Repressione e inciviltàIl coronavirus è un’ottima scusa per gli autocrati di tutto il mondo

Quando l’emergenza sarà scomparsa e la malattia sconfitta o arginata, la maggior parte delle democrazie occidentali cancellerà le restrizioni delle libertà adottate finora. Almeno si spera. Non sarà lo stesso però in molte dittature o regimi autoritari

Attila KISBENEDEK / AFP

Lo stato di emergenza in Egitto è stato imposto nel 1981, dopo l’assassinio del presidente Anwar al-Sadat. Le leggi speciali garantivano al nuovo leader, Hosni Mubarak, vasti poteri per la detenzione di sospetti e l’utilizzo di tribunali speciali, quindi marziali. Ci sono voluti 31 anni, una rivoluzione e il crollo di un regime affinché quelle misure, prese durante una crisi ed estese ogni due anni con le più svariate motivazioni, fossero cancellate. 

«Le dittature e le società autoritarie hanno spesso inizio a fronte di una minaccia. È importante rimanere vigili», ha detto in queste settimane di pandemia Joseph Cannataci, inviato speciale delle Nazioni Unite per il diritto alla privacy. Non è facile rimanere vigili mentre un terzo della popolazione mondiale è in isolamento, mentre i leader delle democrazie liberali e delle organizzazioni internazionali sono occupati a risolvere un’emergenza sanitaria e una crisi economica già scritta. 

Dal Brasile all’Italia, l’esercito pattuglia le strade deserte delle città, le forze dell’ordine hanno il mandato di fermare e multare i cittadini che non rispettano le misure di restrizione, mentre i droni sorvolano il territorio. Anche le nazioni più libere e democratiche discutono su come scendere a patti con le proprie tradizioni liberali, ipotizzando di adottare per il monitoraggio dei contagi misure di sorveglianza digitale invasive simili a quelle implementate in Corea del Sud, a Taiwan e Singapore. 

Quando l’emergenza sarà scomparsa e il virus, presto o tardi che sia, sconfitto o arginato, la maggior parte delle democrazie occidentali cancellerà le restrizioni delle libertà adottate finora. 

Non sarà lo stesso però in molte dittature o regimi autoritari, dove in queste ore alcuni leader approfittano dell’allerta per reprimere le opposizioni di sempre, mettere a tacere la stampa più critica, o ampliare la presa sulle istituzioni. Il virus colpisce in un momento già difficile per lo stato di diritto. Il titolo di un rapporto del 2019 di Freedom House, sui dati relativi al 2018, è sufficiente a fare un quadro completo della situazione: «Democracy in Retreat», o della democrazia in ritirata.

Il premier ungherese Viktor Orbán non è il solo ad aver sfruttato la scusa della lotta al coronavirus per arrogarsi poteri speciali e assoluti. La prima reazione di alcuni autocrati e dittatori è stata quella dettata dal diffuso atteggiamento tra populisti, nazionalisti e sovranisti di screditare scienziati ed esperti, per dire che no, il Covid-19 è soltanto un’influenza. 

Lo ha fatto in Brasile Jair Bolsonaro, per poi ritrattare, troppo tardi, e parlare della «sfida più grande». Alexander Lukashenko, che dopo la mossa di Orbán ha perso il titolo di “ultimo dittatore d’Europa”, non ha ancora ritrattato. La Bielorussia è l’unico paese della regione dove non è stato fermato il campionato di calcio. Il suo presidente consiglia per ora soltanto di lavarsi bene le mani e di farsi una sauna un paio di volte alla settimana, «perché il virus non sopporta le alte temperature».

I mass media in Turkmenistan si starebbero auto-censurando sulla pandemia – secondo Reporter senza Frontiere – perché la strategia del regime, uno dei più repressivi al mondo, sarebbe quella di minimizzare la portata dell’emergenza. Il governo non dichiara casi di Covid-19 benché il paese confini con uno dei luoghi più colpiti al mondo, l’Iran.

Ci sono gli autocrati negazionisti e ci sono quelli che sfruttano la situazione per solidificare l’apparato repressivo. In un discorso alla nazione sulla minaccia del coronavirus, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha definito i rivali politici traditori, quinte colonne e nemici. Pochi giorni dopo, le autorità di Baku hanno chiuso l’ufficio di un gruppo di opposizione, il movimento D18, per evitare assembramenti durante l’emergenza coronavirus. Nell’ufficio lavoravano quattro persone.

Amnesty International teme che diversi autocrati stiano sfruttando la crisi del Covid-19 «per soffocare critiche e dissenso». Tra questi c’è il presidente filippino Rodrigo Duterte, che ha insanguinato il paese con una cruenta guerra contro narcotrafficanti, spacciatori e tossicodipendenti. Non era retorica la sua minaccia di «sparare a vista» a chiunque non rispetti le restrizioni. Un uomo di 63 anni, presumibilmente ubriaco, è stato ucciso pochi giorni fa dalla polizia. Non indossava la mascherina e alla richiesta delle autorità di farlo sarebbe nato uno scontro.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stato criticato dalle opposizioni e da membri del personale medico per essersi rifiutato di imporre misure rigide di contenimento, raccomandando ai cittadini una quarantena su base volontaria. Le critiche alla sua autorità non sono passate inosservate: ci sono stati centinaia di arresti per commenti apparsi sui social media e alcuni medici si sono dovuti scusare pubblicamente dopo essere stati arrestati.

E se su troppi, soprattutto in Italia, ha influsso il fascino del modello cinese nel contenimento del virus, con misure restrittive sulle libertà individuali possibili soltanto in una dittatura, uno studio di febbraio dell’Economist racconta con i numeri come, nonostante tutto, siano le democrazie a contenere e gestire meglio la diffusione di malattie e contagi. 

Utilizzando gli archivi dell’International Disaster Database dell’università Cattolica di Lovanio, in Belgio, lo studio analizza dati in centinaia di paesi dal 1960 a oggi. «Per ogni livello di reddito, le democrazie sembrano avere un tasso di mortalità per malattie epidemiche inferiore rispetto a quello di stati non democratici». Secondo gli autori, «i regimi autoritari, benché capaci di coordinare imponenti progetti, sono mal equipaggiati per quanto riguarda questioni che richiedono una libera circolazione delle informazioni e un dialogo aperto tra cittadini e governanti». 

Un caso racconta meglio di ogni altro i risultati di questo studio. È quello del dottor Li Wenliang, l’oftalmologo di 34 anni di un ospedale di Wuhan – maggior focolaio dell’epidemia in Cina – che per primo ha tentato a dicembre di lanciare l’allarme sulla pericolosità del misterioso virus. Allora fu messo a tacere, accusato di diffondere false informazioni. È stato poi riabilitato dalle autorità cinesi, quando ormai era pandemia globale. E dopo la sua morte, per aver contratto il Covid-19.

 

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