Thierry Breton vs Marghrete VestagerCampioni europei contro libera concorrenza. È iniziata la lotta per disegnare il futuro dell’industria Ue

Il 10 marzo il commissario al mercato interno presenterà il suo piano. Francia, Germania, Italia e Polonia vogliono colossi in grado di competere con Cina e Stati Uniti. Ma oltre la metà degli stati membri vuole evitare monopoli contro i consumatori

ARIS OIKONOMOU / AFP

È iniziata la lotta politica per disegnare il futuro dell’industria europea. Francia, Germania, Italia e Polonia chiedono di cambiare il metodo con cui si prendono decisioni sulla concorrenza e permettere la fusione di grandi aziende europee per creare dei “campioni” in grado di competere con i colossi di Cina e Stati Uniti. Mentre più della metà dei paesi membri dell’Unione europea vuole proteggere le piccole aziende che competono nel mercato unico ed evitare monopoli che possano danneggiare imprese e consumatori alzando i prezzi di beni e servizi. I più agguerriti sostenitori dello status quo sono Svezia, Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi e Repubblica ceca. Queste due fazioni si scontrano da mesi a colpi di lettere ai giornali, incontri e dichiarazioni. Ciascuna ha trovato un suo “paladino” all’interno della commissione europea.

Da una parte c’è la commissaria Ue al digitale Margrethe Vestager, la guardiana della libera concorrenza che finora ha impedito la fusione tra due grandi gruppi europei nel settore ferroviario: la francese Alstom e la tedesca Siemens. Un’operazione che avrebbe potuto creare un campione da 15 miliardi di euro di fatturato. E ha aperto due indagini per capire se bloccare anche la fusione tra l’italiana Fincantieri e i Chantiers de l’Atlantique (ex Stx), presenti in Francia ma di proprietà sudcoreana e l’acquisizione dell’olandese GrandVision da parte del colosso italo francese EssilorLuxottica di Leonardo Delvecchio.

Dall’altra, per la prima volta, Francia, Germania, Italia e Polonia hanno un sostenitore dei “campioni europei” pronto ad attuare le loro istanze nella Commissione. È il francese Thierry Breton, ex ministro dell’economia diventato poi amministratore delegato della multinazionale tech Atos. A dicembre è stato nominato commissario Ue al mercato interno, dopo la bocciatura di Sylvie Goulard nell’audizione al Parlamento europeo. Martedì in un’intervista su Le Figaro, Breton ha anticipato qualche dettaglio della sua prima iniziativa politica: un piano che presenterà il 10 marzo per rinnovare la strategia industriale europea. «L’Unione europea non deve avere come unico obiettivo quello di ridurre i prezzi per i consumatori. Le nostre imprese che sono alla base del nostro lavoro, dei nostri progressi e della nostra sovranità, devono essere ricondotte al centro delle nostre politiche. Sarà la mia bussola. Ciò comporta ovviamente la rivisitazione delle politiche che incidono sulla concorrenza». Un riferimento implicito alla commissaria Vestager, che lunedì in un evento al College d’Europe di Bruges aveva detto: «Non costruisci “campioni” forti scegliendo un favorito e proteggendoli dalla concorrenza in Europa. Lo fai dando a tutti una buona opportunità».

Forse anche per questo Breton ha chiarito in un’intervista a Politico.eu di non amare particolarmente l’espressione “campione europeo”: «La semantica è importante in politica. Personalmente, non mi piace questo termine “campioni” e non lo uso». Secondo una fonte della Commissione si tratta di una sottile arma di pretattica per evitare un irrigidimento da parte degli Stati favorevoli alla concorrenza. Breton cercherà di espandere fino a quanto possibile i confini della missione che la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen ha scritto per lui nella lettera d’incarico: «Voglio che tu contribuisca a una strategia globale a lungo termine per il futuro industriale dell’Europa. Ciò vuol dire coprire tutti gli aspetti che riguardano l’industria e la sua competitività».

Quella di Breton è un’invasione di campo? Non proprio. Piuttosto cambiare, o almeno interpretare in modo diverso le regole del gioco. «Nessuno sano di mente sosterrebbe che Draghi abbia violato i trattati quando è stato presidente della Banca centrale europea. Con il suo whatever it takes ha interpretato con un certo tipo di visione le regole a sua disposizione. Allo stesso modo Breton ha fatto capire che c’è un largo margine per costruire un nuovo equilibrio. In passato ci siamo concentrati molto sul tema dei prezzi per i consumatori e della libera concorrenza. Ora avremo bisogno di ragionare su come favorire la crescita di “campioni” europei, lavorando sul tema delle aggregazioni, degli ecosistemi e dei distretti. L’Europa dovrebbe ragionare come attore a livello globale», chiarisce l’eurodeputato del Pd, Brando Benifei, uno dei più influenti membri della commissione del Parlamento europeo per il mercato interno e la protezione dei consumatori. «Detto questo, aspettiamo la proposta concreta per assumere una posizione. Di sicuro non ce la caveremo in una settimana. Questo dibattito ci accompagnerà per tutta la prima parte della legislatura. Trovare un equilibrio non sarà semplice. Non parlo solo di norme, ma anche di come verranno interpretate in ottica di competizione globale dalla Commissione europea che su queste materie ha un potere esecutivo reale, rispetto ad altri campi».

Anche Manfred Weber, il capogruppo del Partito popolare europeo, il raggruppamento più numeroso nell’Europarlamento, ha inviato lunedì una lettera formale a Vestager e Breton per chiedere una sintesi per superare regole sulla concorrenza scritte negli anni ‘60, quando la concorrenza era solo europea. Ora bisogna affrontare multinazionali cinesi che hanno la loro sede a Singapore ma ricevono ingenti aiuti di Stato da parte del governo.

«Trovo curiosa la posizione dell’Italia che si è di fatto schierata con Francia e Germania. Perché nel sistema corrente di regole europee non c’è un vincolo strutturale alla crescita dimensionale delle imprese. C’è piuttosto un vincolo alla crescita dimensionale che produce delle conseguenze negative per i consumatori europei. La Commissione ha bloccato la fusione Alstom-Siemens perché l’operazione avrebbe creato un monopolista dei meccanismi di segnalazione ferroviaria a danno delle imprese ferroviarie. Tra questi ci sono due dei nostri “campioncini” nazionali: Italo e Trenitalia», spiega Carlo Stagnaro, senior fellow dell’Istituto Bruno Leoni. «A parte Fincantieri e Luxottica non ci sono altri casi di grandi imprese italiane sfavorite dall’attuale sistema di regole. Mentre sono tantissime le piccole e medie imprese italiane che rimangono fuori dal radar della Commissione europea e beneficiano della competizione e libera concorrenza contro i monopoli». Fonti di Forza Italia al Parlamento europeo fanno notare anche il vero problema della concorrenza europea è legato alla delocalizzazione delle imprese. Molte aziende italiane vanno nei Paesi all’interno dell’Unione che offrono una tassazione più bassa e un minor costo della manodopera.

In questo scontro tra commissari, il gruppo liberale al Parlamento europeo, Renew Europe, si trova in una posizione particolare. Il leader di fatto del movimento è Emmanuel Macron, che esprime una posizione favorevole ai “campioni” europei, ma la commissaria europea di punta dell’eurogruppo è Vestager. «Sono sicuro che si troverà un compromesso utile con Margrethe, la migliore commissaria nella passata legislatura e in questa. La sua attenzione per la tutela dei consumatori è stata fondamentale in questi anni. Lei stessa però ha detto che è necessario rivedere regole e approcci della concorrenza per mettere le imprese in condizione di reggere la competizione mondiale», spiega Sandro Gozi, il primo eurodeputato italiano eletto in una lista francese, Renaissance.

Un punto di contatto tra Vestager e Breton è il sentire comune sulla necessità di proteggersi dalle multinazionali tech statunitensi. A Le Figaro il commissario per il mercato unico ha detto che l’ambizione del suo piano è quello di far emergere aziende tecnologiche europee come leader mondiali nelle piattaforme dati e nello sviluppo di nuove applicazioni legate all’intelligenza artificiale. «Siamo circondati di “campioni” europei che competono nel mondo e convivono tranquillamente con la competition policy europea così com’è: Vodafone, Ryanair, Allianz o case d’auto tedesche o Fca-Psa. Ci sono tante aziende europee nella lista di Forbes delle 500 imprese più grandi al mondo, Il problema vero è che in quella lista non ci sono giganti europei del tech e digitale perché qui ci sono vincoli alla sperimentazione del nuovo. L’approccio tipico europeo è “se non riesco a incasellarti nella regolamentazione, non esisti e non puoi fare le tue cose, finché non trovo il modo di darti un nome e un cognome”, l’approccio statunitense invece è legato al “diritto a innovare”: «Prima fai una cosa nuova e poi la regolamento», spiega Stagnaro. «5G e intelligenza artificiale sono i due settori in cui bisogna fare delle scelte di politica industriale molto precise per fare crescere dei soggetti industriali europei in grado di reggere la competizione mondiale: lì the size matters, la dimensione conta», chiarisce Gozi.

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