Finanziamenti distrattiL’Italia non controlla come vengono spesi i fondi che mantengono i campi profughi in Libia

L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione ha analizzato i bandi che permettono alle Ong che lavorano nel paese Nordafricano di ottenere soldi per le attività dei centri per migranti, e il risultato è molto deludente: dal ministero degli Esteri c’è poca trasparenza, nessuna condizionalità e soprattutto poca attenzione alle condizioni dei profughi

MAHMUD TURKIA / AFP

Mancanza totale di trasparenza, nessun tentativo per frenare la detenzione neanche per quanto riguarda donne e bambini, rendicontazioni sommarie, gestione degli stessi progetti umanitari che passa attraverso le milizie libiche, soldi pubblici che vengono spesi non per chiudere le strutture di tortura, quanto per ristrutturarli. 

Il dubbio che emerge dal rapporto di Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, che ha analizzato alcuni bandi affidati dall’Aics, l’Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo che fa direttamente capo alla Farnesina, a varie Ong, è che i centri di detenzione in Libia non solo non sono contrastati dal governo italiano, ma addirittura foraggiati. 

«Tutto nasce – spiega dall’Asgi Alberto Pasquero, avvocato specializzato nel diritto all’immigrazione e professore alla Statale di Milano – dal memorandum sottoscritto il 2 febbraio 2017 a Roma da Al-Serraj e Gentiloni e mai interrotto». 

Un accordo «sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere» che si è rinnovato automaticamente il 2 febbraio 2020, in assenza di un impegno italiano per la sua interruzione, nonostante le numerose richieste della società civile e le tragiche testimonianze di tortura.

A febbraio a pronunciarsi era stata anche il commissario europeo per i diritti umani Dunja Mijatovic che, in una lettera inviata al ministro Luigi Di Maio, chiedeva «di sospendere ogni attività di cooperazione con la guardia costiera libica che comporta, direttamente o indirettamente, il respingimento di persone intercettate in mare», e riportate a terra nei campi di tortura di un Paese in guerra civile. 

Per tutta risposta solo poche settimane fa tra le missioni internazionali ha trovato rifinanziamento da parte dell’esecutivo Conte la missione bilaterale di «assistenza alla Guardia costiera della Marina militare libica, con l’obiettivo di fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta di esseri umani». 

L’Italia parteciperà alla missione con 39 unità della Guardia di Finanza e 8 Carabinieri (e un fabbisogno finanziario superiore ai 10 milioni di euro), che saranno impegnati anche nella «costituzione di un Cantiere Navale e una mini Scuola Nautica in territorio libico» come si legge nel documento consegnato in Parlamento, di cui però non si conosce alcun dettaglio.

E d’altronde è proprio la mancanza di trasparenza ciò che l’Asgi contesta anche ai fondi pubblici finiti in territorio libico. Nel memorandum si parla dell’impegno dell’Italia a «finanziare» e «adeguare» i «centri di accoglienza» per migranti – esattamente quelli che sono stati ribattezzati lager – tramite una quota del Fondo Africa che dal 2017 è gestito dalla Farnesina: a questo scopo fino ad oggi sono stati destinati 6 milioni. 

Tuttavia, conoscere esattamente cosa prevedano i progetti vincitori di bando non è possibile: «Alle tante richieste di accesso civico per ottenere il testo dei progetti approvati – spiega a Linkiesta il prof. Pasquero – Aics ha negato tale diritto». Singolare la motivazione addotta: occorre «tutelare in concreto l’interesse pubblico inerente alle relazioni internazionali e la sicurezza degli operatori delle OSC (Organizzazioni della Società Civile, ndr) italiane incaricate dell’attuazione dei progetti sul territorio libico, attualmente attraversato da un conflitto armato». Anche se si tratta di fondi pubblici.

In altri casi, invece, alcuni documenti sono stati sì trasmessi ma, continua ancora Pasquero, «con l’occultamento di alcuni dati fondamentali e che peraltro non erano sensibili. Spesso si tratta di informazioni – spiega Pasquero – che non hanno nulla a che vedere con le relazioni internazionali o la sicurezza sul campo: sono dati finanziari o relativi alle finalità del progetto». 

Impossibile conoscere i nomi dei partner libici e, ancor più grave, alcune voci dei rendiconti finanziari delle Ong alla Farnesina. Il punto non è secondario se si pensa che i progetti finanziati sono gestiti poi da intermediari in territorio libico poiché i bandi stessi sottolineano l’impossibilità per le Ong di operare direttamente nel Paese africano: «Senza adeguata trasparenza, considerando che di fatto i centri sono gestiti da milizie armate, non possiamo escludere che parte delle risorse vadano direttamente in mano proprio agli aguzzini».

Dubbio legittimo dato che nelle rendicontazioni che l’Asgi è riuscita a consultare, spesso le cifre sono talmente sommarie da lasciare interdetti. Un esempio su tutti: nel progetto “Sostegno ai migranti del centro di Tarek Al Matar e alla comunità ospitante” della Ong Cefa e attuato in consorzio con altre due associazioni, nella sezione “Fornitura presidi medici” la Ong rendiconta una sola unità per una spesa di 40mila euro, senza specificare altro. Stesso modus operandi per l’unica voce nella sezione “Fornitura medicinali” per una spesa di 35mila euro. 

Nei bandi si parla dell’esigenza di «supportare un governo in difficoltà nel fornire assistenza volta a salvare vite delle persone più vulnerabili», quando invece per ammissione della stessa Unione europea i lager libici esistono proprio per diretta decisione politica libica. Ci si muove, anzi, in direzione diametralmente opposta dato che l’erogazione dei fondi non prevede alcuna condizionalità: «Nei bandi non c’è alcuna misura per tentare di evitare o ridurre la detenzione, neanche di donne e bambini – spiegano ancora dall’Asgi –, non abbiamo registrato alcuna richiesta o pressione da parte del governo italiano come contropartita degli interventi finanziati dall’Aics».

Se in alcuni casi i progetti mirano comunque a fornire medicinali e cibo, in altri invece non sembra esserci alcuna rispondenza a bisogni primari dei detenuti. Tra le attività finanziate dall’Italia nel centro di Tarek Al Matar si contano il rifacimento di muri e pavimenti, la costruzione di un bagno, l’installazione di caldaie. E ancora. 

Dal rapporto dell’Asgi emerge che tra le attività foraggiate per i campi di Al Judeida/Sabaa (quartieri di Tripoli) e Khoms (100 km a est di Tripoli), entrambi al centro di inchieste da parte dei media internazionali per i maltrattamenti e le torture a danno dei migranti e per le terribili sparizioni forzate, c’è anche la «riabilitazione di infrastrutture di base», quali «aerazione, recinzione, copertura, cancelli». 

Infrastrutture che, al di là dell’aerazione, hanno una chiara funzione «sia protettiva che contenitiva». Impossibile saperne di più dato che, anche in questo caso, manca il testo del progetto approvato, «che Aics si è sempre rifiutata di trasmettere», spiegano ancora i giuristi dell’Asgi. 

L’ipotesi che gli interventi abbiano una natura anche restrittiva, però, è suffragata dalle affermazioni del direttore di una Ong libica rilasciata all’Associated Press, secondo cui migranti detenuti nel centro di Sabaa sarebbero stati addirittura «obbligati a costruire un’ala aggiuntiva del centro con fondi del governo italiano».

«Il problema – conclude Pasquero – è che questi bandi o prevedono interventi strutturali per la sopravvivenza dei lager; oppure quando forniscono medicinali e cibo, poiché senza condizionalità, finiscono con l’essere solo palliativi dato che tutti i report internazionali sottolineano che subito dopo tali interventi si torna allo stato iniziale tra abusi, torture e malnutrizioni». Ecco perché la richiesta dell’Asgi è quella di riformare in maniera radicale la gestione dei flussi migratori, soprattutto nell’accordo con la Libia: «Di fatto l’Italia preferisce foraggiare le politiche disumane libiche pur di contenere i flussi migratori».

Non è detto, però, che qualcosa non possa cambiare nei prossimi mesi. Proprio l’Asgi, insieme al Cairo Institute for Human Rights Studies (CIHRS), ha depositato un ricorso – che verrà presentato oggi pomeriggio – al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite sul ruolo di Italia, Malta e Libia nella «violazione del diritto di lasciare la Libia e della conseguente negazione dei diritti dei richiedenti asilo», per conto di alcuni individui che avrebbero voluto lasciare l’Africa e invece sono stati riportati indietro, in territorio libico, dove hanno subito sevizie e torture di ogni tipo. Nel ricorso, tra gli articoli violati dai tre Paesi, si menzionano quelli relativi al “Diritto alla vita”, al “Divieto di tortura” e al “Diritto alla libertà”. 

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