Storia della mia bruttezzaCome ho reagito al trauma adolescenziale del “non sono bono shaming”

Per fatto personale posso dire che quando ero ragazzo, e non c’era questa moda della body positivity, era tutto più facile, sia per i belli (ovviamente) sia per i brutti. La risoluzione avveniva per trauma da agnizione, ti adattavi, ti riposizionavi e scoprivi altre qualità meno evidenti. E soprattutto non c’erano quelli che fingevano di essere cessi

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Sono andato alle medie negli anni ottanta e sono uscito dal liceo che erano appena cominciati gli anni novanta. Il problema di com’eri fatto fisicamente lo risolvevi più o meno tra l’inizio delle medie e la fine del liceo. Erano otto anni, erano tanti, in otto anni c’è chi ha risolto le equazioni differenziali dei decadimenti radioattivi del nucleo. Molti infatti risolvevano il problema di com’erano fatti fisicamente prima, intorno ai quindici, sedici anni d’età. Pochi lo risolvevano dopo, intorno ai venti, venticinque, ma comunque a un certo punto lo risolvevano. Pochi altri non lo risolvevano mai.

La risoluzione avveniva per trauma da agnizione: scoprivi che c’erano i boni e le bone. Se non ne facevi parte, non eri bono e non eri bona. Da quel momento in poi, avevi circa otto anni per elaborare strategie di sopravvivenza a questo fatto che ti si era dispiegato davanti agli occhi con violenza. Era bello? Sì, certo. Se eri uno dei boni o una delle bone era bellissimo: la classe era tua, la scuola era tua, la città era tua, il mondo era tuo. Se non eri bono o non eri bona era uno schifo.

Cominciava il calvario dell’adattamento, del riposizionamento, le introspezioni, il livore, poi la scoperta di qualità meno evidenti, il rifiuto verso queste qualità meno evidenti, la voglia di convocare Satana e proporgli: ti vendo subito tutte queste qualità meno evidenti, in blocco, prezzo di favore, però tu mi fai diventare bono o bona ORA, subito. Satana ti guardava, faceva la faccia pietosa, poi ti diceva: vabbè, senti, ma pure con tutta la buona volontà, io sono un diavolo non è che sono un chirurgo plastico…

Ti tenevi le tue qualità meno evidenti, tanto non le voleva nessuno, ti facevi tutta l’adolescenza come se fosse stata una malattia esantematica, poi verso i vent’anni, i venticinque, i ventotto, guarivi, imparavi a VALORIZZARTI (una parola così umiliante: non vali niente, cerca di darti un qualche valore da solo, valorizzati).

Ci fosse stata la body positivity forse non mi sarei ammalato. E quindi non sarei manco guarito: non sono io che non sono bono, siete voi che avete un difetto della vista, anzi, siete voi che avete una vista obnubilata dai modelli estetici imperanti. In pratica io non vi piaccio perché voi siete dei poveretti. Non mi sarei valorizzato. Perché avrei dovuto? Sarebbe stato più giusto dedicarmi a evangelizzare tutti coloro che vivevano nell’errore: sono bono, imparate il buon gusto. Ho il serio sospetto che con questo atteggiamento, sarei ancora vergine. Dubito che avrei mai convito una qualunque persona a venire a letto con me spiegandole che se non le piacevo era perché aveva gli occhi accecati dai modelli estetici imperanti.

Sembra che stia difendendo il trauma da agnizione che ha afflitto generazioni e generazioni di adolescenti nei secoli dei secoli. No. Quel trauma fa schifo. Tutti i traumi e tutto il dolore fanno schifo, l’adolescenza fa schifo, e se non ci fosse mai più nessun dolore, e se tutti passassimo di colpo dai 5 ai 30 anni, sarebbe il migliore dei mondi possibili. Meglio un mondo di scemi che non hanno mai sofferto in vita loro, che un mondo di intelligentissimi che hanno sofferto nell’età più bella.

È solo che la body positivity è una fregatura. È una finzione, è un’ipocrisia. Ci sono i boni, ci sono le bone, o sei bono o sei bona o non lo sei. Possiamo evitare di fartelo notare (e questo va bene, si chiama buona creanza), ma tu lo capisci lo stesso che non sei bono o non sei bona. E capisci che boni e bone se la passano meglio di te che non sei bono o non sei bona. A meno che non sei scemo o scema. Evitare di infierire, va bene, ci mancherebbe, solo i cattivi infieriscono. Fingere che siamo tutti belli invece non salva nessuno.

Quando leggo o ascolto qualcuno che scrive o parla di body positivity ho sempre la sensazione di uno che ha fatto il morbillo, ha fatto la varicella ma non ha fatto l’adolescenza. Non ha capito che non è bono o non è bona, non ha capito che nessuno lo prenderà mai per bono o per bona, e quindi non ha capito che o si valorizza oppure muore vergine. È rimasto undicenne. Ha ancora un conto in sospeso con il suo corpo, con la coscienza di sé. Può succedere, ci mancherebbe. Però secondo me va incoraggiato a crescere, non a rimanere undicenne. Poi va bene, ognuno attua la strategia che ritiene migliore. Del resto morire vergine mica è male, c’è gente che ci ha costruito una carriera, per esempio le Sante Martiri.

C’è anche una via meno mistica alla body positivity, anzi mi pare una via piuttosto da peccatore o da peccatrice, una via fraudolenta: essere bono o essere bona e fingere di essere un cesso. È una cosa odiosa, tutti quelli che sono un cesso dovrebbero detestarla: ma come, io mi ricordo di te adolescente, eri un bonazzo, eri una bonazza, sei stato o sei stata la scaturigine di tutta la mia invidia, il motore di tutte le mie sofferenze di ragazzo o di ragazza, mi confrontavo con te e stavo come un cane o una cana. Stare come un cane o una cana mi ha reso interessante, mi ha dato quella luce strana che ogni tanto qualcuno trova abbastanza attraente da venire a letto con me, E ORA TU TI VUOI PRENDERE PURE QUELLA? Ma sei un ingordo, sei un’ingorda, non ti fai schifo da solo o da sola?

Invece, stranamente, da questi impostori, da questi mentitori che mentono sapendo di mentire, alcuni non boni e alcune non bone si sentono difesi anziché defraudati. Io questi non li capisco.