Figliocci vegetali Adottiamo un mandorlo per salvaguardare la biodiversità

Il progetto di un gruppo di giovani appassionati si prefigge non solo di fermare l’erosione genetica di questo albero, ma di ripristinare una coltura tradizionale nelle zone di ritrovamento delle varietà antiche e di implementare tutto l’indotto

Pur essendo molto diffuso, il mandorlo in Italia ha avuto periodi di stasi, se non di regressione, a causa dell’inadeguatezza degli impianti, spesso obsoleti: i mandorleti tradizionali sono ormai invecchiati e non sono stati adeguatamente integrati o soppiantati con nuovi impianti; le rese medie sono perciò diminuite e con esse la redditività della produzione; la filiera dalla produzione alla lavorazione e trasformazione non è organizzata, togliendo all’agricoltore gran parte del valore aggiunto.

Come se non bastasse, la Commissione Europea ha ridefinito, più che raddoppiando, i limiti massimi ammessi di alcuni contaminanti, fra cui le aflatossine, rendendo possibile l’ingresso nel mercato italiano di prodotti con un profilo igienico-sanitario (e quindi un prezzo) più basso del prodotto italiano. Per di più il prezzo delle mandorle non viene determinato in sede nazionale, ma è condizionato fortemente da quello della produzione californiana e in parte da quello della spagnola.

Anche secondo l’ultimo Piano del Settore della Frutta in guscio, del 2012, la mandorlicoltura è stata per secoli un elemento essenziale dell’economia agricola dell’Italia, che fino al secondo dopoguerra deteneva il primato produttivo nel mondo. Già a partire dagli anni ’60 la California ha raggiunto tale primato, per poi surclassarlo, forte dell’estensione delle superfici coltivate, della selezione di varietà ad alta resa, delle coltivazioni intensive e della meccanizzazione, e, non ultima, di una strategia di prezzi bassi e marketing efficace. E, mentre il consumo mondiale di mandorle si è decuplicato dagli anni ‘50 al 2011, la mandorlicoltura italiana è rimasta ferma al dopoguerra, resistendo solo nelle Regioni a più forte tradizione. Ad oggi il 95% dei mandorleti e della produzione sono concentrati fra Sicilia e Puglia e nel ventennio fra il 1984 e il 2004 si è registrata una sensibile diminuzione del 33% delle superfici coltivate a mandorlo, da oltre 152mila a circa 100mila.

Molto va ancora fatto per la tutela della filiera. Innanzitutto un’azione di sensibilizzazione: sia dei produttori affinché modernizzino i loro impianti, non nel senso di una coltivazione intensiva, ma nel senso di un’ottimizzazione degli stessi, che dei consumatori, affinché possano percepire le differenze qualitative, aromatiche, nutrizionali e quindi di prezzo delle diverse varietà. Troppo spesso le antiche cultivar italiane finiscono in un generico “Misto Italia”, perdendo la loro identità, la loro storia, l’amore delle famiglie che per generazioni se ne sono occupate.

Nasce per questo Adotta un mandorlo, un progetto che vuole trovare tutte le mandorle autoctone italiane, catalogarle, evidenziare le differenze nutrizionali e aromatiche, e aiutare chi ancora le custodisce a ripristinarne la coltivazione. Un’idea che nasce per affiancare chi, anche solo per questioni affettive, ha deciso di dedicare parte del suo tempo a lavorare per la conservazione di quegli alberi piantati dai nonni, dai bisnonni, e dalle generazioni che li hanno preceduti, per evitare che una tale ricchezza finisca in un generico “Misto Italia”.

Con un permeante lavoro dell’Associazione su tutto il territorio nazionale sono state mappate anche le piccolissime produzioni (anche solo di 2 o 3 mandorli) di quelle varietà che ancora conservano i loro nomi tradizionali e dialettali, e che restano sconosciute ai più.

Da qui parte la seconda fase del lavoro con “Adotta un mandorlo”: verranno infatti catalogate le produzioni, fatta un’analisi genetica per verificarne la varietà, e verranno iscritte tra quelle disponibili in adozione e, grazie al contributo di chi adotta, ci sarà la possibilità di garantire al coltivatore la vendita delle sue mandorle ad un pubblico attento alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e dell’autoctonia, e la possibilità di iniziare a programmare nuovi innesti di quelle varietà. La coltivazione delle varietà antiche resta ancora tutta naturale e fatta a mano: una mandorla che si è così ben adattata al suo territorio senza cure particolari, non avrà bisogno di concimazioni chimiche o di grande irrigazione e sarà più resistente alle fitopatie; la potatura e la raccolta saranno fatte a mano, avendo cura di non eliminare eventuali gemme prima e di non dissestare le radici come fanno gli scuotitori meccanici dopo.

La terza fase del progetto sarà quella di istituire almeno un campo di conservazione in ogni Regione e di raccogliere tutto il materiale ottenuto in una pubblicazione scientifica completa della mandorlicoltura italiana, che sarà il punto di partenza per la tutela e lo sviluppo del settore per le prossime generazioni.

Chiarissimo il futuro del lavoro, per gli ideatori: «Il nostro progetto si prefigge di individuare le piante antiche, catalogarle attraverso analisi genetiche e affidarne la conservazione a un coltivatore che ci metta a disposizione dello spazio e che supporteremo anche economicamente in ogni fase. Iniziamo dal campo di Mazzarino ma vogliamo farne almeno uno in ogni regione e abbiamo già preparato 500 portainnesto, che alla fine della prossima primavera saranno innestati e messi a dimora il successivo dicembre; contemporaneamente stiamo cercando piante antiche su tutto il territorio nazionale, perché il patrimonio mandorlicolo italiano è unico al mondo, per varietà, qualità e potere nutrizionale; ogni regione italiana ha almeno un Pat (Prodotto agroalimentare tradizionale) con le mandorle ed è impensabile, tanto per fare un esempio, che nel ‘500 i cantucci fossero fatti con mandorle spagnole o californiane come oggi; perciò vogliamo ripristinare la produzione autoctona perché restituirebbe caratteri distintivi ai piatti tradizionali, è altamente sostenibile perché le varietà autoctone hanno maggiore resistenza ed adattabilità e richiedono meno cure, tutela la biodiversità e restituisce dignità ai coltivatori che quest’anno hanno conferito il loro prodotto a un prezzo più basso di quello di produzione. Facciamo tutto questo attraverso un sistema di adozioni con le quali coinvolgiamo chi adotta nel ciclo vitale del mandorlo e con una serie di eventi programmati nelle principali piazze italiane in cui faremo assaggiare le differenze fra varietà e varietà e conoscere le differenze nutrizionali attraverso i risultati delle analisi in centri di ricerca convenzionati e Università».

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