L’altra LombardiaLe ragioni dietro la pessima gestione del virus in Piemonte

Pochi tamponi, mancano i dispositivi di protezione, caos nelle residenze per anziani e gli allarmi inascoltati dei medici di base. Ecco perché il presidente Cirio ha voluto creare, indovinate un po’, una task force, coinvolgendo l’ex ministro della Salute Fazio

MARCO BERTORELLO / AFP

«Oggi che le ferite sono ancora aperte possiamo capire le criticità del sistema: da lì ripartiremo per costruire una sanità di territorio». Con queste parole il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore alla Sanità Luigi Icardi hanno lanciato una task force che servirà a gestire la “fase 2” sanitaria nella regione e che si insedierà questo pomeriggio, dopo il via libera della Giunta arrivato ieri. Con 21.437 casi positivi registrati al 20 aprile, in base ai dati diffusi dalla Regione, il Piemonte è tra le zone più colpite dall’epidemia.

A guidare la task force sarà Ferruccio Fazio, ex ministro della Salute e accanto a lui ci saranno Giovanni Di Perri, responsabile delle Malattie infettive dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino, il presidente dell’Ordine dei medici di Torino Guido Giustetto, Pietro Presti, coordinatore straordinario per il coronavirus dell’Asl di Vercelli e Massimiliano Sciretti, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Torino.

L’obiettivo è immaginare un nuovo sistema che, secondo gli esperti, deve necessariamente appoggiarsi alla medicina territoriale. Il problema però è che in questo settore negli ultimi dieci anni, non si è più investito per nulla. «Possiamo dire che l’errore principale è quello di aver più investito sulla medicina territoriale» spiega Giustetto. «È un errore culturale che ha riguardato tutti, se c’era possibilità di fare investimento non si faceva certo lì ma si investiva solo sull’ospedale, come se fosse il centro di tutto. Non c’è stato investimento nemmeno nei servizi di igiene pubblica».

«Ci siamo concentrati solo sulla medicina clinica – prosegue il presidente dell’Ordine dei medici di Torino – Ma ora è fondamentale avere un sistema territoriale solido o non potremo controllare la pandemia». La task force è stata presentata come un modo per analizzare le “carenze strutturali” della sanità piemontese in questo periodo. Alcune carenze si sono trasformate in problemi, sollevati da medici e infermieri piemontesi, e hanno fatto emergere situazioni di emergenza.

Tamponi e dispositivi di protezione. «Siamo passati da eroi a untori». Francesco Coppolella, segretario regionale del Nursind, il sindacato degli infermieri, riassume così il problema della mancanza di tamponi per il personale sanitario in Piemonte. «Da un lato mancano i dispositivi di sicurezza. La criticità su questo è stata abbastanza forte: ogni azienda si è mossa diversamente e in mezzo a questo viaggiare per i fatti propri a pagare siamo stati noi infermieri – spiega Coppolella – L’altro problema è quello dei tamponi che non venivano fatti.

L’Istituto Superiore di Sanità ha detto che il 43 per cento degli operatori sanitari contagiati è composto da infermieri. Non avendo fatto preventivamente i tamponi non si sono potute isolare le persone positive. C’è chi ha continuato a lavorare anche se contagiato, perché non lo sapeva».

Ora i tamponi sono aumentati e in diverse aziende ospedaliere vengono fatti regolarmente anche al personale sanitario: «Ma non è uguale ovunque» insiste Coppolella. In un documento firmato dai presidenti degli Ordini provinciali dei medici chirurghi e odontoiatri del Piemonte, diffuso qualche giorno fa, si legge la stessa problematica: «La mancata esecuzione tempestiva dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e al personale operante nelle strutture ospedaliere pubbliche e private ha determinato senza dubbio un ulteriore motivo involontario, ma prevedibile, di diffusione del contagio».

Il problema tamponi e della mancanza di dispositivi di protezione individuali riguarda tutta la popolazione, non soltanto il personale sanitario. I tamponi effettuati in Piemonte al 19 aprile, in base ai dati diffusi dalla Protezione Civile, sono stati 96.569, contro i 264.155 della Lombardia e i 255.797 del Veneto. Un numero che in tanti hanno ritenuto troppo basso per avere una fotografia reale della situazione in Piemonte.

Oggi si riescono però a fare circa cinquemila tamponi al giorno, numeri ben più elevati degli inizi, quando in Piemonte c’erano solo due laboratori per l’analisi. Nella stessa lettera, i presidenti degli Ordini dei medici segnalato proprio questo aspetto, cioè «la mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia, viziata dall’esecuzione di un numero ridotto di tamponi».

L’assessore Icardi ha dichiarato una decina di giorni fa che in Piemonte i tamponi sono stati fatti solo ai sintomatici «perché il 27 febbraio il Ministero della Salute ha emanato una circolare che dettava questi criteri». Proprio ieri la Regione ha annunciato di voler partire con i test sierologici a tappeto sul personale sanitario, acquistandone 70 mila.

Intanto, il governatore Cirio ha annunciato di voler rendere obbligatorio l’uso delle mascherine per chiunque esca di casa, annunciando l’arrivo di 5 milioni di dpi per i piemontesi. Finché però questa situazione non si sbloccherà sembra difficile poter immaginare di rendere obbligatorie delle mascherine, spesso introvabili.

Medici di base. Nel rapporto con i medici di base qualcosa è andato storto. Se questi hanno segnalato più volte l’assenza di dpi da utilizzare in studio o per le visite a domicilio, la polemica è esplosa quando si è scoperto che centinaia di mail inviate dai medici per segnalare casi sospetti di coronavirus in Piemonte sono andate perse e i pazienti non sono mai stati ricontattati dai Sisp, forse per un problema di sovraccarico del sistema.

Roberto Testi, responsabile di medicina legale dell’Asl di Torino, ha spiegato così ciò che è accaduto: «C’era poco personale. Come se un bagnino da solo andasse incontro allo tsunami». Ancora nel documento diffuso dai presidenti degli Ordini dei medici provinciali, si legge il problema del rapporto con i medici di base e si sollevano alcune questioni, tra le quali la gestione delle Usca (unità speciali di continuità assistenziale) e più in generale la mancanza di un sistema forte di medicina territoriale.

«La situazione problematica in cui si è venuta a trovare la nostra Regione è leggibile proprio in questo sbilanciamento della gestione dei pazienti negli ospedali anziché sul territorio, che avrebbe potuto e dovuto essere un primo filtro efficace, se adeguatamente attrezzato e supportato. Si è anche pagato il progressivo depotenziamento delle risorse territoriali […]. E si sono sovraccaricati gli ospedali, anche loro gravemente penalizzati in questi anni da tagli di personale e posti letto».

La situazione delle Rsa piemontesi. Ieri la sindaca di Torino Chiara Appendino ha dichiarato che la situazione della Rsa a Torino è «preoccupante»: i morti sono stati 400 tra marzo e aprile, il doppio rispetto allo scorso anno. «La mortalità che riguarda la città di Torino nelle Rsa degli ultimi tre mesi – ha dichiarato – è pari a 102 casi a febbraio, 199 a marzo e 197 nei primi 18 giorni di aprile. Paragonando i dati a quelli disponibili per l’anno passato, registriamo per i mesi di marzo e aprile una differenza di oltre 217 decessi avvenuti presso le Rsa, con soli 58 segnalati come positivi al Covid».

Anche nelle Rsa piemontesi, tra i problemi principali segnalati, c’è stato infatti quello dei mancati tamponi. In diverse province sono stati aperti dei fascicoli in procura contro ignoti per i casi di morte nelle Rsa piemontesi e il primo caso di persone iscritte nel registro degli indagati per queste vicende si è registrato pochi giorni fa a Vercelli.

Il personale sanitario e i “nuovi” ospedali. Intanto nella regione sono stati aperti l’ospedale di Verduno, dedicato ai pazienti Covid-19, e l’ospedale da campo alle Officine grandi riparazioni della città. Per quanto riguarda le Ogr, la struttura dovrebbe servire a sgravare gli ospedali, spostando qui i pazienti Covid meno gravi. L’ospedale è stato inaugurato sabato 18 aprile ed è in fase di rodaggio: tra le arcate dove per un secolo si aggiustavano locomotive dei treni, in questi giorni arrivano i primi pazienti.

«In entrambi i casi resta il problema del personale sanitario – spiega Coppolella – I bandi che vengono fatti sono a tempo determinato, per poco tempo». Tra le carenze evidenziate in questo periodo di lockdown a livello di sanità ci sono infatti anche i tagli al personale. Tra il 2009 e il 2017, secondo un’elaborazione di Ires Piemonte, si sono persi 3953 dipendenti del servizio sanitario.

Il tema è esploso dopo la diffusione di una mail inviata da Mario Raviolo, numero uno del 118 torinese e a capo dell’Unità di crisi regionale prima dell’arrivo di Vincenzo Coccolo, nella quale rifiutava l’invio di personale di supporto per il Piemonte da parte della Protezione Civile. Raviolo ha poi spiegato che la proposta era di inviare chirurghi e che invece in Piemonte c’era bisogno di altro tipo di personale sanitario.

La situazione in Piemonte resta comunque preoccupante. Secondo l’Osservatorio nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, la data nella quale qui potrebbero registrarsi zero contagi è il 21 maggio. La stima è ipotizzata dal dottor Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio, coordinato dal professor Walter Ricciardi, ordinario di Igiene all’Università Cattolica e consigliere del ministero della Sanità. Si tratta solo di una stima: che però suggerisce l’impossibilità di pensare di arrivare a questo traguardo prima di quella data.

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