Addio alle mascherineNon chiamiamo i medici “eroi” se li dimenticheremo quando tutto sarà finito

Alla fine della prima Guerra mondiale si passava alla storia per il proprio valore militare, non certo per l’influenza. I dottori e infermieri sul campo, stavolta, saranno visti diversamente, ma una medaglia non basterà

ospedale
Ina FASSBENDER / AFP

Quanto aveva ragione quell’infermiera di un reparto di intensiva che, intervistata l’altro giorno da non ricordo quale giornale, diceva con rassegnata ironia: «Sì, adesso ci chiamano eroi. Me lo segno per dopo». Sapendo già che dopo, archiviata l’emergenza, gli eroi di oggi finiranno come sempre in coda alla lista, ben distanziati dai dipendenti Alitalia, dai bagnini del Papeete, dagli impiegati cinquantenni dell’Atac aspiranti alla pensione, dagli idraulici in nero con reddito di cittadinanza, dai forestali siciliani e dagli evasori per necessità famigliari. A cui si aggiungeranno, statene certi, le agguerritissime falangi dei richiedenti sussidio in Porsche e degli impoveriti asintomatici. Per gli eroi avanzerà giusto un pugno di medaglie. Come al solito, per colpa dell’Europa.

C’è qualcosa di farlocco e di nauseante, nella retorica di questi giorni sulla guerra alla pandemia e sull’eroismo dei medici in prima linea. «Una scorciatoia lessicale», l’ha definita Paolo Giordano. Un modo per eludere il nostro sgomento di fronte all’inaudita novità di quanto sta accadendo. E per scacciare i sensi di colpa verso chi lavora allo stremo per salvarci la vita.

Nessuno parlava di guerra, nell’autunno del 1918, a proposito della “Spagnola”. Un po’ perché la guerra, quella vera, stava finendo proprio allora, dopo quasi quattro anni di carneficine. Un po’ perché contro un virus sconosciuto non c’erano armi a disposizione, a parte il chinino, il cognac e qualche intruglio miracoloso: si poteva solo soccombere o guarire, ma combattere non era un’opzione.

E nessuno trattava da eroi medici e infermieri. Gli eroi, per definizione, portavano la divisa, non il camice bianco (a meno che sul camice non fossero appuntate le stellette). E se morivano dovevano morire in trincea, con la baionetta innestata, tra squilli di tromba e fragore di granate, non certo per malattia, in una corsia d’ospedale come un civile inerme. Basta andarsi a rileggere i necrologi dedicati in quei giorni sul Corriere ai combattenti stroncati dalla Spagnola.

Ecco alcuni esempi: «Il tenente, i sottufficiali e i militari tutti dell’Officina distaccata del 1° autoparco annunciano con sommo dolore l’irreparabile perdita del loro amato capo-officina Maresciallo…dopo 41 mesi di ininterrotto adempimento del proprio dovere, fulgido esempio di elette virtù». Virtù guerresche, si suppone, del tutto inefficaci contro l’influenza. «Spegnevasi, dopo breve malattia, in un ospedale da campo in Verona, il soldato automobilista…, già appartenente ad un battaglione d’assalto, decorato di medaglia di bronzo al valore». Dove l’accento cade sulle imprese belliche, non sulla battaglia perduta col morbo.

O ancora: «Dopo avere sfidato la morte per oltre due anni in aspri combattimenti sul Carso, solennemente encomiato e proposto per la medaglia d’argento cessava di vivere per morbo violento e inesorabile…». «Sfuggito miracolosamente alla morte sul San Michele, dove pugnando da prode riportò una gloriosa ferita, moriva a soli trentaquattro anni per violenta malattia il Maggiore…». Qui c’è quasi il rammarico che la gloriosa ferita non se lo sia portato via, invece di consegnarlo ingloriosamente a un mostro invisibile.

Nel sacrario di Redipuglia è sepolta una crocerossina, Margherita Orlando, unica donna tra centomila scheletri maschili. I pomposi versi incisi sulla lapide la celebrano come un’eroina, in quanto curava i soldati maciullati dalle bombe («A noi, tra bende, fosti di Carità l’Ancella»), ma sorvolano sulle cause della morte. Proiettili austriaci? No, febbre spagnola. Anche l’infermiera di Addio alle armi è assurta a dignità letteraria per aver assistito e amato un celebre ferito di guerra, non un contagiato. La Spagnola non è mai stata “cool” o “trendy”.

Non ha mai avuto la nobiltà della Tbc, o il macabro fascino della peste. Non è mai diventata epopea. Pur avendo fatto uno spaventoso numero di vittime, cinque o sette volte quelle del primo conflitto mondiale, non è riuscita a fare breccia nelle officine dell’immaginario, già fin troppo ingombre di un’altra, recente e ben più spettacolare esperienza di “morte di massa”.

Ernest Hemingway e John Dos Passos si conoscono al fronte in Europa, entrambi guidano le ambulanze. Vedono da vicino gli effetti devastanti della pandemia, il secondo rischia addirittura di morirne. Eppure nei loro libri non ce n’è traccia, a parte, per Dos Passos, un cenno nel romanzo 1919 e ne I tre soldati, dove un reduce che ha perso le gambe in trincea si consola dicendo «Be’, io non sono morto di influenza». La scarsissima narrativa ispirata alla Spagnola è opera di scrittori minori o semisconosciuti, come Katherine Anne Porter (Bianco cavallo, bianco cavaliere, 1944) o Thomas Clayton Wolfe, che in Angelo, guarda il passato (1928) racconta l’agonia del fratello strangolato dal virus.

L’angelo del titolo non è l’infermiera che veglia il moribondo, verso la quale l’autore mostra al contrario ben poca simpatia («Era di razza montanara: grossolana, dura e volgare, con scarsa pietà e una fredda brama per le miserie della malattia e della morte») tanto da inveire contro la sorella che l’ha assunta: «Perché avete preso quella testa di morto? Come può guarire con lei accanto?». Tutto, insomma, meno che un’eroina.

Nei romanzi che qualcuno sta forse già scrivendo e che leggeremo tra un anno o due, nei film e nelle serie che prima o poi vedremo su Netflix o su Amazon, medici e infermieri del Covid-19 saranno trattati sicuramente meglio di così. È probabile anzi che diventino protagonisti di un’epopea, come in ER, Grey’s Anatomy o Doctor House. Il che naturalmente non avrà alcun impatto sui loro stipendi e sulle loro condizioni di lavoro, ma almeno servirà a non farceli dimenticare a guerra finita. Ammesso che questa guerra, che noi fortunati combattiamo dal divano di casa, finisca per davvero e si possa un giorno dire, parafrasando il vecchio Ernest, Addio alle mascherine.

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