Arcipelago EuropaPerché l’Unione dovrebbe imparare a conoscere i suoi territori d’Oltremare

In tutto il mondo ci sono migliaia di isole francesi, olandesi, danesi, portoghesi e spagnole in cui vivono sei milioni di cittadini comunitari. L’antropologo Favole ha studiato in modo organico queste realtà: «Siamo immobilizzati nel mito di un’identità statica, loro guardano al futuro»

Afp

Che l’Europa non sia propriamente un continente lo sappiamo, ma a nessuno verrebbe mai in mente di definirla un arcipelago. Eppure, benché il nostro immaginario fatichi a guardare oltre questa piccolo e frastagliato prolungamento del continente euroasiatico, in tutto il mondo ci sono migliaia di isole francesi, olandesi, danesi, portoghesi, spagnole e inglesi. In questa “Europa fuori Europa” vivono 6 milioni di cittadini europei. Per quanto le mappe privilegino la rappresentazione del continente, molti di questi territori ce li portiamo in tasca: non che siano così piccoli, ma sono disegnati sulle nostre banconote. 

La raccolta di saggi “L’Europa d’Oltremare”, curata dal docente di Antropologia culturale all’Università degli Studi di Torino Adriano Favole, appena uscito per Raffaello Cortina Editore, per la prima volta fa luce in maniera unitaria su queste realtà di cui nel Vecchio continente tendiamo a dimenticare l’esistenza. Soprattutto perché la nostra visione del mondo e della politica, fatta di Stati nazione e marginalità delle isole, fatica a classificare questi paesi.

«Ho incontrato tantissimi francesi che non hanno mai sentito parlare delle francesi Wallis e Futuna o Mayotte nell’Oceano Indiano o che non sapevano che la Francia avesse terre antartiche», racconta Favole, che da metà anni Novanta studia i territori d’Oltremare francese. Non si può dire essi non siano stati studiati: giuristi, economisti, politologi e – non da ultimo – antropologi, se ne sono occupati, ma sempre concentrandosi su singole isole o arcipelaghi, mai osservando in modo organico gli Oltremare d’Europa come, appunto, realtà diversificate legate a un medesimo continente. Per favorire un approccio comparativo e uno sguardo organico Favole l’anno scorso ha attivato all’Università di Torino il laboratorio di ricerca “Arcipelago Europa”, e da settembre partirà un seminario permanente che ogni 15 giorni ospiterà specialisti da tutto il mondo. 

«La storia di questi territori è molto frammentata ed è sempre stata legata più alle madri patrie, che loro chiamano métropole. Ma un approccio organico sugli Oltremare ha senso poiché dalla metà degli anni Novanta proprio da parte loro è iniziata una politica più unitaria nei confronti dell’Europa: hanno cominciato a fare rete, nel 2000 hanno costituito l’Octa, l’Associazione dei Paesi e Territori d’Oltremare, che si riunisce a Bruxelles una volta all’anno e negozia con l’Unione europea». 

La stessa Unione ha sempre avuto un rapporto particolare con loro. La categoria dei Paesi e Territori d’Oltremare e il loro rapporto “speciale” con la nascente Cee era già sancito nel Trattato di Roma del 1957. Spesso entrarono anche nelle negoziazioni tra gli stati membri: per esempio la resistenza della Francia al mercato comune europeo fu vinta anche grazie alla garanzia di un trattamento favorevole per i suoi possedimenti nel mondo. 

I saggi contenuti in “L’Europa d’Oltremare” trattano elementi molto diversi tra loro: dalla mobilità degli studenti d’Oltremare francesi – che vanno a studiare in Francia e vengono considerati come immigrati -, al rapporto con il mare e la barriera corallina dei bambini, dalle conseguenze della Brexit ai gruppi etnici che abitano le diverse isole. In tutti i casi l’approccio è antropologico. 

«Un antropologo passa lunghi periodi di vita condivisa con la gente dei territori che studia, questo è il primo privilegio di un approccio di questo tipo», spiega Favole. «Inoltre gli altri approcci di studio – economico, giuridico, politologico – tendono a trattare ogni Oltremare come fosse un’unità politica e sociale. Lo studio antropologico invece mostra che i motori di questi territori sono proprio le loro dinamiche interculturali e interetniche». 

Negli Oltremare esistono dinamiche e convivenze etniche molto complesse: «Ci sono i popoli indigeni che stavano lì da prima della colonizzazione, poi i discendenti dei popoli deportati o immigrati (gli schiavi nei Caraibi o la manodopera asiatica che va a lavorare nelle isole del Pacifico), ci sono i discendenti dei primi coloni, che si sentono i pionieri e spesso sono in conflitto con i métros, cioè i cittadini della madrepatria – di solito funzionari – che restano sull’isola per brevi periodi». 

Se non si tiene conto di questo arcobaleno di etnie e appartenenze che compongono le società d’Oltremare è difficile capire tutto il resto, poiché «anche le rivendicazioni economiche o politiche spesso riflettono queste dinamiche. Proviamo ad adottare per esempio un approccio solo politologico: negli Oltremare francesi spesso ci sono partiti politici che ricalcano quelli continentali. Eppure i loro contenuti sono molto diversi e spesso giustificati dalle appartenenze etniche».

«A Futuna per esempio l’insegnamento delle scuole primarie è affidato alla Chiesa: ciò sarebbe impensabile, persino incostituzionale in Francia. Ma il partito progressista di Futuna non si permetterebbe mai di metterlo in discussione. Oppure, a Futuna e Wallis è molto forte il centrodestra: un approccio solo politologico farebbe fatica a capire il motivo. La ragione sta nel fatto che gli emigrati francesi in Nuova Caledonia si son trovati in forte conflitto con i kanak, cioè gli indigeni, che invece son più indipendentisti e di sinistra».

Da una parte per capire questi territori non si possono adottare gli stessi schemi con cui guardiamo al continente, dall’altra se torniamo al continente dopo aver osservato questi paesi ci rendiamo conto che i nostri schemi interpretativi non sono gli unici validi, e forse neppure i più funzionali ad affrontare la realtà contemporanea. Quello che a molti potrebbe sembrare uno studio su realtà coloniali distanti, utili a raccontarci ciò che l’Europa è stata, ci mostra invece forme di società e statualità molto più simili a ciò che l’Europa vorrebbe diventare.

«Uno dei temi che affrontiamo è la questione dello Stato, dell’appartenenza nazionale. Negli Oltremare lo Stato viene declinato in una molteplicità di forme: questi paesi continuano a gravitare attorno agli Stati nazionali ma con forme di autonomia e quasi indipendenza che li rendono territori né completamente indipendenti né completamente dipendenti. Sono mix di sovranità che mettono in crisi la tradizionale idea di Stato nazione». 

Dalla “piena sovranità” di fine Ottocento e inizi Novecento, in Europa si è passati a un’epoca definita da Neil Walker di “tarda sovranità”, in cui lo Stato esiste, continua ad avere potere, ma cede parte della propria sovranità ad altri organismi. In questo senso gli Oltremare somigliano all’Unione europea: all’inizio in modo non volontario, poi sempre più consapevolmente e attivamente hanno sperimentato forme di devoluzione e condivisione di sovranità. 

La semi-indipendenza di cui godono è una delle ragioni per cui queste isole e arcipelaghi europei in giro per il mondo – comunque una minima parte rispetto a quelli che nel secolo scorso hanno ottenuto l’indipendenza – oggi non smaniano per allontanarsi dalla métropole. «Per un po’ questi territori rimasti europei son stati visti come anacronismi o come talmente deboli da non essere in grado di acquisire e mantenere l’indipendenza. Poi a un certo punto, tra gli anni Ottanta e Novanta, si è cominciato a prendere atto che queste isole avevano un tenore di vita molto superiore rispetto agli Stati diventati indipendenti». 

Grazie agli aiuti europei? «Sì e no: piuttosto perché negoziano forme di interdipendenza vantaggiosa. Da metà anni Ottanta non ci sono più stati casi di indipendenza, solo tantissimi referendum. L’ultimo in Nuova Caledonia nel 2018, che si ripeterà a ottobre 2020».

Che i referendum non abbiano dato esito favorevole all’indipendenza è meno importante del fatto che siano stati indetti, poiché «indire un referendum è già una forma di negoziazione di autonomia, consente di avanzare richieste». E gli Stati europei preferiscono concedere favori e statuti speciali piuttosto che perdere questi territori, che hanno un valore enorme in termini di posizionamento geopolitico e risorse naturali, spesso ancora sconosciute.

«Ancora non conosciamo tutte le potenzialità della Groenlandia o dell’Antartide. La Guyana francese è un giacimento d’oro che non è ancora stato esplorato: ci si è limitati a raccogliere l’oro nei fiumi, ma non sono state scavate miniere. C’è un enorme progetto francese di estrazione, la “Montagna d’Or”, che Emmanuel Macron ha provato a rilanciare, ma è una questione molto delicata».

Per quanto minoritari, alcuni movimenti indipendentisti esistono anche negli Oltremare europei. In Nuova Caledonia gli studenti che tornavano dalle università francesi e avevano vissuto il 68 fecero nascere un forte movimento indipendentista, che oggi raccoglie gran parte della popolazione indigena e non solo. Nella Polinesia francese c’è un movimento indipendentista che a volte esprime la maggioranza del Congresso. A Wallis, Futuna, nella Guyana francese a e Reunion non c’è alcun movimento indipendentista.

Un’altra delle ragioni per cui i movimenti indipendentisti d’Oltremare sono molto meno marcati degli analoghi continentali, è la diversa percezione del concetto di identità. «In questi territori c’è una pluralità di appartenenze. A seconda dei contesti gli abitanti d’Oltremare si definiscono francesi o inglesi o olandesi, più raramente europei, si definiscono in base all’isola, in base al gruppo sociale, o a ulteriori micro-appartenenze. L’identità è plurima: anche in questo la semplificazione e l’omogeneizzazione propria degli Stati nazione trova grandi difficoltà». 

«Quando discuto con interlocutori polinesiani li provoco dicendo che il cristianesimo non è un aspetto della loro cultura originaria, la loro reazione è di stupore. Rispondono, giustamente, che le società cambiano continuamente. Gli Oltremare mettono radicalmente in discussione una nozione rigida di identità, perché sono sempre stati obbligati a ridefinirsi, ricollocarsi e guardare sempre al futuro». 

Un concetto evidente nei testi del leader indipendentista kanak della Nuova Caledonia Jean-Marie Tjibaou, che era solito dire l’“identità è davanti noi, non dietro”. «L’identità kanak per lui consisteva nel mettere insieme un puzzle di cose prese anche in prestito altrove per costruire l’uomo del futuro. Tutti si aspettavano da lui discorsi sui kanak della tradizione, invece lui parlava di kanak col computer, negli uffici, alla guida della miniera di nichel dell’isola». Mentre le società europee di oggi si aggrappano a spettri di identità fossilizzati nel passato, gli “indigeni” investono sulle nuove generazioni, curano gli ambienti, guardano all’identità che possono costruirsi domani. 

Gli Oltremare hanno elaborato anche modelli sociali e di convivenza di cui l’Europa è carente e avrebbe bisogno. «Nell’Isola Reunion, Oceano Indiano, nel Seicento sono arrivati i francesi, poi sono cominciate le ondate di migrazioni islamiche dall’India, e c’è una forte presenza indù: tre religioni molto forti che si affiancano, si ibridano, trovano punti di contatto pur restando distinte. Ci son alcuni culti di santi condivisi. Sulla stessa tomba capita di veder la croce di Shiva e quella cristiana. Ci sono famiglie che fanno riti indù per alcuni figli e ne battezzano altri. Ci son forme di dialogo interreligioso estremamente interessanti».

Qualcuno potrebbe obiettare che in una dimensione di insularità e isolamento è più facile cooperare piuttosto che entrare in conflitto. «In realtà è la nostra visione continentale che considera l’isola isolata e il mare una barriera», spiega Favole, che per spiegare questo concetto estraneo ai continentali conia il termine arcipelogica. «Il mare è uno straordinario strumento di comunicazione e l’isola è uno spazio di apertura, non di chiusura. Basti pensare che la prima traversata terrestre da sud a nord dell’Australia è del 1901. Tra le isole ci sono connessioni, scambi: una delle politiche che oggi fanno gli Oltremare è proprio quella di ricreare le reti regionali: nell’Oceano indiano le isole francesi comunicano con l’Africa, l’India, creano assi con la Cina».

Se guardassimo con più attenzione agli Oltremare d’Europa, cominciando col renderli visibili nella cartografia, anche la retorica del continente-fortezza si disgregherebbe. Ci accorgeremmo che l’Europa ha satelliti sparsi in tutto il mondo, confina con i mari del Venezuela, del Mozambico, del Madagascar, con Vanuatu e le Figi. Spetta al Vecchio Continente decidere che relazioni avere con questi territori: «Li può trattare come una rete di colonie con cui negoziare oppure può viverli come una rete di relazioni culturali e politiche, guardando a se stessa come a un arcipelago».

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