Referendum per l’indipendenzaLa Nuova Caledonia potrebbe separarsi dalla Francia e diventare lo Stato più giovane al mondo

Dopo due anni domenica 4 ottobre gli abitanti del piccolo arcipelago in mezzo all’Oceano Pacifico tornano alle urne per decidere se staccarsi da Parigi. Se anche stavolta dovesse prevalere la fedeltà alla République, i 270mila cittadini potranno rivotare un’ultima volta nel 2022

Afp

Buona la seconda? A oltre 16mila chilometri di distanza e nove ore di fuso orario da Parigi, la Nuova Caledonia ritenta la carta dell’indipendenza: domenica 4 ottobre, gli abitanti di questo piccolo arcipelago in mezzo all’Oceano Pacifico tornano alle urne, esattamente due anni dopo l’ultima volta, per dire la loro sulla possibilità di lasciare la Francia – della quale rappresentano una Collectivité d’Outre mer – e diventare lo Stato più giovane al mondo. 

Composta da una decina di isole a 1.500 chilometri dalle coste australiane, è territorio francese dal 1853, una delle ultime vestigia del colonialismo di Parigi nei quattro angoli del mondo. Emmanuel Macron, però, non si è improvvisato David Cameron nella concessione del referendum sull’addio alla Francia. Si tratta semmai di un’eredità politica a lungo negoziata dai governi che si sono succeduti a Matignon (residenza ufficiale del Primo ministro del governo francese, ndr).

Negli Anni Ottanta il clima nell’arcipelago era quasi da guerra civile: numerosi episodi di violenza indipendentista culminarono nel 1988 in un’intesa politica con l’esecutivo francese, a cui fece seguito, dieci anni dopo, il Trattato di Numea (dal nome della capitale della Nuova Caledonia). 

L’accordo pose le basi per un graduale processo di decolonizzazione e un periodo di transizione ventennale da coronare con una consultazione in tre tappe per porre la popolazione di fronte alla scelta se rimanere collettività francese o reclamare l’indipendenza. Il meccanismo di voto è molto singolare: il referendum del 2018 vinto dal “no” all’autodeterminazione, infatti, ha aperto le porte a una ripetizione dell’elezione quest’anno. Nel caso in cui stavolta dovesse vincere il sì, l’indipendenza si considera ottenuta. Ma se anche stavolta dovesse prevalere la fedeltà alla République, le urne si riapriranno ancora tra due anni, nel 2022, ultima occasione per i nazionalisti della Nuova Caledonia di ottenere un biglietto solo andata verso la piena statualità. 

L’ultimo territorio a divorziare da Parigi fu, nel 1977, Gibuti, nel Corno d’Africa, oggi al centro della contesa sub-sahariana fra Stati Uniti e Cina. 

In una micro-realtà fatta di circa 270mila abitanti (con appena 28 casi di coronavirus all’attivo) e con un’età media di 32 anni appena, il dato demografico ha un suo peso specifico. E piccole variazioni potrebbero finire per alterare l’equilibrio di una bilancia che due anni fa si era attestata sul 56,6% per il no e 43,3% per il sì: una percentuale sensibilmente inferiore alle aspettative dei lealisti, mentre l’affluenza alle urne toccò un 80% di tutto rispetto. 

I kanak sono l’etnia autoctona della Nuova Caledonia che parteggia in massa per l’indipendenza all’interno del Fronte di liberazione nazionale kanak e socialista (Flnks): rappresentano il 40% della popolazione. Il loro obiettivo, oltre che serrare i ranghi, è anche quello di raggiungere, pure fra i pochi astenuti, un’esigua fetta di elettori non-kanak decisi a sostenere la causa separatista anche nell’ottica di rinsaldare i rapporti con gli altri Stati del Pacifico. Ribaltare i numeri di appena due anni fa, o puntare a una vittoria di misura nel 2022, insomma, potrebbe essere un’impresa a portata di mano per il fronte indipendentista. Già pronto il nome per il nuovo Paese: Kanaky/Nuova Caledonia; e c’è pure la bandiera multicolore che la collettività d’Oltremare ha affiancato al tricolore francese: i due vessilli si contendono le piazze e le strade dell’arcipelago alla vigilia del voto. 

Da parte loro, i sostenitori dell’unione con la madrepatria fanno leva sul fantasma della perdita del passaporto francese, che garantisce ai neocaledoni anche la cittadinanza europea.

Come già due anni fa, il governo francese assicura che rimarrà neutrale di fronte alla consultazione: l’impegno di Parigi è di riunire gli attori politici neocaledoni all’indomani della consultazione, anche se da remoto (i voli intercontinentali sono sospesi fino alla primavera 2021). «Qualunque sarà il risultato, l’impegno sarà per la costruzione dell’avvenire della Nuova Caledonia». 

Paradiso per i turisti e anche per qualche studente Erasmus (in tempi pre-Covid erano un’ottantina quelli in scambio fra i banchi dell’università della Nuova Caledonia), l’arcipelago è attraversato dalle venature rosso-arancioni del suo sottosuolo che indicano la ricchezza di metalli, in particolare il nichel (il 10% delle riserve mondiali si trova qui). La Nuova Caledonia non adotta l’euro ma il franco CFP, il franc pacifique, anch’esso retaggio coloniale, che mantiene un tasso di cambio costante con la valuta dell’Eurozona. 

Al pari di altri Paesi e Territori d’Oltremare (PTOM) come Curaçao (Paesi Bassi) e Groenlandia (Danimarca), la Nuova Caledonia, pur facendo parte del territorio di un Paese membro, non fa tuttavia anche parte dell’Unione europea, con la quale vige un regime di associazione che prevede sostegno allo sviluppo locale attraverso un fondo dedicato (fino a oggi condiviso con i 79 Paesi del gruppo Africa-Caraibi-Pacifico, ACP) e un trattamento commerciale preferenziale.

I PTOM dell’Ue erano 25 prima della Brexit (c’erano anche le Falkland); adesso il loro numero è sceso a 13, con la Francia primo Paese (ma non tutte queste entità sono abitate). La Groenlandia, che oggi rappresenta l’80% del territorio dei PTOM e gode di tutte le autonomie garantite da questa posizione, è stato il primo caso di secessione dall’Ue ben prima del Regno Unito. 

Pur avendo in comune la distanza dal Vecchio continente, i Paesi e i Territori d’Oltremare sono altra cosa rispetto alle nove regioni ultraperiferiche dell’Unione europea, tra cui le francesi Guadalupa, Réunion e Mayotte, ma anche le portoghesi Azzorre e Madeira e le spagnole Canarie. Benché si trovino fra Caraibi e Atlantico, Oceano Indiano o nei pressi della foresta Amazzonica, queste ultime sono infatti a pieno titolo parte integrante dell’Ue, al cui diritto sono assoggettate, ma rispetto al quale possono chiedere delle deroghe, come sull’applicazione dell’IVA. 

Il neocaledone Maurice Ponga del PPE, leale a Parigi, è stato per dieci anni l’eurodeputato eletto nella circoscrizione dei Territori d’Oltremare francesi. Ha lasciato Bruxelles l’anno scorso, in concomitanza con le prime elezioni che in Francia hanno abolito le ripartizioni e istituito un unico listone su scala nazionale. Oggi nessun neocaledone siede nel Parlamento europeo, ma gli indipendentisti kanak hanno fatto campagna elettorale per Younous Omarijee, deputato della GUE/NGL originario dell’Isola di Réunion, diventato presidente della commissione Affari regionali (REGI). 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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