La vita senza il casoIl lockdown di Roberto Saviano, non così diverso dal suo solito

Lo scrittore napoletano, che vive sotto scorta dal 2006, parla della sua quarantena, di come è stata affrontata l’emergenza sanitaria in Italia e nel mondo e dell’aspetto intimo e privato di questo periodo: «Il prezzo più alto lo pagheranno i ragazzi»

JEFF PACHOUD / AFP

Persone che, prima di marzo, siano state costrette a rimanere al chiuso, bloccate in casa, a lungo, e contro la propria volontà ne conosco pochissime. Roberto Saviano è una di queste.

Ricordo particolarmente bene il momento in cui, eravamo a metà marzo, gli ho sentito dire che la quarantena ci avrebbe fatto scoprire degli spazi e degli oggetti che avevamo in casa da sempre e che non avevamo mai notato.

Che essere chiusi in casa ti costringe a riflettere su un soprammobile, a notare una mattonella, a concentrarti su aspetti trascurabili che, però, a quel punto diventano centrali per la vita.

Era esattamente quello che stava o che sarebbe successo a molti. Poi ha avvertito su quelli che sarebbero stati i tentativi di infiltrazione dell’economia criminale e il rischio di un importante ritorno dell’usura e, puntualmente, in poche settimane sono diventati temi all’ordine del giorno.

Ma che fosse un’autorità in materia è risaputo, mentre quanto fosse capace di cogliere l’aspetto privato e intimo è stato sorprendente.

Forse perché l’isolamento lo comprendi solo se lo sperimenti e quando gli altri ti raccontano il proprio pensi che, in fondo, stiano esagerando. (Non oso immaginare quanto sia doloroso protratto così a lungo, né quanto lo sia l’incomunicabilità dell’isolamento). 

C’è stato il turno dei congiunti e quello degli affetti stabili, ci sono stati i turni, innumerevoli, delle autocertificazioni a cui veniva sempre modificato un comma, per chissà quale appunto di azzeccagarbugli, e questa settimana è stata il turno degli assistenti civici…
Se sullo sfondo non ci fosse la tragedia della pandemia, tutto questo farebbe anche ridere. Poi è anche vero che l’informazione funziona un po’ così: le notizie che arrivano sono quelle più strambe, quelle che fanno sensazione. Il vigile più solerte, l’autocertificazione compilata con più fantasia, l’anziano simpatico che si rifiuta di stare in casa.

I complottisti dicono spesso che siano strategie per farci parlare d’altro, ma se invece fosse proprio l’assenza di strategia a lasciarci così in balia di discorsi piccoli?
Ci sono momenti in cui i discorsi piccoli servono a preservare un po’ di normalità. 

È rispuntata una battuta del 2016 di Ricky Gervais: “il fatto che ci siano avvisi come NON INGERIRE sulle bottiglie di candeggina mi fa capire che Donald Trump potrebbe diventare Presidente”. Non solo è diventato Presidente davvero, ma ha pure suggerito di bere candeggina.
Su Trump il discorso da fare è anche un altro: è sempre il primo a parlare di nuove ipotetiche cure, anche quando sono delle palesi assurdità. Assume su di sé il rischio di dire cavolate con la speranza che sarà lui il primo a dare la vera buona notizie per l’umanità. È un ragionamento folle, ma segue le logiche dell’informazione che oggi spesso è veloce e superficiale: ciò che dirai o farai dopo ha il potere di cancellare tutto ciò che hai detto o fatto prima. Nel bene e nel male.

Il tema della privacy è gigantesco – qualcuno sospetta che il sistema di controllo del virus via app resti in piedi anche pandemia conclusa – e c’è il tema della sorveglianza e della punizione come insegna Foucalt, altrettanto cruciale. Però, nella pratica, a te non sembra che da noi tutto perda di forza e tutto si riduca alla macchietta?
Non ho intenzione di minimizzare, ma ritengo che siamo già sufficientemente monitorati. In questo caso, poi, come spesso accade, si guarda il dito che indica la luna. L’app che dovrebbe monitorare la diffusione del virus, mancando una mappatura a tappeto della popolazione, non credo abbia una effettiva utilità. 

Nessun paese occidentale ha tenuto così presente “la famiglia” nell’affrontare l’epidemia. Dai treni con gli emigrati che tornavano a casa all’inizio del lockdown, fino al paradosso del decreto che permetteva di incontrare i figli dei cugini, cioè gente mai vista, ma non un amico o un compagno. Perché?
Fa ridere vero? Se è per questo anche all’estero hanno individuato la causa dei focolai e del contagio diffuso nelle abitudini degli italiani a stare in famiglia. Non so che dire: siamo vittime di luoghi comuni e facciamo poco per non alimentarli. Ciò detto: una persona che a causa del lockdown non lavora e non guadagna da chi va? Dalla famiglia, naturalmente.

In molte amministrazioni locali o nazionali di diversi paesi la politica ha compiuto delle scelte terrificanti per inefficacia o incapacità. Pensiamo, per esempio, alla Lombardia… eppure il sistema economico sembra reggere. Come te lo spieghi?
Ci sono zone in Italia dove il Covid-19 ha colpito in maniera più forte, ma sono le stesse in cui c’è un sistema produttivo florido che ha potuto quindi far fronte alla crisi. In quelle zone alcune aziende non si sono mai fermate, come ha denunciato (e non è mai stato smentito) Francesco Macario, ex assessore di Rifondazione Comunista del Comune di Bergamo.

Se, per caso, il virus avesse dilagato in Campania invece che in Lombardia pensi che l’atteggiamento del Paese sarebbe stato diverso?
Non ho idea di cosa sarebbe accaduto e non faccio distinzione tra Campania e Lombardia, tra Nord e Sud. Il nostro Paese è stato messo a dura prova dal virus e spero che ne venga fuori, lo spero per i milioni di bambini e ragazzi che stanno pagando forse il prezzo più alto. Le loro vite sono state stravolte e non c’è all’orizzonte una prospettiva rassicurante.

Tu ti stai impegnando molto per aiutare la didattica online, ma, in Italia, la scuola e i bambini in età scolare sono il grande rimosso del discorso politico. Quasi tutti gli altri paesi europei hanno trovato un sistema per riaprire. Noi stiamo trovando tempo e risorse per riprendere, giustamente, il campionato di calcio, ma per la scuola si riparte, forse, a settembre, elezioni permettendo…
E tutti i discorsi riguardano solo le modalità dei concorsi – non me ne vogliano gli insegnanti, verso cui nutro una stima infinita – ma non si parla di didattica e di normalizzare la vita di bambini e ragazzi. E oggi a rischio non sono solo loro, ma anche il lavoro femminile, le donne, che negli ultimi decenni hanno dovuto lottare per conquistare spazi di indipendenza. Se non parte la didattica, oltre agli studenti, a pagarne pesantemente le conseguenze, saranno le loro madri.

Il New York Times ha scritto che l’idea di lavorare da casa probabilmente resisterà anche a pandemia conclusa. Col risultato che le principali città del mondo cambieranno. Affitti più economici, ma anche meno uffici, meno negozi, meno tasse pagate ai Comuni e dunque meno servizi da offrire… anche tu immagini qualcosa del genere?
Io immagino anche altro: il lavoro da casa, lo smart working, per chi è davvero “intelligente”? Per il datore di lavoro che ha un abbattimento notevole dei costi fissi o per il lavoratore che si troverà a lavorare 12 ore al giorno anziché quelle stabilite da contratto? 

Ci sono aggiornamenti quotidiani sulla corsa al vaccino. Da un lato il fatto che ci siano degli enormi interessi economici in ballo ci fa paura, dall’altro se non ci fossero degli enormi interessi economici in ballo probabilmente la corsa non sarebbe così rapida… 
Non dobbiamo spaventarci per la presenza di interessi economici, ma monitorare. Questa è la regola per non essere spaventati da ciò che accade. 

In Italia le foto delle strade piene di gente davanti ai locali, negli Usa il party in piscina nel Missouri, e immagini analoghe hanno avuto risalto in ogni paese. Tu come le spieghi? Messaggi contraddittori dei governi, colpevolizzazione per togliersi responsabilità, pura voglia di evasione dopo settimane complicate… 
Forse evasione dopo settimane difficilissime. Ma anche qui, le strade piene e i party – soprattutto i party – non sono la regola. Le persone sono ancora spaventate, sanno che il virus non è debellato e che quindi non c’è nessun liberi tutti. Le strade piene non devono spaventare, le attività sono ripartite e sono attività che presuppongono la presenza di persone che, a quanto mi risulta, sono responsabili, rispettano il distanziamento e indossano mascherine. Poi è ovvio che a fare notizia è l’eccezione.

Vivendo sotto scorta è come se tu fossi in una sorta di quarantena da oltre dieci anni. Se potessi uscirne escludo andresti a un party in piscina sovraffollato, a prescindere dal Covid-19. Cosa faresti?
Farei lunghe passeggiate senza meta. La mia vita deve sempre avere uno scopo, non si esce senza un motivo, senza dover raggiungere un luogo e incontrare delle persone. Alla mia vita manca il caso, è quello che più mi manca.

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