Comincio ioSiamo state tutte Antonella Elia, e io sono qui a sputtanarmi per dire a lei e alle altre che se ne esce

La protagonista di Temptation Island non è sola: tutte abbiamo perdonato uomini che picchiano, maltrattano, umiliano, tutto pur di non fare la figura della zitella. Io ci ho messo anni per capire qual era la cosa giusta da fare, con il tempo diventa tutto più chiaro. Ed era mio padre

Se siete stati spettatori di questa stagione di Temptation Island; se ogni tanto passeggiate tra i social network; se avete un’amica che ha guardato Antonella Elia e quell’inutile pezzo di carne cui s’accompagna nelle loro vicende televisive, allora è probabile che abbiate espresso incredulità per com’è andata a finire.

Per come, cioè, dopo che lui aveva detto di lei le cose più atroci non tanto nella sostanza quanto nelle intenzioni, sottolineando la sua solitudine e la sua mancanza di figli con la crudeltà di chi pensa che non possano che essere punti deboli, irridendone la mancata carriera (lui pare faccia l’attore, non ho ancora capito in quali produzioni: pulpiti, prediche), dopo che ne aveva parlato con un disprezzo imperdonabile, per come dopo tutto questo lei l’ha perdonato.

Attaccandosi ai rammendi da poco prezzo fatti da lui, come ogni tradita cui andrebbe bene ogni scusa per riprendersi il traditore: mi ha mandato un messaggio, mi ha fatto la spesa, mi ha spiegato.

Se siete come me, o come le mie amiche, vi sembra che il problema sia proprio questo: non gli uomini che si comportano male, ma le donne che condonano pur di non restare sole. Se il principale problema delle donne del ventunesimo secolo non fosse non far la figura della zitella, nessuna si terrebbe un uomo che la picchia, la maltratta, la umilia, con tutte le possibilità di emanciparci che abbiamo.

Ci sarà sempre una femminista dei cancelletti che ti strilla che colpevolizzi la vittima, se lo dici, ma se nessuno prende mai a scrolloni la vittima dicendole di smetterla d’essere complice, cacciarlo di casa, trovarsi un lavoro, mantenersi, le donne continueranno a essere incistate nei moduli relazionali di quando non avevano diritto di voto.

C’è forse una ragione per cui ci irrita tanto Antonella Elia, che non solo se lo ripiglia ma registra pure un successivo video per dirci che non può sopportare tutti lo credano quella persona orribile che abbiamo visto nel programma. Forse a innervosirci, in lei che non solo condona ma cerca anche di salvargli la reputazione, è che Antonella Elia siamo noi. Che lo siamo state quasi tutte, almeno una volta. Qualcuna deve pur ammetterlo. Comincio io.

Ho avuto un’adolescenza ordinaria. Detestavo mia madre, non mi andava di studiare: le solite cose. I miei avevano un matrimonio ordinario: mio padre detestava essere sposato con mia madre, la riempiva di corna, e poi trovava modi per farsi perdonare, come tutti. Il modo di mio padre di farsi perdonare non era comprare gioielli a mia madre, ma bancarmi di botte su sua richiesta.

Una sera, nella seconda metà degli anni Ottanta, ci fu una scena particolarmente violenta. Il pretesto era che avevo preso uno dei foulard di Hermès della mamma: mi ero fatta fare una complicata treccia dal parrucchiere, e volevo proteggerla dal disfacimento notturno. La treccia non sopravvisse a quello che a Bologna chiamavano «un liscio e busso», e ancora me ne dispiaccio.

Mentre mi riempiva di mazzate, mio padre mi urlava delle cose così atroci che, benché mi balocchi da anni con l’idea di farne un libro, non ho ancora trovato un modo di ripeterle che non mi faccia sembrare un incrocio tra Fassbinder e Bergman.

Questo è il punto della storia in cui, nei film, la madre insorge e, pur di proteggere la prole dalla violenza, se ne va di casa. Questo è il punto della storia in cui, nella realtà, mia madre dice la più antonellaeliaca delle frasi: «Abbassa la voce, vuoi che finiamo sul giornale?».

Cosa-dirà-di-noi-la-gente è il grande filone narrativo che unisce mia madre, preoccupata di cosa penseranno i vicini, il fidanzato della Elia, che motiva la propria aggressività con «io non esco da qui come un coglione», sicuro che la stronzaggine sia più telegenica del vittimismo, e la Elia, che non ha la forza di mollarlo ma non può sopportare che pensiamo a lei come una che si tiene in casa l’ultimo degli stronzi.

La mattina dopo quella serata degli anni Ottanta, come tutti i mariti che picchiano le mogli che avrei letto in cronaca nei decenni successivi (le dinamiche storte mica cambiano, se si tratta di figlie invece che di mogli), mio padre si presenta fuori da scuola con un mazzo di fiori. Come spesso accadeva, io però a scuola non ci ero andata (a Bologna si chiamava “fare fughino”).

E quindi rapidamente divenni la colpevole: lui era venuto con le migliori intenzioni, e io ero la solita asina che non entrava a lezione. («Ha risposto a una mia provocazione», ha detto Antonella Elia motivando le contumelie dell’inutile pezzo di carne).

La settimana dopo venni mandata al sud, dalla nonna. Mia zia, vedendomi spogliata ricoperta di lividi, chiese spaventata se avessi avuto un incidente. La risposta «È stato papà» venne accolta da un frettoloso «Poverino, è nervoso, lavora tanto» (per l’inutile pezzo di carne della Elia non credo si possa accampare superlavoro: gli troveranno altre giustificazioni).

Da quella sera del foulard in cui pensai che quei due con me avevano chiuso, a quando cambiai numero di telefono e non mi feci mai più trovare, passarono una quindicina d’anni. Certo, sarei potuta andare al pronto soccorso e a fare una denuncia già il giorno dopo, farmi adottare da una famiglia povera ma serena, finire il liceo senza lividi in una casa in cui i foulard fossero della Standa.

O avrei potuto rinnegarli appena maggiorenne, trovarmi un lavoro da commessa, non farmi comprare dalla mamma e dai suoi sensi di colpa tutta la collezione Dolce e Gabbana dell’estate 1992. Invece, proprio come la Elia preferisce lo stronzo alla zitellaggine, io ho preferito l’agio alla dignità, e ho rinnegato la famiglia solo quando la famiglia non mi è più servita.

Non posso essere troppo severa con le mogli che non divorziano per non rinunciare al tenore di vita: sono stata una figlia che ha fatto tale e quale.

E, proprio come la Elia che si chiede cosa penserà la gente vedendo l’inutile pezzo di carne fare lo stronzo in tv, ma lei sa che lui mica è così; proprio come mia madre che i lividi si coprono coi vestiti ma non urlare forte ché se i vicini chiamano la polizia cosa dirà la gente, mica vorremo il titolo «Violenza e abusi a casa del dottore»; proprio come loro, io sono stata vieppiù preoccupata di cosa dicesse la gente.

Quando mio padre è morto, non ho risposto ai messaggi che me lo annunciavano, non sono andata al funerale, non ho fatto nessuna delle cose che si fanno per i tuoi cari ma certo non per consanguinei con cui non parli da anni e di cui ricordi solo orrori.

Mia madre, che era preoccupata quanto vent’anni prima della propria reputazione, e assai smaniosa di sembrare parte d’una famiglia felice, ha pubblicato un necrologio firmato da me. Di tutte le ragioni per cui ci si potrebbe innervosire per un necrologio che mai avresti scritto e che qualcuno ha simulato per tuo conto, la mia fu: oddio, ora penseranno tutti che questa prosa sciatta sia la mia.

Siamo state tutte Antonella Elia, e io sono qui a sputtanarmi per dire a lei e alle altre che se ne esce. Coi propri tempi, e coi propri gesti simbolici.

Per anni, dopo che avevo smesso di rivolgere loro la parola, mia madre mi ha mandato ogni mese un foulard di Hermès. Dodici anni fa ho traslocato. Arrivata allo scaffale dei foulard, ho scansato lo scatolone, ho preso un sacco nero, e li ho buttati tutti. (Ovviamente ne sono pentitissima: potevo venderli. Trattandosi di Roma, è altresì possibile che il sacco coi miei foulard giaccia ancora intonso in attesa d’essere ritirato).

Ci arriverà anche la Elia, ne sono certa. Smetterà di pigolare che l’inutile pezzo di carne sia «molto altro rispetto a quello che voi avete visto, non può essere un programma televisivo di ventun giorni a far conoscere una persona per quello che è, nella sua essenza, nella sua profondità, nella sua bellezza», di ripetere frasi fatte come «ci vuole una vita per conoscere sé stessi», capirà che certo che bastano ventuno giorni di riprese televisive per svelarti, ma bastano anche ventuno minuti, guarda. Anche se magari ti ci vorranno ventun anni per ammettere che ora sai chi è, e fargli trovare la sua roba fuori dalla porta in un sacco dell’immondizia.

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