Ungheria vittima eternaEcco come funziona la “danza del pavone” di Viktor Orbán

A breve lo stato d’emergenza e i pieni poteri saranno revocati, ma il premier magiaro ha colto l’occasione per accusare gli altri Stati membri di usare Budapest come un capro espiatorio. Con questa tecnica il leader di Fidesz riesce a violare sempre più le leggi comunitarie, pur rimanendo formalmente entro il perimetro del legalmente consentito

Afp

La settimana scorsa alcuni alti papaveri del governo ungherese sono intervenuti sui media europei per rivendicare la scelta di dichiarare lo stato d’emergenza e concedere pieni poteri all’esecutivo approvata dal parlamento magiaro il 30 marzo.

Il provvedimento aveva fatto scattare l’allarme tra gli osservatori, che l’avevano interpretato come il passaggio definitivo nell’edificazione di quella democrazia illiberale di cui Orbán e il suo entourage si fanno fieri promotori. 

Poiché lo stato d’emergenza dovrebbe venir revocato a breve, secondo le autorità magiare si confermerebbe la sua natura di norma temporanea varata ad hoc per l’emergenza, contrariamente a quanto sostenuto dai “detrattori dell’Ungheria”.

Il loro paese sarebbe stato posto ingiustamente alla berlina da attacchi faziosi e infondati (una «caccia alle streghe», un «processo farsa»). Illazioni diffuse per di più nel mezzo di una grave crisi sanitaria, che Budapest ha potuto gestire così efficacemente solo grazie alla possibilità di governare per decreto ottenuta in seguito alla dichiarazione dello stato d’emergenza, stando alla versione ufficiale. 

Poiché anche altri Stati Ue avrebbero introdotto norme e restrizioni simili a quelle applicate in Ungheria, l’Ue e i governi occidentali che si sono scagliati contro Budapest sarebbero inoltre tacciabili di ipocrisia.

L’esecutivo ha addirittura presentato alla Commissione europea uno studio comparativo dei provvedimenti intrapresi da tutti i ventisette Stati Ue per fronteggiare l’emergenza, finalizzato a dimostrare come Budapest non sia stata affatto un’eccezione. 

A inaugurare la controffensiva è stata la ministra della Giustizia Judit Varga in un intervento uscito su EUobserver il 28 maggio. Secondo Varga, «l’Ungheria ha affrontato una campagna politica di isteria coordinata e senza precedenti (..) durante la fase più dura della lotta alla pandemia» e questi attacchi avrebbero «minato la legittimità delle decisioni» prese dal governo ungherese.

La ministra magiara ha anche contestato la scelta del Parlamento europeo di non accettare che lei sostituisse il premier Orbán al dibattito tenutosi il 14 maggio, dove si è discusso anche del caso ungherese. Il presidente dell’Europarlamento Davide Sassoli aveva specificato come il protocollo richiedesse la presenza del primo ministro, che si era tuttavia detto indisponibile accampando l’esigenza di rimanere in patria per meglio coordinare la reazione al virus. 

Poche ore dopo l’invettiva di Varga, ha rincarato la dose su Euronews Zoltán Kovács, l’influente portavoce dell’amministrazione ungherese. Simile per toni e contenuti a quello della collega, l’intervento di Kovács mescola giustificazioni, accuse a non meglio definiti «critici chiacchieroni» e richiesta di scuse. Il portavoce ha ricordato che, come garantito dal testo costituzionale, il parlamento avrebbe potuto revocare lo stato d’emergenza in qualunque momento. 

Pur vantando un dottorato conseguito proprio all’università fondata dall’arcinemico del governo magiaro Georges Soros, la Central European University (Ceu), Kovács è tra i principali artefici di quella campagna di demonizzazione con cui il finanziere ebreo-americano di origini ungheresi viene ciclicamente accusato di pressoché qualunque complotto ordito ai danni dell’Ungheria.

Come da prassi infatti, anche Orbán ha rievocato la perenne minaccia incarnata da Soros per esprimere la propria opposizione al Recovery Fund recentemente proposto dalla Commissione. In una delle sue abituali comparsate apparizioni a Radio Kossuth, il leader ungherese ha definito la possibilità che l’Ue emetta delle obbligazioni comuni (eurobond, coronabond o meccanismi simili) un piano «alla Georges Soros» che, se varato, renderà i paesi Ue “schiavi del debito”.

Nella stessa occasione, Orbán ha annunciato che tornerà a interpellare la popolazione sul tema tramite una «consultazione nazionale» – l’invio a mezzo posta di questionari ai cittadini con domande a risposta binaria su questioni relative a sovranità nazionale, una delle tecniche con cui il governo magiaro riveste di una patina di democraticità iniziative già decise precedentemente. In aggiunta, Orbán ha spavaldamente definito la decisione di imporre lo stato d’emergenza «una delle migliori degli ultimi dieci anni». 

Dopo aver esposto le rimostranze degli esponenti del governo ungherese, alcuni dati.
Primo, se è vero che molti esecutivi Ue hanno imposto lo stato d’emergenza nel proprio paese, il caso ungherese è stato l’unico in cui l’amministrazione non ne ha indicato una scadenza definita. Detto altrimenti: sarebbe comunque spettato al governo valutare se e quando terminare lo stato d’emergenza, in base a proprie valutazioni, ampiamente arbitrarie.

Il fatto che un esecutivo Ue possa limitare libertà politiche e individuali così agevolmente come fatto da Budapest in questo frangente è un dato allarmante in sé, a prescindere dall’eventuale durata e dalle rassicurazione che esso fornisca in merito alla proporzionalità, all’urgenza e all’adeguatezza del provvedimento. 

Secondo, sebbene in teoria il parlamento ungherese avrebbe potuto revocare lo stato d’emergenza in qualunque istante come sostenuto giustamente da Kovacs, il fatto che il partito di governo Fidesz controlli saldamente la maggioranza dell’emiciclo rende questa eventualità poco più che fantascienza.

Considerando anche la graduale occupazione dell’organismo giudiziario da parte di soggetti vicini o cooptati da Fidesz, ad oggi non esiste in Ungheria un sistema istituzionale di pesi e contrappesi capace di contenere l’azione dell’esecutivo. La gestione del potere è completamente arbitraria: il rispetto delle formalità normative è a fini puramente cosmetici. 

Terzo, come elencato dal eurodeputato Csaba Molnár, membro del partito di opposizione ungherese Coalizione democratica, nei mesi in cui il governo avrebbe dovuto teoricamente prioritizzare la lotta al coronavirus il parlamento ha prodotto un numero sorprendentemente alto di leggi non direttamente connesse al contrasto delle pandemia, molte delle quali lesive delle libertà individuali.

Tra queste, il rigetto del Trattato di Istanbul contro la violenza sulle donne, che secondo la maggioranza promuoverebbe «l’ideologia gender e la migrazione illegale»

Quarto, come sottolinea Human Rights Watch, la proposta di legge con cui il governo dovrebbe dichiarare concluso lo stato d’emergenza garantirebbe comunque il mantenimento di molte importanti prerogative in capo all’esecutivo. La proposta prevede, per esempio, che esso possa dichiarare uno «stato d’emergenza sanitaria» della durata di sei mesi senza l’obbligo di passare per l’approvazione del potere legislativo rinnovabile un numero indefinito di volte.

Anche alcune limitazioni draconiane alla libertà d’espressione introdotte con lo stato d’emergenza, come la possibilità di comminare fino a cinque anni di carcere a chiunque sia ritenuto colpevole di diffondere disinformazione sull’operato del governo, è probabile che rimangano in vigore.

Che Orbán interpreti il concetto di «stato d’emergenza» in modo molto estensivo è suggerito dal fatto che quello imposto nel 2015 per rispondere a una «crisi dei rifugiati» ampiamente ingigantita dalla propaganda statale sia stato rinnovato anche in seguito, pur a fronte della drastica diminuzione del numero di ingressi nel paese. 

Le lamentele esternate dai membri dell’esecutivo sulla stampa europea illuminano un aspetto importante del meccanismo di consenso orbaniano: l’auto-vittimizzazione. Grazie anche a un controllo pervasivo del sistema mediatico, l’élite magiara alimenta nella popolazione una costante sensazione di paranoia. Il popolo magiaro sarebbe perennemente oggetto di accuse infondate da parte di nemici esterni ipocriti, interessati a fiaccare la coesione nazioni per i più biechi fini. Questo instrumentum regni investe sia il presente che il passato, cercando di delineare una continuità forzata nella storia millenaria della nazione ungherese.

Rievocare episodi altamente simbolici come il Trattato del Trianon, il cui centenario ricorre proprio questa settimana (4 giugno), serve a questo scopo: convincere gli ungheresi di essere (sempre stati) vittime di prevaricazione confezionati da potenze straniere, come gli ottomani e i sovietici in passato o come i cosiddetti “brusselliti”, gli spietati funzionari Ue che oggi vessano il paese. 

Sul piano tattico, proprio il report comparativo compilato dal governo e inviato alla Commissione, infine, rappresenta un esempio mirabile della “danza del pavone, la tecnica con cui Orbán e la sua cerchia riescono a violare sempre più nettamente le leggi e le consuetudini comunitarie pur rimanendo formalmente entro il perimetro del legalmente consentito: indicare per ogni critica ricevuta da Bruxelles un passaggio di una norma simile di un altro Stato membro.

Si genera così l’illusione ottica che qualunque provvedimento liberticida licenziato dal parlamento ungherese asservito al governo sembri perfettamente legale. Qualora qualcuno non ci cascasse e denunciasse questo sapiente gioco di prestigio, per screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica magiara sarebbe sufficiente bollarlo come «nemico della nazione ungherese», «servo di Soros», «agente straniero» o qualunque altra etichetta denigratoria capace di istillare il dubbio che dietro alle critiche si celi un maligno sabotatore dell’unità nazionale.

Nessuno nel consesso Ue ha ancora trovato un modo per diradare la cortina di fumo che oscura il contesto generale in cui queste leggi vengono approvate: il graduale e certificato processo di disintegrazione dello Stato di diritto perseguito dal governo ungherese a partire dal 2010, non di rado rivendicato apertamente proprio dai suoi fautori.

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