MugnaiIntegrale, locale, innovativa: la farina piace diversa

L’assemblea annuale dell’Associazione delle industrie molitorie italiane è l’occasione per capire quali sono i trend di consumo in questo settore così peculiare della gastronomia italiana

Quella che noi comuni mortali chiamiamo farina, tecnicamente, per legge, si chiama ‘sfarinato di frumento’. E chi la produce ha un’associazione di riferimento, che si chiama Italmopa ed è proprio l’Associazione degli industriali mugnai d’Italia, che fa parte di Federalimentare, la branca di Confindustria che segue le aziende produttrici di alimenti e ingredientistica.

L’assemblea annuale che si è svolta lo scorso giovedì fotografa il comparto e oltre a fornire utili strumenti a chi in questo settore ci lavora, dà a tutti noi la possibilità di capire meglio che cosa mangiamo, cosa scegliamo e perché alcuni alimenti ci piacciono più di altri.

  1. Nel segmento del frumento tenero, ci piace sempre meno il pane ottenuto da farine bianche, e preferiamo di gran lunga il pane prodotto con farine scure, come la tipo 2 e l’integrale. E se per il pane bianco il calo è di circa l’1,5%, per altre tipologie di alimenti preferiamo ancora la farina bianca: si segnala infatti un andamento positivo in riferimento alla produzione di pasta fresca o secca (+4,5%), biscotteria/lievitati/prodotti da forno e pasticceria (+3,4%), usi domestici (4,2%), pizza e snack (+3,7%), esportazioni (+6,7%).
  2. Nel segmento del frumento duro, la pasta la fa da padrona. Nel 2019 gli utilizzi degli sfarinati di frumento duro hanno fatto registrare, rispetto al 2018, un aumento in volume pari al 2,2% riconducibile essenzialmente ad un incremento della domanda proveniente dall’Industria pastaria (+3,3%), per via dell’andamento positivo delle esportazioni di pasta che hanno controbilanciato l’ulteriore frenata dei consumi sul mercato interno.
  3. Ci piacciono sempre di più i prodotti innovativi, ‘salutistici’ o ottenuti da materie prime locali. Compriamo più prodotti a base di farine/semole bio o integrali, prodotti pronti ad alto tenore della componente ‘servizio’, prodotti innovativi e, in misura minore, prodotti ottenuti con frumento nazionale, regionale o locale.

Il coronavirus e il lockdown, che all’apparenza si pensava avessero aiutato il settore, vista la grande smania di farina registrata tra i consumatori, ha avuto solo un parziale effetto di contenimento delle perdite date dalla chiusura di ristoranti, pizzerie e locali, mentre ha tenuto molto bene il segmento della pasta, come spiega Cosimo De Sortis, Presidente di Italmopa: «Relativamente al primo semestre del 2020, è stata registrata una riduzione del 15% della richiesta di farina di frumento tenero per via del crollo della domanda proveniente dal canale Horeca e dal canale pasticceria e, in misura minore, dal canale della panificazione e dalle esportazioni. Tali riduzioni sono state solo molto parzialmente controbilanciate dall’incremento a tre cifre delle vendite allo scaffale che costituiscono circa il 5% dei volumi di farina di frumento tenero prodotti dall’Industria molitoria. Per quanto riguarda invece il comparto delle semole di frumento duro, si è verificato, nello stesso periodo, un incremento del 15% circa della domanda proveniente dall’Industria pastaria la quale ha dovuto inizialmente far fronte ad una domanda sostenuta sia sui mercati nazionali, sia sui mercati esteri. Un significativo rallentamento della domanda di semola da parte dell’Industria pastaria, peraltro già in atto nelle ultime settimane, appare comunque prevedibile per quanto riguarda il prossimo semestre».

 

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