Terapia di gruppo Stare meglio dopo la pandemia: quello che mangiamo diventa noi

Uno degli effetti collaterali della pandemia è stato rendersi conto che per essere migliori bastava concentrarsi più su se stessi e meno sulle performance utili per colpire e impressionare gli altri. Sapremo far tesoro di questi nuovi e positivi atteggiamenti? (C’entra anche il cibo, ovvio)

Da più parti ci stanno convincendo che la nostra reclusione forzata non abbia avuto solo e per forza risultati negativi, anzi. Non ci stavamo credendo, finché persino Barak Obama, due giorni fa, ha condiviso un articolo di Vox che individua le otto abitudini che abbiamo acquisito e che ci hanno permesso da un lato di sopravvivere e dall’altro che si spera possiamo mantenere, perché questi mesi hanno dimostrato come siano atteggiamenti migliori per noi e per la nostra serenità.

Molte riguardano il cibo, se mai ci fosse bisogno di sottolineare quanto sia importante nella gestione delle crisi, ma sopratutto come possa migliorare decisamente le nostre vite.

Il riassunto, in estrema sintesi, è questo:

Ridurre i consumi: che sia cibo, abbigliamento, energia, meno è meglio. Ci serve davvero tutto quello che vogliamo?

Calmarsi e mettere meno pressione su se stessi: meno ansia da prestazione, meno lavoro, meno impegni ‘istituzionali’ e più impegni personali e familiari.

Dare la priorità ad amici e famiglia: trovare nella propria cerchia vicina gli affetti e il calore di cui abbiamo bisogno.

Impegnarsi nell’attivismo e azioni etiche: fare qualcosa per gli altri che dia uno scopo concreto e utile al nostro esistere.

Fare esercizio fisico quotidiano: muoversi, giù dalle brande. Anzi, lontani dal divano e in piedi, via da quella scrivania.

Passare più tempo all’aperto, in mezzo alla natura: è liberatorio, tonificante, energetico.

Lavorare da casa: ebbene sì, una della più grandi conquiste del periodo è la consapevolezza comune che a casa si produce meglio, di più, con maggiore concentrazione. Certo, al netto dei bimbi che dovrebbero essere a scuola: ma questo non modifica l’assunto precedente: non andare più in ufficio ci permette di non inquinare, di occuparci meglio degli incastri casa-lavoro, di stare – di nuovo – di più con le persone che abbiamo scelto e non con quelle che ci sono state imposte. Ci permette, in estrema semplicità, di avere più tempo per noi.

E infine, ultimo ma fondamentale: il cibo.

Fare il pane, cucinare vegetariano, coltivare le erbe: insomma, darsi da fare per alimentarsi meglio, in modo più salutare, e dedicando alla preparazione dei pasti il tempo necessario.

Ci siamo tutti riscoperti panificatori, cuochi, pasticceri, fermentatori, contadini. Abbiamo scoperto i piccoli produttori, quando l’industria della distribuzione ha avuto qualche problema di sovraccarico. Siamo tornati dai nostri negozianti di fiducia, nei piccoli alimentari di quartiere che ci hanno svelato quanto ci eravamo persi, tra le corsie del super. Abbiamo avuto un po’ più di tempo per informarci su ciò che acquistiamo e ci siamo concentrati sull’avere maggiore consapevolezza di che cosa entra nel nostro corpo.

Lo sostengo da anni, e per sottolinearlo dico sempre una frase semplice ma significativa.

Ciò che mangiamo diventa noi: il cibo non ci attraversa, ci costituisce. Non pensate sia necessario, anzi indispensabile, farci più attenzione?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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