Urgenza europeaCome accettare la sfida del sovranismo per creare una vera identità dell’Unione

Bisogna prendere le distanze dalle ambiguità del generico filoeuropeismo dominante. Serve un dibattito democratico e aperto sulle ragioni costitutive del patto comunitario, fondamentale per restituire dinamicità all’integrazione da tempo ferma nell’impasse dello status quo

Afp

Ha senso lavorare ancora oggi a un progetto politico europeista, proprio perché esso ha il potenziale per rispondere a istanze e aspettative dei cittadini di oggi. Del resto, è l’evoluzione stessa della storia che indica come, dinanzi a sfide regionali e globali – da ultimo quella portata dal covid-19 –, lo strumentario nella disponibilità degli Stati nazionali sia del tutto inadeguato e che, quindi, si debba puntare a rafforzare il livello sovranazionale per fare acquistare alle stesse nazioni “uno spazio di vita”.

«Non è ormai più possibile che gli Stati, singolarmente, possano dare ai propri popoli quella sicurezza e quel tenore di vita cui essi hanno diritto. Soltanto l’Europa, nella riunione delle singole forze, risorse e capacità, potrà dare alle sue popolazioni la speranza di una vita migliore», diceva De Gasperi.

Necessità e urgenza della storia, si intrecciano, quindi, con le istanze dei cittadini. Cittadini che, in numero sempre maggiore, non hanno esperienza diretta delle guerre mondiali dalle cui ceneri è partito il progetto di integrazione, ma hanno esperienza diretta dell’Europa unita: il che significa che, da un lato, non hanno nostalgie per un mondo incentrato sulle nazioni, dall’altro, non sono disposti a rinunciare a tanti dei benefici dell’essere europei (si pensi, su tutti, alla libera circolazione delle persone).

La valorizzazione – in termini di sfida politica – di suddetto intreccio tra necessità, urgenze e istanze dei cittadini non può che essere rimessa a un progetto politico europeista, che punti al rafforzamento del livello di governo europeo, ben al di là dell’insoddisfacente (in primis per i cittadini) status quo.

Nel lavorare a un progetto politico europeista, è fondamentale recuperare contatto con le “radici” di questo, alla luce della forte coincidenza tra i valori fondativi del progetto europeo di integrazione e istanze attuali dei cittadini.

Valori che, “riattivati” attraverso una presa di coscienza della loro attualità rispetto proprio alle istanze dei cittadini, sono capaci di rispondere in maniera credibile alle domande esistenziali che attraversano le società di oggi, nonché di risvegliare un senso di condivisione, di comunità, evitando esiti “nazionalisti” e ideologici.

Il “ritorno” all’europeismo, del resto, ha senso – e possibilità di successo politico – solo se si dimostra capace di rilanciare una visione dell’Europa quale attore politico a livello globale, capace di difendere l’identità europea. Un’identità i cui tratti sono rappresentati, in primis, dai valori fondativi del “patto europeo”: dignità ed eguaglianza, libertà e benessere, solidarietà e sicurezza.

Valori che, i cittadini sentono minacciati dalle forze economiche e politiche che dominano il mondo globalizzato di oggi, oltre che dalla devastazione portata dalla pandemia. È in quelle fondamenta che va cercato il potenziale costituente – dal portato tanto identitario quanto inclusivo – che serve per attivare il potenziale politico insito nel suddetto intreccio tra necessità storica e
istanze dei cittadini.

È a partire da lì che si potranno spalancare visioni e alimentare risposte coraggiose, ben oltre quei “piccoli passi”, che non permettono all’Europa la velocità necessaria per non farsi superare dalle sfide che la inseguono.

Non c’è alcuna nostalgia del passato in questa conclusione: riconnettere il presente del progetto europeo alle proprie fondamenta, può permettergli di riscoprire la propria vicinanza alle istanze dei cittadini di oggi, e di guardare al futuro avendo ritrovato «il filo della propria storia».

Del resto, se l’identità europea è “fatta” da questi valori, «nel nostro mondo multiculturale tali valori continueranno a trovare piena cittadinanza se sapranno mantenere il loro nesso vitale con la radice che li ha generati».

Un nuovo europeismo deve, dunque, strutturarsi come una proposta politica capace di:

– rilanciare l’ambizione di un’integrazione politica al livello europeo, che sia al contempo “sempre più stretta” e capace di valorizzare le diversità nazionali. Si tratta di tornare a farsi promotori di iniziative politiche capaci di rafforzare governance e capacità politica della Ue e dell’Eurozona, sulla base di un progetto politico che valorizzi una sussidiarietà solidale tra livello nazionale e sovranazionale

– recuperare la centralità dei valori europei quale elemento identitario della missione europea, dando priorità alla coerenza tra questi e azione politica, e rigettando l’“approccio contabile”. Ciò richiede di ripartire dal rilancio del dibattito sull’idea d’Europa del futuro, per capire chi siamo e dove vogliamo andare, consapevoli che «un’“Idea d’Europa”, che non sia semplicemente il marchio commerciale di un’associazione d’imprese operanti per fini economici, deve essere ricavata da una riflessione sull’essenza d’Europa». Tale dibattito deve ripartire dai cittadini e dalla loro inedita attenzione verso l’Europa, con l’obiettivo di consolidare una mentalità europea, indispensabile per riprendere il cammino verso un’unità da perseguire attraverso «lo sforzo che oggi si chiama
democrazia»

Un dibattito democratico aperto, sulle ragioni costitutive del patto europeo è, oggi, una sfida politica imprescindibile, perché fondamentale per restituire dinamicità all’integrazione europea, da tempo ferma nell’impasse dello status quo. Dinamicità nella direzione del perseguimento di un “interesse europeo” che, per essere individuato, richiede un confronto costituente, e un’attività di tessitura delle varie istanze in gioco.

Tale dibattito è importante per prendere le distanze dalle ambiguità del generico filoeuropeismo dominante, espressione di un «gioco furbesco della non tematizzazione» che ha, nel corso degli anni, svuotato di contenuto politico il dibattito sull’Europa e contribuito ad alimentare il deficit democratico dell’Unione europea: così che questo è rimasto un tema indisponibile al confronto con i cittadini, relegato dietro le teche di una retorica senza contenuto politico oppure di un confronto dotto rimesso ai tecnici.

Perché il confronto sulle ragioni dello stare assieme in Europa sia capace di arrivare alle radici del patto europeo, è necessario che esso vada al di là dei temi dell’emergenza economica e delle questioni economico-contabili, per prendere il largo a un confronto sull’idea e sull’identità dell’Europa: su ciò che l’Europa intende essere all’interno, ossia rispetto ai propri cittadini, e all’esterno, ossia nei rapporti con gli altri attori globali.

Si tratta di una sfida politica e, più ampiamente, culturale, che richiede di vincere resistenze e pregiudizi; una sfida che l’europeismo non può permettersi di non cogliere, se vuole ricominciare a tessere, a partire dalle rispettive identità nazionali, e con i fili dei valori costituzionali europei, una visione comune, che dia un senso di marcia allo stare assieme europeo, in un contesto globale dominato da potenze regionali non solo distanti dalla nostra storia e dalla nostra identità, ma che oggi, in alcuni casi, si presentano anche come contrapposte a esse.

(…)

Identità, nel caso dell’Europa, non significa omogeneità, così come un’“unità” europea non può concepirsi se non come concerto di diversità e non come uniformità. Diceva lo storico francese Lucien Febvre, che nella cultura europea «il capitolo delle diversità resta importante quanto quello delle somiglianze».

Allo stesso modo, parlare di integrazione non è parlare di omogeneizzazione: tema, quest’ultimo, tutt’altro che scontato, se si pensa all’approccio spesso omologante proprio dal legislatore europeo, il quale tende a ricondurre ad un modello “unico” le differenze – spesso radicate in specificità nazionali di lunga data – che incontra nella sua attività regolatoria.

Se «l’identità europea non può comunque significare nient’altro che un’unità nella pluralità delle nazioni», l’obiettivo di una maggiore integrazione politica deve coincidere con quello di un rispetto del pluralismo, a livello sovranazionale e nazionale: le frontiere – geografiche ma più ampiamente culturali – nazionali sono un fatto storico da valorizzare e non da marginalizzare, poiché, come disse un Padre dell’Europa, Robert Schuman, «non bisogna avere la pretesa di correggere la Storia».

Emerge con ancora maggiore chiarezza l’importanza di non sprecare l’occasione della Conferenza sul futuro dell’Europa. Alla quale bisognerebbe provare ad affiancare anche altre iniziative capaci di andare in questa direzione.

Da “Urgenza europea. Riscoprire l’idea di Europa, oltre le crisi” (San Paolo EdizionI) di Mario Di Ciommo, 17,10 euro, 224 pagine

 

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