Goccia nell’oceanoIl Parlamento può evitare che i contributi a fondo perduto del decreto rilancio siano inutili

Il meccanismo di ristoro potrebbe riguardare 2,6 milioni di soggetti su una platea potenziale di 4,4 milioni. Ma i 6,19 miliardi stanziati si tradurrebbero solo in 2.400 euro a testa o addirittura 1400 se lo richiedessero tutti. La soluzione è convertire i prestiti garantiti dal governo

Con un ritardo ingiustificato rispetto ad altri Paesi, il Governo ha introdotto anche da noi i contributi  a fondo perduto col Decreto Rilancio del 19 maggio. Tuttavia, se la loro disciplina non verrà modificata in modo opportuno quando il decreto sarà convertito in legge, essi saranno come una goccia nell’oceano.

I soggetti destinatari sono le imprese e i lavoratori autonomi (esclusi, inspiegabilmente, i professionisti iscritti a un Albo) che abbiano avuto nel 2019 un fatturato non superiore a 5 milioni di euro.

Questi potranno accedere ai contributi se la perdita di fatturato del mese di aprile 2020 è superiore a 1/3 del fatturato dell’aprile 2019. E il contributo potrà coprire il 20%, il 15% o il 10% della suddetta perdita a seconda del livello di fatturato nel 2019 (20% fino a 400 mila euro, 15% da 400 a 1 milione e 10% dal milione a 5 milioni).

Stando alle previsioni “prudenziali” dei tecnici del ministero dell’Economia, questo meccanismo di ristoro potrebbe riguardare 2,6 milioni di soggetti su una platea potenziale di 4,4 milioni. Poiché lo stanziamento complessivo è di 6,19 miliardi, ne deriverebbe un contributo medio pro capite pari a 2.400 euro. Altrimenti, sull’intera platea di soggetti, l’importo scenderebbe a 1.400 euro. 

Facciamo un esempio.Prendiamo un ristorante che nel 2019 ha fatturato 400 mila euro e 15 mila euro nell’aprile dello stesso anno. Se nel mese scorso ha fatturato zero, avrà diritto a un contributo di non più di 3.000 euro (il 20% di 15.000). Con questi soldi dovrà pagare il fitto del locale, il leasing delle attrezzature di cucina, la quota-parte delle assicurazioni, delle tasse, degli oneri finanziari e di tutti gli altri costi fissi.

Basteranno? Probabilmente no. E, comunque, perché si fa riferimento soltanto a un mese? Il lockdown imposto dal Governo non risale al 9 marzo? Le prime riaperture non sono cominciate solo a maggio? Il 4 per alcuni settori, il 18 e il 25 per altri? Quanti giorni di chiusura sono?

I dati su Pil, ordini e produzione industriale del primo trimestre sono stati un bagno di sangue ma è solo un’anticipazione di quello che vedremo nel secondo, perché il lockdown è arrivato a marzo inoltrato. 

Le aziende hanno bisogno immediato di liquidità ma finora nelle loro casse è arrivata solo una minima parte di quanto era stato programmato dal Governo. E i contributi del Decreto Rilancio non saranno disponibili prima della metà di giugno, nell’attesa che l’Agenzia delle Entrate predisponga l’immancabile regolamento attuativo. 

Serve un cambio di rotta, altrimenti la situazione rischia di diventare irrecuperabile e socialmente ingestibile. Cosa succederà infatti quando, ad agosto, sarà rimosso il blocco dei licenziamenti? I contratti di lavoro a termine scaduti e non rinnovati sono quasi 200 mila.

Eppure negli altri paesi le procedure sono state ridotte all’osso e tutto ciò che ruota intorno all’epidemia è stato semplificato al massimo. Ben venga, a tal fine, la proposta del governo italiano di  estendere l’autocertificazione anche per i prestiti superiori ai 25 mila euro. 

Il Parlamento dovrebbe apportare un emendamento unificando i due principali strumenti introdotti dal Governo per Piccole e medie imprese e lavoratori autonomi, rendendo i prestiti convertibili in contributi a fondo perduto. 

Perché? Da un lato, perché il prestito, da solo, non è lo strumento più idoneo per proteggere il settore privato da «uno shock di cui non è responsabile e non può assorbire», come aveva subito detto Mario Draghi (V. Financial Times del 25 marzo 2020). I debiti vanno restituiti e non tutti saranno in condizioni di farlo.

Dall’altro lato, perché il contributo a fondo perduto – se si vuole evitare che sia o troppo basso o troppo elevato – dev’essere rapportato alla perdita realmente subìta dall’azienda ma la stima di questa perdita richiede ovviamente del tempo, tempo che l’azienda, per ovvie ragioni, non può aspettare.

Il funzionamento di questo prestito convertibile in contributo potrebbe essere il seguente:

  1. Il soggetto avente diritto presenta alla banca domanda per l’ottenimento di un prestito con la garanzia pubblica, di ammontare corrispondente al 25% (3 mesi) del fatturato 2019, così come previsto nel Decreto Liquidità. Il fatturato è un parametro di riferimento piuttosto oggettivo e 3 mesi – se la curva epidemica non riprende a salire – sono sicuramente meglio di uno.
  2. Dopodiché, il contraente avrà tempo fino alla fine dell’anno per fare i conti e determinare la perdita subìta nel periodo di lockdown.
  3. Detta perdita andrà commisurata alla flessione non del fatturato ma del valore aggiunto di periodo, per scomputare dal primo tutti i cosiddetti “costi variabili”, ossia quei costi che si sostengono solo se e in quanto si produce (consumi di materie prime, trasporti, ecc.) nonché gli eventuali costi fissi di cui l’azienda sia stata sollevata per effetto di specifici provvedimenti agevolativi (i dipendenti in cassa integrazione ed eventuali imposte cancellate o sospese, come l’Irap).
  4. Se, quindi, dal confronto tra valore aggiunto 2020/2019, come sopra calcolato, discende una perdita pari a superiore al prestito ricevuto, quest’ultimo – fino a concorrenza del suo ammontare – verrà estinto per essere convertito in contributo a fondo perduto. Se la perdita è inferiore al prestito, questo potrà essere convertito in contributo solo per la parte corrispondente; di conseguenza, il prestito resterà in vita per la parte residua, sulla quale verranno calcolate le rate da rimborsare per capitale e interessi.

Questo lo schema-base di funzionamento del prestito convertibile in contributo. Esso, ovviamente potrà essere perfezionato o modificato in relazione a particolari casistiche (imprese che hanno cominciato a operare nel corso del 2019, soggetti esentati dalla dichiarazione Iva, ecc.) o a specifiche condizioni che si volessero porre in capo ai beneficiari (impegno a non distribuire utili per un determinato numero di anni, rimborso del contributo in caso di cessione d’azienda fino a concorrenza del prezzo di realizzo, ecc.).

Un’ultima osservazione, prima di concludere. Se sarà approvato un emendamento di questo tipo, è probabile che i 6 miliardi stanziati dal Governo non basteranno; è altrettanto probabile però che il “di più” che non verrà convertito difficilmente potrà essere rimborsato dal soggetto che ha contratto il finanziamento. Di conseguenza, se allarghiamo lo sguardo a tutti gli stanziamenti messi in campo con i vari decreti, il fabbisogno complessivo per lo Stato sostanzialmente non cambia, con la non irrilevante differenza però che si riusciranno a salvare molte più aziende e più posti di lavoro.

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