Giustizia di genereLo strano caso del Pd diversamente populista di Bettini

Il fautore dell’alleanza strategica tra i democratici e i Cinquestelle spiega che c’è un populismo sociale buono, quello dei grillini, e uno cattivo, quello di Salvini. Ma la storia giustizialista del suo partito e una recente iniziativa parlamentare sull’affidamento dei figli di coppie separate ai padri svelano il grande problema di un’area che in questo modo non potrà aspirare ai voti moderati e liberali

Goffredo Bettini, con un intervento su Linkiesta, ha ancora una volta rivendicato la validità dell’attuale formula di governo basata sull’alleanza tra il suo partito e i 5 Stelle, in cui egli intravede una forma nobile di “populismo sociale” che al contrario del modello autoritario e sovranista del populismo di destra è «rispettoso delle regole elettorali e di un regime di libertà anche se privo, per sua stessa natura, di quei principi liberali e garantisti a noi molto cari».

Con tutto il rispetto, ci sorge una domanda: a noi chi?

È di tutta evidenza che liberalismo e garantismo non albergano, e forse non hanno mai albergato, nel corpaccione profondo del PD fin da quando il “nuovo” partito dei DS occhettiani cavalcava la leggenda giustizialista di Mani Pulite.

Un vizio d’origine che si trascina sino all’odierno tran tran burocratico di Nicola Zingaretti (un politico che si sconcerta di fronte alle sentenze della Consulta sul carcere duro agli ergastolani).

E non c’è neanche da sforzarsi per trovare pressoché quotidianamente esempi eloquenti: l’ultimo è stato efficacemente descritto da un articolo di Maria Novella De Luca su Repubblica che annuncia l’istituzione dell’ennesima, inutile e propagandistica commissione d’inchiesta, questa volta su 572 casi di separazioni giudiziali concluse con la decisione (culturalmente inaccettabile per una certa mentalità che si vorrebbe “di sinistra” ) di affidare i bambini ai padri. A capo di essa, come sbagliarsi, una parlamentare del PD, l’onorevole Valeria Valente assurta meritatamente alla gloria della citazione giornalistica.

Orbene, non è dato sapere dall’articolo i criteri di scelta adottati dall’onorevole Valente sui 572 casi, né i tribunali dove le procedure sono pendenti e neanche l’arco di tempo cui fa riferimento la scelta.

Per capire la rilevanza e l’ordine delle cifre soccorrono i dati emersi alla giornata studio per magistrati e professionisti competenti nel diritto di Famiglia presso la Corte d’Appello di Roma, tenutasi a gennaio di quest’anno secondo cui «negli ultimi due anni lo Spazio famiglie e minori del Tribunale ordinario di Roma ha trasmesso 1.400 richieste di aiuto dei giudici ai servizi sociali, in riferimento a figli esposti a separazioni e divorzi altamente conflittuali». Secondo Silvia Mazzoni, professoressa associata di Psicologia dinamica della Sapienza, circa il 10 per cento di tutte le separazioni sono altamente conflittuali.

Secondo le statistiche ISTAT aggiornate al 2015 vi è stato un consistente aumento del numero di divorzi, che ammontano fino a 82.469 (+57 per cento sul 2014). E anche le separazioni sono aumentate sebbene meno dei divorzi. Sempre nel 2015, le separazioni sono state 91.706 (+2,7 per cento rispetto al 2014).

Dunque ogni anno si registrano diverse migliaia di casi (nove, diecimila) di separazioni conflittuali con annesse decisioni (temporanee o definitive) giudiziali sull’affidamento dei figli.

Appare dunque chiaro che poco più di 500 casi sospetti di affido al genitore padre non meriterebbero l’incomodo di una commissione d’inchiesta perché non sono né una tendenza né un indice rilevante. Sono molti di più i casi di riforma delle sentenze di condanna e le procedure di ingiusta detenzione, ma chissà perché lì non si trova Mau un onorevole del PD per presiedere una apposita inchiesta parlamentare.

Eppure tale trascurabile statistica è stata sufficiente perché la presidente della commissione Valente denunci (con «tono grave», sottolinea Repubblica) che «sta succedendo qualcosa di sbagliato nei tribunali, dobbiamo rendercene conto».

La «cosa sbagliata» cui allude la parlamentare del PD è una presunta patologia tra i minori oggetto di conflitti familiari denominata «sindrome di alienazione parentale» (Pas), una discussa, opinabile e controversa teoria sposata da alcuni studiosi e consulenti psicologi degli uffici giudiziari in base alla quale il rifiuto spesso violento dei minori verso il padre sarebbe effetto di un «lavaggio del cervello» delle madri.

Ovviamente come sempre succede dietro questo improvviso risveglio d’interesse vi è l’ennesimo caso mediatico, quello di una madre, Laura Massaro, che ha riottenuto in sede di appello i figli che le erano stati portati via e affidati al padre dalla sentenza del Tribunale. E ciò è bastato a metter su l’ennesima iniziativa per ottenere qualche titolo dei media alla stessa stregua della commissione leghista di un anno fa su Bibbiano, approvata va detto dai «populisti sociali» a cinque stelle, allora fedeli alleati del ministro della famiglia Pillon, un forte sostenitore della teoria sulla Pas.

Ebbene, assicura l’onorevole Valente su questi casi si approfondirà affidandosi a un pool di magistrate che indagherà sui colleghi, evidentemente senza porsi il problema di sovrapporsi ad altri organismi giudiziari e istituzionali. 

Ciò che ci pare sfuggire agli ideatori di questa crociata è che la responsabilità di eventuali errori non è certo di una opinabile e ben criticabile teoria scientifica, ma dell’uso che della stessa fanno i giudici.

Pesa sul giudice la scelta degli esperti che lo devono coadiuvare sotto il profilo tecnico nelle sue decisioni e pesa sul giudice, secondo una ormai costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, anche la responsabilità di valutare preventivamente l’attendibilità della metodologia e dei criteri scientifici seguiti dagli esperti di sua fiducia.

Allo stato non è dato sapere quali saranno i criteri di indagine, se riguarderanno solo gli esperti o se si faranno le pulci anche alle sentenze. In questo caso, ripetiamo, ci sarebbe un evidente problema di conflitto istituzionale.

È invece nota l’impostazione ideologica che muove l’indagine ed è ben riassunta da una magistrata (secondo la sua definizione) nello stesso articolo: contrastare «l’idea dei giudici civili… di privilegiare per i figli, dopo la separazione, sempre e comunque, il rapporto con entrambi i genitori, costi quel che costi…(nonché) il poco valore che si dà alla parola della donna». Vale a dire che va combattuta l’idea bislacca di applicare una legge dello Stato che prevede come modalità l’affido condiviso e non quello esclusivo alla madre, alla cui versione, diciamo non certo disinteressata (pare di capire) sarebbe obbligatorio dare cieca fiducia nonostante sia parte in causa. 

Per inciso, è dato acquisito la correlazione tra l’entrata in vigore della legge e l’incremento delle denunce di abusi sui figli a carico dei padri, con il risultato immediato di bloccare gli incontri del coniuge denunciato col minore, rapporti che in un numero elevato di casi non riprenderanno più anche nei casi di assoluzione del genitore e financo nei casi di incriminazione della madre denunciante per calunnia.

Certo sorprende lo zelo inquisitorio ove si pensi alla freddezza, se non all’aperta incredulità, manifestata dagli ambienti del PD e della sinistra sull’indagine di Bibbiano dove vi sono state richieste di rinvio a giudizio e di patteggiamento, agghiaccianti e documentate modalità di ascolto dei minori, rapporti tra amministratori del partito e una discussa  associazione di psicologi (Hansel e Gretel diretta dal dottor Claudio Foti, oggi sotto processo).

In un paese civile, un serio partito riformista e una magistratura non fuorviata da fumisterie ideologiche, cercherebbero di promuovere una comune condivisa cultura professionale e scientifica su una materia così delicata, in Italia invece si promuovono commissioni e inchieste secondo i rispettivi, incancreniti, pregiudizi e armamentari di luoghi comuni di genere.

Goffredo Bettini potrà anche pensare che il populismo sociale sia qualcosa di meglio di quello autoritario e sovranista, ma le differenze in realtà non esistono: il populismo, l’ideologia e la cultura dell’intolleranza settaria che purtroppo penetrano anche nei settori della giurisdizione, sono un tratto che accomuna i due movimenti e che costituisce la negazione di uno Stato di diritto. Sono anche il macigno che impedisce alla sinistra di assumere il ruolo di maggioranza agli occhi dell’elettorato moderato e liberale. Il succo della questione democratica, e di future alleanze allargate, è questo.

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