Pessimismo viraleIl corona non è solo un virus, è l’inizio di una nuova èra

Siamo tutti diligenti cittadini e patrioti, ci affidiamo alla scienza, malgrado anche gli epidemiologi navighino a vista, e restiamo a casa. Ma ci illudiamo che quando il Covid-19 sarà sconfitto, si tornerà alla vita normale. Non sarà così

ALBERTO PIZZOLI / AFP

Mentre dal mondo là fuori arriva solo il suono lancinante delle sirene delle ambulanze, da bravi cittadini e diligenti patrioti stiamo tutti a casa e usciamo solo «per pisciare il cane», attività consentitaci ai sensi del dpcm dell’11 marzo corrente mese. Ci stringiamo a coorte, ma rispettando il metro e 85 di distanza regolamentare, mica come le sardine strette strette. Non facciamo rumore, nonostante Sanremo ci abbia suggerito altrimenti. Come sempre quando serve, ci comportiamo da popolo adulto, non solo impaurito ma anche saggio, grazie anche agli eroi del Servizio sanitario nazionale e del privato convenzionato, in prima linea a salvare i nostri concittadini ammalati di Covid-19.

Stiamo compostamente tutti a casa, nonostante gli inglesi dicano che stare a casa al chiuso è peggio che stare sulle gradinate di uno stadio perché un essere umano positivo al massimo può infettare due o tre persone. Nessuno di noi che si occupa di politica, affari, cultura o sport sa se abbia ragione Roberto Burioni o il professor Brusaferro dell’Istituto Superiore di Sanità o l’equivalente inglese o tedesco o le decine di statistiche e di curve e di previsioni e di proiezioni e di paper che leggiamo ogni giorno sui social senza capirci un tubo.

Possiamo solo fidarci. Dobbiamo fidarci. E poi sperare che il vaccino sia pronto prima che sia troppo tardi, per questo serve una Radio Londra contro l’occupazione del virus capace di informarci e di guidarci raccontandoci lo sforzo bellico per sconfiggere il nemico pandemico. Per il resto non ci resta che aderire a una dottrina epidemiologica qualsiasi come se si trattasse di una religione del nostro tempo, ciascuna con denominazioni, liturgie e sacramenti diversi e anche opposti: tipo #iorestoacasa italiano e #megliodino inglese. Confesso di essere un apostolico buroniano, forse perché è della Lazio certo non per mie competenze microbiologiche, però a naso mi convince di più il ragionamento suo e di chi dice che la strada per contenere l’epidemia è l’isolamento, anche perché a poco a poco gli stanno dando tutti ragione, come dimostra l’improvviso cambio di linea di Macron che dopo due settimane di minimizzazione ieri ha chiamato les citoyens aux armes e ha chiuso le scuole e altro.

Ma dall’altra parte ci sono ancora i tedeschi e gli inglesi, mentre Trump lo lasciamo stare perché è un cialtrone interessato soltanto alla soluzione più conveniente a garantirgli la rielezione, quindi perderà. Angela Merkel e Boris Johnson suggeriscono di non bloccare i loro paesi non si capisce se perché sottovalutano la catastrofe imminente o perché sono cinici non li vogliono piegare economicamente e o perché sono ancora convinti di poterla sfangare o, magari, perché hanno ragione sempre in nome della scienza, della statistica, della curva e di un qualche paper. Di certo c’è, come dice un mio amico, che gli epidemiologi di diversa confessione sembrano meno affidabili degli astrologi, perché almeno gli astrologi su certe cose sono d’accordo, qui abbiamo dato credito a chi ci spiegava che si trattava di una semplice influenza.

E allora non ci resta che aspettare fatalmente queste fatidiche due settimane di isolamento in cui arriverà prima il picco delle infezioni e poi si spera anche la luce in fondo al tunnel, mentre si approntano nuovi posti letto e si attivano nuovi macchinari per le terapie intensive. Ma il dubbio è che sia tutta un’illusione ottica, cioè che in realtà non vedremo mai questa luce in fondo al tunnel, perlomeno prima del vaccino che presumibilmente arriverà tra più di un anno. Il timore è che tutte le rassicurazioni collettive e tutti gli hashtag che ci scambiamo a una velocità superiore a quella del corona a proposito del torneremo più forti di prima e anche più sociali, con la i, siano poco più che un miraggio.

Macron ieri non ha escluso che possa esserci una seconda tornata del virus che attacca anche i più giovani e lo stesso Burioni non sa ancora dire se una volta guariti dal Covid-19 si possa riammalarsi, magari anche più gravemente come avviene con altri virus.

Due settimane di lockdown sono faticose ma anche poche, ammesso che saranno soltanto due, e tra l’altro in alcune parti del paese sarebbero comunque quattro. Le faremo passare, consapevoli dei danni strutturali che causeranno. Ma ho come l’idea che il virus corona ci cambierà per sempre, economicamente e socialmente, come non è riuscito al terrorismo politico, allo shock petrolifero, all’islamismo radicale, alla crisi finanziaria. Credo che il corona segnerà il nostro tempo come la spagnola o la poliomielite o la guerra hanno temprato le generazioni precedenti. Difficilmente torneremo nei centri commerciali, in piazza, in aereo senza le precauzioni di questi giorni. Cambieremo le abitudini, i consumi e la produzione. La vita dopo il Covid, quando rinascerà, non sarà la solita vita di prima senza il virus. Sarà un’altra epoca. L’inizio di una nuova èra.

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