Serie tvCi sarà una terza stagione di Shtisel, nell’attesa ripassiamo le basi della cucina kasher

Il successo delle due serie, l’altra è Unorthodox, che raccontano il popolo ebraico e le sue tradizioni ci dà l’occasione di capire meglio che cos’è la cucina kasher

I protagonisti di Shtisel, foto Netflix

La notizia è recentissima e ha fatto fibrillare i cuori dei tantissimi appassionati: Shtisel avrà la sua terza stagione, che verrà girata a partire da maggio (virus permettendo) e sarà disponibile entro il 2020.

Se non sapete di che cosa stiamo parlando, dovete correre subito su Netflix: perché questa serie tv che racconta la storia della famiglia di haredim, comunità ebraica ultraortodossa che vive nel quartiere Mea Shearim di Gerusalemme, è un piccolo capolavoro di cultura, emozione, ritualità, rapporti, e (non ultimo!) gastronomia.

E se Unorthodox (altra fortunatissima serie sul tema) ha scosso le coscienze per la denuncia della condizione della donna in queste comunità chiuse e integraliste, Shtisel vi condurrà per mano in un universo sconosciuto, ma del tutto legittimo e ‘normale’, che ha affascinato anche il pubblico di Israele, di solito poco propenso ad apprezzare questa comunità.

La pratica religiosa non è un problema, il conflitto non è con la religione, non c’è il solito meccanismo cinematografico del rifiuto di un personaggio della sua condizione e la ricerca di una vita al di fuori delle regole imposte: anzi, qui tutti vivono la loro identità in maniera naturale e ci mostrano la loro vita quotidiana, intrisa di norme religiose ma anche di innamoramenti, problemi quotidiani, lavoro. Vita vera, insomma, che merita di finire in un film non perché è speciale per la religione ma perché è diversa da quella a cui siamo tutti abituati, ma non così distante.

Di sicuro sappiamo che il cibo è centrale in questa serie, fin dalla sua creazione: gli scrittori e co-creatori, Yehonatan Indursky e Ori Elon, hanno deciso il titolo mutuandolo dal ristorante a Gerusalemme in cui hanno fatto la prima chiacchierata per parlare del progetto, mangiando gefilte fish, kugel e cotoletta. Confessano al Times of Israel : «Ci siamo incontrati a Shtisel e ci siamo detti: non importa che cosa scriveremo, ma questo sarà il nome, suona bene.»

E da lì la cucina non ha mai abbandonato la serie, che è cadenzata dalla vita che si svolge per la maggior parte del tempo tra tavoli di formica e cucine, tra piatti della tradizione e menu di fidanzamento, matrimonio o shabbat.

Perché se nella serie è tutto autentico, e non è nemmeno doppiata, tanto che va guardata in yiddish con i sottotitoli, anche la cucina ha il suo ruolo di primo piano, ed è molto legata alla ritualità.

È quindi cucina kasher, che deve seguire i dettami della kasherut, l’idoneità di un cibo a essere consumato dal popolo ebraico secondo le regole alimentari stabilite nella Torah. Si possono dunque mangiare gli animali che hanno lo zoccolo biforcuto, l’unghia fessa e che ruminano: quindi no a maiale, cavallo, cinghiale, sì ad agnello, mucca, vitello. Gli animali di terra devono essere macellati secondo precise regole e da un rabbino abilitato, e all’interno dello stesso pasto ma anche dello stesso piatto non si possono mangiare cose di carne e cose di latte. Per questo, spesso, le cucine ebraiche sono divise in due parti distinte, con stoviglie e pentole separate per le due tipologie di piatti da preparare. Nella Bibbia è scritto infatti “non bollirai l’agnello nel latte di sua madre”. Inoltre, degli animali è possibile mangiare solo la parte anteriore, mentre quella posteriore – più pregiata – è bandita perché ha il nervo sciatico. Questo in ricordo di Giacobbe, ferito proprio in quel punto da un angelo di Dio. Per quanto riguarda il pesce, si possono mangiare solo quelli che hanno le squame, le pinne e le lische. Tutto il resto è impuro: quindi no a crostacei, molluschi e conchiglie. Non per tutto è spiegato il motivo di questi divieti, ma si suppone che queste regole abbiano un fondamento di salute: in quel contesto climatico di millenni fa, probabilmente mangiare certe cose non era salubre.

In queste comunità ortodosse, come succede anche nella cultura regionale italiana, ognuno cucina ciò che è del suo territorio e ciò che fa parte dei territori di origine: spesso compaiono nella serie patate, fagioli, tagli poveri di carne, gelatinosi e fibrosi, zuppe. Le pietanze sono fatte di ingredienti tipici dell’europa dell’est, da cui provengono in origine i protagonisti. Tutto profondamente diverso dalla cucina ebraico romanesca, che ha sviluppato ricette partendo da altri ingredienti, anche qui tipici del territorio, come i carciofi.

E sempre molto diverso dalla tradizione gastronomica degli ebrei di New York, che hanno regalato all’America uno dei suoi simboli, il bagel, che ormai fa parte dell’immaginario collettivo newyorkese ma è di chiara origine ebraica. Una cucina ricca di sfumature e di spunti, dunque, che insieme ai cappelli rituali, ai talled e alla kippah – il copricapo indossato sempre dagli uomini e che simbolizza il loro essere terreni – ci fa entrare in un mondo affascinante e pieno di significati, con il desiderio e la curiosità di conoscere meglio questo universo. 

Volete proseguire nell’esplorazione? Vi consigliamo “One of us”, storie di uomini e donne fuggiti dalla comunità degli ultraortodossi hassidim di Brooklyn. E un vecchio classico: “Yentl”, film musicale su una ragazza – Barbra Streisand – che studia da rabbino e per farlo è costretta a trasformarsi in un uomo.

In attesa della terza serie di Shtisel, che ci porterà ancora nella famiglia del giovane Akiva. Chissà se avrà finalmente messo la testa a posto?

Se il cibo quindi è centrale in queste serie, lo è perché con esso viene espressa la tradizione e la storia del popolo ebraico. Il racconto avviene con i gesti di una quotidianità che appartiene a ciascuno di noi, ma con i piatti e con il sentire di gente e luoghi che non ci appartengono. E ci danno una chiave di lettura, e il desiderio di conoscerli meglio.

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