli di coda. Lo respiro nell’aria del ministero, meno stantia del solito. Nella fretta di chiudere i dossier. Nella gestione delle nomine. È una lenta decelerazione, la macchina senza benzina non si ferma dopo un metro. Invece la nascita di un governo è un’epifania. L’esperienza mi ha dotato di un’arte rabdomantica per capire quali sono le parole, i gesti, talvolta i silenzi che segnalano in modo inequivocabile che un governo si sta formando davvero. Che è arrivato il momento. Perché se lo capisci, puoi essere dentro. Ma se fai un passo falso, se sbagli il momento, resti fuori. Capita anche ai più esperti.

Nel maggio 2018, quando l’ipotesi del governo M5S-Lega pareva tramontata, alcuni di noi si prodigarono per far nascere il governo Cottarelli, di cui esisteva al Quirinale non proprio la lista dei ministri, ma quella dei potenziali ministri, i cosiddetti “contattabili”. Alla Salute il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi. Agli Esteri il segretario generale della Farnesina, l’ambasciatrice Elisabetta Belloni. Alla Difesa la politologa Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto affari internazionali. Allo Sport la campionessa paraolimpica Bebe Vio. Agli Interni il prefetto Francesco Paolo Tronca. All’Economia l’ex rettore dell’università Bocconi, Guido Tabellini. E dietro di loro, i capi di gabinetto erano già in pole position. Sbagliavano. Quel governo di salute pubblica abortì in poche ore. Chi aveva scommesso sul governo Cottarelli si ritrovò bruciato. Chi era rimasto nelle grazie di Salvini e Di Maio si ritrovò capo di gabinetto dei ministeri principali.

La sera che fu annunciato l’incarico a Cottarelli eravamo a cena. Ci bastò un sms a un futuro ministro della Lega per intuirne l’epilogo. “Che succede?” “Tenetevi pronti.” La nascita di un governo è il momento in cui ci si guarda allo specchio e si fanno i conti, come nell’ascensore dopo una serata tra pokeristi incalliti. Eccolo, il momento. Adesso. So che per me la resa dei conti è adesso. Ancora poche ore e ci sarà la lista dei ministri. Si farà sul serio. Si formeranno gli staff. E allora basta progetti, alleanze sulla carta e chiacchiere da calcio-mercato. Si capirà davvero come ho lavorato nelle ultime settimane. Se ho seminato bene, sarò dentro. Altrimenti a casa. A fare altro: lezioni, sentenze, convegni, libri, pareri, arbitrati. La solita vita. Dorata ma banale. Non mi va di fare la fne degli allenatori di calcio che ad agosto, non riuscendo a trovare una squadra decente che li ingaggi, si accontentano di comparsate televisive e interviste amarcord sulla “Gazzetta dello Sport”. Il destino di chi resta fuori è inesorabile. E poco conta se hai già allenato in Serie A o in Premier League, se la tua bacheca luccica di trofei, se ti senti un José Mourinho costretto sul divano davanti alla tv, mentre sul prato del Bernabéu viene acclamato un Oronzo Canà qualsiasi. Nel mercato del potere il curriculum conta solo per contribuire al disboscamento dell’Amazzonia. Decidono le relazioni, le affliazioni, le convenienze, i crediti, i favori, le ruggini, i rancori, le intese, i cassetti aperti e chiusi. E le coincidenze. Gli allenatori che restano a casa, il mio incubo. A domandarsi se sono fniti. Bolliti. Esclusi, forse per sempre, dal campo in cui si sta disputando la vera partita.

Il grande gioco del potere. A casa sono nervoso. Intrattabile. Disdico gli impegni. Voglio stare solo. Solo con i tre cellulari a portata di mano. Può chiamare chiunque, sempre. E con un occhio su WhatsApp, su LinkedIn, su Telegram e su Signal. I messaggi ormai arrivano sui canali più strani, meglio se non intercettabili e in grado di autodistruggersi. La telefonata, il messaggio giusto che cambia la vita. Esco. Vado a correre a Villa Borghese, dove al più incrocio Marta Cartabia, la prima donna diventata presidente della Corte costituzionale. Ripenso alle ultime settimane, riordino nella testa le pedine che ho mosso. Il mio metodo è cercare di calcolare, quando il governo è ancora in gestazione, che spiragli ci sono. Dove tira il vento. Periodi lunghi e diffcili. Di trattative. Di attese. Di mosse a scacchi. Non solo fra i partiti, ma anche fra noi aspiranti capi di gabinetto. Sottotraccia.

Non è facile capire quando esserci e quando no. Perché è vero che il gioco del potere è come il calcio-mercato, ma con regole speciali: non sempre far girare un nome ne aumenta il valore. Devi dosarti, distanziarti, comparire solo al momento opportuno. Non c’è niente di più patetico di un capo di gabinetto smanioso di incarico, freneticamente postulante. Se gli spazi sono stretti, meglio lasciar perdere. Se ne riparla al prossimo governo. Se sei in partita, invece, non devi lesinare sforzi. Io sono in partita. Ho chiamato e ho fatto accordi con chiunque. Se io faccio il capo di gabinetto, posso mettere sul piatto un ambìto posto da capo dell’ufficio legislativo. E viceversa, s’intende. Tua moglie è ancora direttore generale? Potrebbe spendere una parola per me. Se conosci bene il futuro sottosegretario, potremmo organizzare un pranzo. Mi sono ricordato che mi avevi parlato di un bravo dirigente del ministero che si sente sottoutilizzato, potrei dargli una mano. Tuo cugino come vice? Perché no. Accordi che possono valere zero. Ma anche aprire il canale giusto. Servono a preparare il terreno, a farsi trovare pronti.

Io conosco tutti. Un caffè in piazza Farnese, all’ombra del Consiglio di Stato. Un aperitivo nei dintorni di piazza Mazzini, feudo della Corte dei conti. Senza mai dimenticare l’Avvocatura dello Stato, nell’ex convento agostiniano impreziosito dal refettorio vanvitelliano dove campeggia il beneaugurante affresco sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Strette di mano a convegni. Pranzi e cene. La Caffettiera di piazza di Pietra. I circoli sul Tevere. Visite in Parlamento. Discreti passaggi a largo del Nazareno. Sui due lati: sede del Pd e uffci di Gianni Letta. Copertura bipartisan. Anche se negli ultimi anni si sono aggiunte nuove parti e chi ha visto lontano si è spinto a Milano. Direttamente in via Bigli, per accreditarsi con la Casaleggio Associati. O indirettamente attraverso docenti universitari, avvocati e manager in grado di stabilire un contatto. Io ne conosco qualcuno nella A2A, la municipalizzata lombarda di gas ed energia. I leghisti hanno diverse anime. Quelli della prima ora come Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti sono pienamente romanizzati. Ma i nuovi della gioventù salviniana bisogna intercettarli a Pavia, a Varese, a Bergamo. Il Veneto è un mondo da coltivare a parte, perché risponde non a Matteo Salvini ma a Luca Zaia. Forse, però, le cose più utili sono le partite a paddle. Perché oggi l’Italia, per come la vedo io passeggiando sul lungotevere, è una Repubblica fondata sul paddle.

Credevo di aver già dato con lo squash negli anni ottanta. Invece ho dovuto imparare a giocare anche a paddle. Mi hanno raccontato che nacque per sbaglio nel 1969, quando il messicano Enrique Corcuera volle costruirsi un campo da tennis nel cortile di casa, a dispetto dello spazio insuffciente e dei quattro lati chiusi da muri di cemento. Ne venne fuori un campo ingabbiato, in cui le pareti sono parte del gioco. Si batte solo da sotto. I game fniscono a 40. Si può uscire dal campo per giocare la palla quando supera le barriere. Io sono tradizionalista. Mi piacevano le scuole di partito e il tennis. Le palle corte e i Consigli dei ministri sempre nello stesso giorno e alla stessa ora. Mi sono dovuto rassegnare. Le scuole di partito non esistono più. I Consigli dei ministri si svolgono anche nel weekend, convocati con mezz’ora di anticipo. E nel paddle non esistono le palle corte.

Mai rivangare i ministri della Prima Repubblica. Mai rimpiangere i gesti bianchi del tennis, anche se vorrei urlare tutta la rabbia che ho in corpo quando leggo certi sgangherati decreti ministeriali o estraggo dal borsone la racchetta a forma di padellino bucherellato. Oggi il paddle è il nuovo golf. Il nuovo tennis. Consacrato in tutti i circoli dove si ritrovano parlamentari, presidenti (a Roma chiunque è presidente di qualcosa), lobbisti, ministri veri o mancati, generali e diplomatici, aspiranti alle migliaia di incarichi pubblici o parapubblici che si distribuiscono ogni giorno. Lo spogliatoio affratella, la nudità condivisa favorisce il negoziato. Tra barbe grondanti sudore, membra spossate e ventri batraciani si può chiedere, promettere, stringere patti di ferro. Decidere commissariamenti di grandi aziende in crisi che valgono parcelle di decine di milioni di euro oltre al potere di assegnare senza gara consulenze a cascata, secondo criteri di reciprocità. Solo i commissari dell’Ilva hanno attribuito negli ultimi tre anni 52 incarichi a una ventina di studi legali, con tariffe fno a 650 euro l’ora. Soldi che il 99,9 per cento dei 250.000 avvocati e dei 120.000 commercialisti italiani non vedranno in tutta la loro vita.

da “Io sono il potere – confessioni di un capo di gabinetto” (Feltrinelli), raccolte da Giuseppe Salvaggiulo

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