Che fretta c’era?Qualcosa non torna nelle versioni di Conte e Speranza su Alzano e Nembro

Il presidente del Consiglio dice che «anche con il senno di poi» il governo non ha nulla da rimproversarsi e nega alcun ritardo nelle decisioni sulle zone rosse. Ma nel racconto di quelle giornate ci sono troppe incongruenze

Pixabay

Si può anche sorridere della scioltezza con cui Matteo Salvini passa dalla difesa integrale dell’operato della Regione Lombardia contro le strumentalizzazioni della sinistra alla richiesta di dimissioni dell’intero governo per le stesse ragioni, cioè per non aver chiuso tutto nei giorni in cui lui per primo invitava ad aprire. Si può inorridire di fronte alla disinvoltura di un’opposizione che in questi mesi ha cambiato linea ogni due settimane, un giorno accusando il governo di ingigantire e il giorno dopo accusandolo di minimizzare l’epidemia, un giorno parlando di situazione fuori controllo e il giorno dopo di allarmismo ingiustificato.

Non ci fossero mille altre ragioni per pensarlo, basterebbero questi precedenti a dimostrare che, nonostante tutto, è stato un bene che al governo non ci fosse Salvini. Per quanto si possa diffidare di Giuseppe Conte, anche nella gestione dell’epidemia, per l’uso assai disinvolto dei poteri dell’esecutivo, per il modo in cui ha trasformato una tragedia nazionale in palcoscenico per operazioni d’immagine, per l’approccio burocratico a qualunque problema pratico, non si può negare che il confronto con Donald Trump, Jair Bolsonaro, Boris Johnson e tutti gli altri amici e modelli dei sovranisti di casa nostra è impietoso: con tutti i suoi limiti e i suoi errori, il governo Conte si è comportato decisamente meglio.

Da quando però i verbali del comitato tecnico-scientifico sono stati pubblicati, ormai tre giorni fa, molti legittimi dubbi sono emersi, ai quali il governo ha offerto risposte contraddittorie, e a tratti decisamente incredibili. Ieri, nel corso dell’ennesima iniziativa pugliese, Conte ha dichiarato: «Anche con il senno di poi non abbiamo nulla da rimproverarci». Ha poi definito «una sonora sciocchezza» l’accusa di avere mentito ai magistrati sul caso della mancata chiusura di Nembro e Alzano, e ha ribadito: «Non credo di aver perso tempo, non c’è stato nessun ritardo».

Per quanto riguarda in particolare la scelta di non isolare subito – come pure il comitato tecnico-scientifico aveva chiesto – i comuni di Alzano e Nembro, da cui l’epidemia si sarebbe estesa all’intera bergamasca, con le tragiche conseguenze che conosciamo, è stato però notato da più parti come la versione data da Conte venerdì in conferenza stampa si discostasse non solo da quella fornita ai magistrati (almeno per come era stata riportata dai giornali), ma anche da quanto da lui dichiarato il 2 aprile in un’intervista al Fatto quotidiano.

Nell’intervista del 2 aprile Conte dice: «La sera del 3 marzo il Comitato tecnico scientifico propone per la prima volta la possibilità di una nuova zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro». Il 12 giugno ai magistrati, secondo quanto riportato a suo tempo dal Corriere della sera, avrebbe detto invece di non aver mai visto il verbale di quella riunione del Cts («Quel documento non mi è mai arrivato. Non l’ho mai visto»). Venerdì 7 agosto, infine, dichiara in conferenza stampa: «Il giorno 3 [marzo] è il verbale del Cts, ne vengo a conoscenza il giorno 5 perché il giorno 5 perviene al segretario generale della presidenza di Chigi».

È evidente che qualcosa non torna, ma è altrettanto evidente che si trattava di momenti difficilissimi e straordinariamente confusi, giornate in cui andavamo tutti a tentoni: scienziati, giornalisti e politici, amministratori locali e dirigenti di partito, governo, maggioranza e opposizione. Molto dunque può e deve essere scusato, o perlomeno contestualizzato, anche se non sempre e necessariamente giustificato, e quasi quasi si sarebbe tentati di chiuderla qui, lasciando ai magistrati il compito di accertare le eventuali responsabilità penali.

Ieri però alle parole di Conte e alle versioni già circolate sui giornali si è aggiunto il riepilogo fornito dal ministro della Salute, Roberto Speranza, al Corriere della sera. Il virgolettato merita di essere riportato per intero: «Sono assolutamente sereno, su Alzano e Nembro la spiegazione è semplice e lineare. Tra il 3 marzo e il Dpcm del 10 che chiude tutta l’Italia non c’è nessun buco. Il 4 marzo ricevo il verbale del Cts, che mi arriva sempre il giorno dopo. Il 5 avviso Conte e chiediamo un approfondimento a Brusaferro. Il 6 il premier vede il Cts e lì matura il cambio di linea, perché il tentativo di bloccare il virus in zone delimitate è superato dai numeri dell’epidemia in Emilia, Piemonte, Liguria, Marche. Il Dpcm dell’8 marzo che chiude solo le aree più colpite è pienamente conforme alle idee del Cts».

Sembra di vedere un film al rallentatore. Ricapitolando: il 3 marzo il comitato dice che bisogna subito istituire una zona rossa a Nembro e Alzano per evitare il diffondersi dell’epidemia, provvedimento urgentissimo per definizione, come tutti sappiamo. Ma il «verbale» della riunione – precisa Speranza, che sembra condividere il feticismo burocratico del presidente del Consiglio per le trascrizioni ufficiali – gli arriva solo il giorno dopo. Quindi dal grido «al fuoco!» alla reazione del ministro, stando al suo racconto, passano ventiquattro ore. Dopodiché, prosegue, «il 5 avviso Conte». Cioè altre ventiquattro ore dopo. E cosa decidono di fare Conte e Speranza, a questo punto, cioè già a quarantotto ore dall’allarme? «Decidiamo di chiedere un approfondimento». Ma sì, che fretta c’è?

E così passano altre ventiquattro ore (foste stati al loro posto, nel dubbio, voi non avreste detto semmai: intanto chiudiamo, e poi approfondiamo?). Dal 3 marzo siamo dunque arrivati al 6, sono passati in tutto tre giorni, quando Conte incontra il comitato tecnico-scientifico «e lì matura il cambio di linea».  Mi fermo qui, sebbene anche il resto della sequenza sia non meno significativo, perché penso sia chiaro il punto. E il punto è che non ce la raccontano tutta, e il pezzo che ci raccontano è talmente poco credibile da risultare tragicamente ridicolo.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta