Agricoltura insostenibileSorpresa, frutta e verdura non nascono sui banchi del supermercato

La pandemia costringe l’Italia a fare i conti con la cruda verità sulla filiera e sui salari minuscoli di donne e uomini che vivono e lavorano la terra

“Siamo Paola, Abdul, Michele, Mamy, Patrizia e tanti altri braccianti invisibili, zappatori dimenticati e raccoglitori derelitti della frutta e della verdura che trovate sulle vostre tavole Con queste parole si apre la raccolta fondi lanciata per l’acquisto di materiale sanitario e cibo per i braccianti, che oggi ha superato i 130.000 euro. Se ne fa portavoce Aboubakar Soumahoro, sindacalista del Coordinamento Lavoratori Agricoli Usb, scrittore e volto simbolo di questa protesta. Sua è anche la campagna per i diritti dei braccianti indirizzata a Giuseppe Conte su Change.org che ha raccolto quasi 50.000 firme.

E così durante la pandemia, l’Italia intera riscopre la cruda verità sulla terra, sulla filiera, sulle braccia che mancano all’agricoltura, sui salari vergognosi di donne e uomini che vivono già nel nostro paese. Scopre che frutta e verdura non nascono sugli scaffali o nelle cassette di legno, ma vanno coltivate e raccolte. Che al momento servono circa 300.000 persone in più per farlo, perché gli stranieri comunitari che lo fanno abitualmente sono fermi nei loro paesi. Che in tutte le nostre campagne, da Nord a Sud, il caporalato si propone spesso come strumento che intreccia domanda e offerta di lavoro, nonostante in Italia esista dal 2016 una legge che punisce i caporali e le aziende che ne fanno utilizzo.

In risposta alla mancanza di manodopera, si avanzano diverse soluzioni. Ce n’è una, piuttosto insistente, che propone arruolamenti per i percettori del reddito di cittadinanza, cassaintegrati, disoccupati, pensionati, studenti. Sono in molti a parlarne, ma oltre ad essere inconcludenti (di fatto, i lavoratori continuano a non esserci) queste proposte spostano il tema sul piano ideologico. Con il risvolto ancora più disarmante di denigrare l’attività della terra come se fosse l’ultima spiaggia a cui attraccare. «Mi verrebbe persino da dire, passatemi la battuta, che chi prende il reddito di cittadinanza può cominciare ad andare lì (sott.nei campi), così restituisce un po’ quello che prende» ha detto Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna. In un quadro così svalutante, chi vorrebbe andare a lavorare nei campi, per pochi spicci al giorno?

In secondo luogo, si torna a parlare di regolarizzazione, al fine di tutelare i braccianti prima di tutto dal punto di vista sanitario. E poi sotto il profilo dei diritti e della dignità. Perché da irregolari, è facile finire sotto caporale, a vivere in baracche senza corrente, acqua e cibo. Come testimonia Fabio Ciconte, presidente dell’Associazione Terra! Onlus, impegnata da anni su questo fronte, che ha lanciato la campagna #regolarizzateli insieme a Flai-Cgil: «La regolarizzazione e l’integrazione per cui ci battiamo da sempre sono necessarie per togliere un’arma agli sfruttatori, che assumono un potere tanto forte perché si basa su uno stato di bisogno del lavoratore, che non ha alcun diritto da rivendicare. Il caporale è un elemento della filiera che nasce dal bisogno veloce di molta manodopera e cresce in un terreno di scarsa cultura imprenditoriale. Per di più le campagne non sono le fabbriche, i braccianti lavorano in piccole aziende e sono molto più soli. È difficile creare una rete sindacale e un’organizzazione del lavoro. Il tema dei lavoratori in agricoltura è un tema gigante, di cui ci si ricorda a fasi alterne, o quando ci sono i morti sul campo oppure quando si scopre che senza la manodopera straniera, l’agricoltura non sta in piedi».

Insomma, le condizioni dei braccianti attraversano un argomento molto più serio, quello del salario e dello sfruttamento, che in agricoltura trova una collocazione urgente ma problematica e che riguarda indistintamente italiani e non. È un tema di filiera, quella filiera di cui caporale e bracciante sono elementi, in un grande mare fatto da imprenditori agricoli, mercati, grossisti, aziende di trasformazione, Grande Distribuzione Organizzata, associazioni di categoria, Ho.Re.Ca, consumatori. È evidente che spostare l’attenzione dai caporali agli attori che stanno più in alto nella filiera chiedendo maggiore responsabilità, è un’operazione molto scomoda ma risulta necessaria se si vuole comprendere la questione da un punto di vista sistemico e non limitarsi a isolarne singoli episodi.

Come afferma Diletta Bellotti, attivista per i diritti dei braccianti: «I caporali non sono la radice del problema del caporalato. La GDO e le leggi di mercato neoliberiste lo sono. I caporali per quanto sicuramente colpevoli di vari reati, tra cui la riduzione in schiavitù, sono parte di una dinamica più ampia e complessa di violenza strutturale. In altre parole, la maggior parte dei caporali oggi sono ex-braccianti, ovvero persone che hanno subìto sulla loro pelle la violenza del sistema mafioso. Bisogna tracciare la filiera agricola, renderla trasparente, incentivare le aziende a non ricorrere ai caporali, regoralizzare i lavoratori, promuovere una certificazione nazionale #caporalatofree».

In un intervento significativo svoltosi a Che tempo che fa il 26 Aprile, Soumahoro si è espresso sostenendo gli stessi argomenti: «Bisogna dare dignità alle persone che lavorano nella filiera. Ma l’82% della filiera è fatto da italianissimi. C’è il caporalato, va contrastato, ma sappiamo tutti che il caporale è un albero dentro la foresta. La foresta è fatta anche dalla GDO, perché sotto gli stivali della Grande Distribuzione ci sono contadini e agricoltori, che vengono schiacciati dall’imposizione dei prezzi ed anche dal monopolio nella commercializzazione e nella distribuzione. Stabiliamo due cose: la condizionalità dell’accesso ai finanziamenti comunitari rispetto alle norme contrattuali e salariali e introduciamo una patente del cibo».

Nell’altra metà dello schermo quel 26 Aprile c’è la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova che si è più volte pronunciata a favore della regolarizzazione dei braccianti, con una proposta a tempo di 6 mesi, eventualmente rinnovabile. Dopo giorni di estenuante dibattito, la normativa, seppur insoddisfacente sotto molto punti di vista, dovrebbe essere inserita all’interno del prossimo decreto Aprile-Maggio. In risposta alle considerazioni di Aboubakar la ministra non si esprime. Anzi nella comunicazione del Ministero, la GDO viene sempre individuata come un interlocutore affidabile, destinato a farsi carico della “filiera della vita”, come dimostrano gli appelli del 12 marzo affinché fosse garantita la distribuzione “nell’interesse dei cittadini che devono sapere che non troveranno gli scaffali vuoti” o del 22 marzo per accertare la copertura dei prodotti pasquali. Il risultato? Durante la quarantena, i supermercati hanno assunto il ruolo di presidio alimentare della nazione, con fatturati da capogiro, e c’è stato anche chi, nell’interesse pubblico, ne ha reclamato l’apertura h24. Durante una pandemia che mandava a picco l’Italia, la GDO è più ricca e forte che mai e i contadini sono in ginocchio, ha scritto Slow Flood.

A questo punto, cosa si può fare per parlare almeno ai consumatori? Secondo Fabio Ciconte, occorre prima di tutto evitare di sovrapporre temi come tracciabilità e trasparenza. «Un conto è tracciare tutto internamente, un conto è rendere trasparente quello cha hai tracciato in azienda al pubblico». Per approfondire questo tema, sul canale di Slow Food Youth Network Italy è stata lanciata l’iniziativa #dietacaporalatofree, che mira a fare informazione sulla natura delle filiere. L’obiettivo è quello di imparare “a conoscere gli attori, le responsabilità e le storture di un sistema nel quale ognuno di noi riveste un ruolo fondamentale” attraverso approfondimenti per guidare a un consumo consapevole. Poi c’è anche un discorso di comunicazione: salvo situazioni tragiche, come una pandemia o le morti sul lavoro, i media trascurano questi temi e lo fanno anche quelli di settore, spingendo ad oltranza la narrazione su chef e ristoranti, dove pure si verificano fenomeni simili. In un articolo de Il Manifesto dell’anno scorso, si parlava provocatoriamente di “caporalato gastronomico”, e di come lo sfruttamento nelle cucine abbia delle connessioni con quello nei campi.

Infine c’è un altro mondo ancora. Ed è fatto di agricolture sostenibili, dal punto di vista ambientale, lavorativo ed economico, di piccola distribuzione e negozi di vicinato, di microproduzioni, di filiere corte, un mondo di cui si parla sempre troppo poco. Nella narrazione mainstream non esistono altri modelli disponibili, se non quello della grande produzione, piccolo prezzo, salario minuscolo. In una dinamica distruttiva e poco futuribile per la nostra alimentazione. Come ha scritto Luca Mercalli, climatologo e divulgatore scientifico in un post su Facebook: «Più degradiamo gli ambienti naturali più aumentiamo la probabilità di comparsa di nuove malattie per l’umanità, serve un ripensamento del nostro paradigma economico che premia soltanto la crescita ad ogni costo».

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