Lo spigolatore di Volturara AppulaArrivano i Trecento, l’ultima «idea demenziale» del governo Conte

Un battaglione di esperti più che una task force, da far guidare da sei manager non ancora nominati e da un triumvirato politico. Sembra uno scherzo, ma è la strategia operativa dell’esecutivo dell’avvocato del popolo ispirata alla raffinata dottrina dello stellone italico

LaPresse / Roberto Monaldo
Si potrebbe ironizzare sui trecento giovani e forti della “Spigolatrice di Sapri” ma porta male perché erano giovani e forti ma morirono, quindi lasciamo perdere. E tuttavia come si fa a restare seri dinanzi alla nuova idea contiana di una task force di trecento persone per seguire tutta la pratica del Recovery fund?
Un battaglione più che una task force, un’armata a cavallo, una corpo di fanteria, una corazzata pesante, uno stormo di aviatori, uno squadrone di schermidori, un Settimo cavalleggeri, una carovana di cowboy, un reggimento napoleonico, uno stuolo di kamikaze: insomma – per dirla con la fulminante sintesi di Carlo Calenda – «un’idea demenziale».
Si pensava l’Italia finalmente immune dalle task force governative dopo la lugubre esperienza della prima pandemia – ricordate? – quando, corsi e ricorsi, vennero messe in piedi diverse strutture che nell’insieme arrivavano proprio a 300 elementi: deve essere una fissazione o un tic psicologico del nostro premier.
La Lucia Azzolina si fece affiancare da ben 123 dirigenti, seguita dalla oscura ministra Paola Pisano con 76. Scrivemmo su Linkiesta della famosa Azione parallela dell’Uomo senza qualità di Robert Musil, grandioso emblema del ginepraio burocratico-esistenziale della finis Austriae: e invece qui siamo proprio nella realtà dell’Italia della pandemia, un’Italia che in effetti come l’Impero asburgico di inizio Novecento ha qualcosa di terminale, di estremo, di post-politico, con un governo che chiama continuamente gente, gente, gente a dare una mano salvo poi scoprire che laddove la gente serve davvero non c’è nessuno, ed è in questo paradossale squilibrio che si tira innanzi, come disse Amatore Sciesa andando incontro all’inevitabile patibolo. E sperando nello stellone italico.
Sopra i Trecento ci dovrebbero essere, non si è ancora capito bene, sei grandi manager novelli Vittorio Colao, ma questa volta muniti del potere (ma anche qui non si è capito bene), non solo di redigere un fantastico piano con destinazione cestino com’è accaduto all’ingenuo ex capo di Vodafone. Chi saranno questi sei si vedrà. Immaginiamo tutta gente solida e senza ombre di conflitti d’interessi, sperando che capiscano la politica, perché la partita del Recovery Fund è tutta politica: dove investire, perché, con quali ricadute sociali e quanto ritorno non solo economico potrà derivare dalle scelte, tutto questo è po-li-ti-ca, signori manager, e non sappiamo dove e come attingerete uno straccio di mandato per operare le vostre scelte.
Certo, al vertice della piramide ci saranno tre politici, Giuseppe Conte, Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli (l’unico mezzo riformista dei Cinquestelle) – e poi c’è Enzo Amendola, miglior attore non protagonista, che guida il Ciae, sigla disneyana che significa Comitato Interministeriale per gli Affari Europei.
E gli altri ministri? Boh, forse manderanno WhatsApp ai manager e al Triumvirato CG&P (Conte, Gualtieri & Patuanelli), o forse da questi intrecci nasceranno conflitti e contrasti. C’è da sperare che il Parlamento e l’opinione pubblica riescano a raccapezzarsi nel Grande-Meandro-Del-Recovery-Fund, e che l’avvocato guidi la carica dei Trecento con mano ferma: ed è proprio difficile non sorridere a questa immagine ma quest’è, come dicono a Napoli, e forse avranno ragione loro, più siamo e meglio stiamo.

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