Siamo tutti colpevoliLa mortificazione sociale della fase due è il sogno del #Metoo che si realizza

Ci muoviamo circospetti, ci sentiamo in difetto per tutto e chiediamo scusa meccanicamente per qualsiasi cosa commessa o pensata o arbitrariamente attribuita. Mai visti tanti italiani desolati per aver sfiorato signore in fila al supermercato o per aver disatteso chissà quale norma di distanziamento fisico

STEPHANIE KEITH / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

L’editoriale o forse il documentario di questa fase Gattaca è un momento trascurabile accadutomi davanti agli occhi, l’altra mattina, in via Merulana, a Roma. 

Camminavo senza mascherina, con il fantastico pezzo di Elena Stancanelli sulla bellezza di camminare senza mascherina, cioè camminare dalla parte del torto, che mi girava ancora in circolo (sì, sono autoindulgente), quando ho visto un appariscente signore romano, pacioso e rotondo, entrare in un negozio, bardato che sembrava un vaccino umano, cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare, e chissà come, chissà perché, far scattare l’allarme. 

Un allarme frastornante, che ne ha fatto scattare un altro, e poi un altro, e non vi dico l’agitazione dei passanti, e dei cani dei passanti, e degli uccellini. Il povero signore s’è smarrito in un istante, è morto in un momento, e da fiero e tondo s’è fatto ricurvo e supino, m’ha guardata e ha detto: «Oddio, e mo’ c’ho fatto signorì?». 

Non che volesse una risposta, naturalmente, ma io ho comunque provato a dargliene una, senza riuscirci, e quindi ho alzato le braccia al cielo e allora lui è passato ad auto testarsi. S’è toccato la faccia, «la mascherina cell’ho»; s’è guardato le mani, «i guanti cell’ho»; s’è ispezionato le tasche, «l’amuchina cell’ho», e con accresciuta disperazione, mentre l’allarme non smetteva di suonare, ha ripetuto, «ma c’ho fatto?». Niente, non aveva fatto niente. 

A chi non è successo che l’antitaccheggio suonasse in uscita e pure in entrata? Ma prima ci faceva ridere e basta, specie in entrata, magari alzavamo le mani, ci dicevamo innocenti, scherzavamo con la guardia di piantone, facevamo un po’ di cinema. 

Adesso è diverso. Siamo così in allarme che facciamo suonare gli allarmi, come Licia Maglietta in Agata e la tempesta, che era così energica da far esplodere le lampadine quando ci passava vicino. Ci sentiamo in colpa prima di metter piede fuori casa e quando lo facciamo, quando camminiamo, e non sappiamo bene dove possiamo andare, in che modo possiamo farlo, per quanto tempo, quali presidi di autoprotezione sono obbligatori e quali no, quali italiani possiamo incontrare e quali no – ieri un tale ha scritto su Twitter che i lombardi quest’estate dovrebbero starsene a casa loro, così da consentire al resto del paese d’esser tranquillo. 

Non ho perlustrato tutta Roma, ma ovunque mi sia capitato d’andare non ho visto assembramenti (o asseblamenti, fate voi, è sbagliato ma non troppo, ieri Stefano Bartezzaghi scriveva sulla Repubblica che si tratta di un errore non casuale, che «avviene per attrazione dell’assemblare e dell’assemblaggio, che è altra cosa e meccanica, ma pur vicina all’assemblea che è invece umana e passa per certo da un preventivo e necessario assembramento (con la R), sine qua non»). 

I vicoletti della movida, ammesso che esistano, li ho girati e anche lì niente, non m’è parso mai di vedere bande armate di cocktail promiscuamente consumati, né effusioni orgiastiche veicolanti virus che pure devo ammettere mi sarebbe piaciuto vedere, ché io sogno sempre che il mondo finisca e ricominci come nel finale del film tratto da Profumo di Suskind, libro peraltro amatissimo e rilettissimo da Kurt Cobain, con tutti in piazza a far l’amore, a ognuno come gli va. 

Ho incontrato timidi, sparuti gruppi di amiche e amici, singoli assai avveduti, genitori ancora incapaci di domare le urla dei figli e però mascherinati e distanziati, e nessuno, proprio nessuno che  si permettesse sgarbi, abbracci, strette di mano, bacetti, scambi di bottiglie, gelati, bicchieri, tranci di pizza. 

Quel signore così certo di aver commesso un’effrazione, pur essendosi accertato di avere tutto a posto mentre intorno a lui niente era in ordine, è l’Italia che per la prima volta non è nuda come sempre, e che dopo due mesi e più di castrazione di tutto, non ha reagito come pure ci si aspettava, e cioè riversandosi nelle piazze e dando in escandescenze, ma sentendosi in difetto preventivamente, essendosi calata nella parte di assassina preterintenzionale, ed essendosi sentita sia sgridare che elogiare, come a volte capita ai bambini mentre i genitori stanno divorziando. 

Ci siamo arresi, ci rimettiamo ai nostri amministratori, e non per fiducia ma per scaramanzia, crediamo sia che il vaccino arriverà in settembre, sia che non arriverà mai, sia che dobbiamo consentirci un po’ d’ottimismo (così ha detto Arnaldo Caruso, presidente della società italiana di virologia), sia che dobbiamo fare come se fossimo nella fase uno, e stare a casa, e farci i fatti nostri, e obbedire. 

Siamo diventati la Svizzera? Improbabile. Oppure, volpeschi come sempre, abbiamo deciso di renderci la vita più facile? Natalia Aspesi ha scritto: «Da quando ho deciso che il premier Conte ha sempre ragione pure quando ha torto, trovo giustissimo, anche se vago, il suo consiglio di trascorrere le vacanze in Italia». 

Intanto, circospetti ci muoviamo, un po’ randagi ci sentiamo noi, in colpa per tutto, colpevoli perché sì, chiediamo scusa meccanicamente, per qualsiasi cosa, commessa o pensata o arbitrariamente attribuita; mai visti tanti italiani mortificati per aver sfiorato signore in fila al supermercato, tanti terrorizzati dall’altrui reazione, tanti arroganti pentiti, tanti passivo aggressivi in grande spolvero. 

È il sogno del #metoo che si realizza a larga scala: siamo tutti abusanti, specie senza accorgercene, e allora quando un allarme suona, un dito ci punta, un hashtag ci denuncia non è il caso di obiettare, di dirsi innocenti, di difendersi. 

Qualcosa avremo pur fatto. 

 

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