Europea dell’anno 2020Linkiesta premia le donne polacche e bielorusse che protestano contro le democrature dell’Est

Il nostro futuro dipende dal coraggio di chi ci ricorda l’importanza di quello che diamo ormai per scontato. Per questo la super giuria de Linkiesta ha scelto le donne polacche e le donne bielorusse che protestano anche per noi, che non riusciamo neppure a ricordarci i loro nomi

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È il più bel paradosso di un anno così strano per essere vero: le donne ad aver lasciato il segno più evidente in Europa nel 2020 sono quelle di cui facciamo fatica a ricordare il nome. Sono Sviatlana Tsikhanouskaya, Maria Kolesnikova, Veronika Tsepkalo, Marta Lempart, Klementyna Suchanow e altre centinaia di militanti, lavoratrici, studentesse, impiegate, accademiche e casalinghe che in Bielorussia e in Polonia lottano per ottenere qualcosa che nel nostro Vecchio Continente sembrava ormai scontato: il rispetto dei diritti civili.
Una maggioranza silenziosa abituata a sentirsi chiamare minoranza. Eroine non violente armate di cartelloni, fiori bianchi e mascherine nere con un fulmine rosso. L’eco delle loro parole di libertà urlate nelle piazze di Minsk, Cracovia e Varsavia è stata più forte del suono dei manganelli e del silenzio dei media locali. E ha raggiunto le città di tutta Europa.
Linkiesta assegna loro la prima edizione del premio Europea dell’anno per aver ispirato con l’esempio quotidiano di questi mesi i cittadini che credono ancora nella democrazia, nella libera scelta e nell’uguaglianza di dignità e diritti.
Le oltre cinquemila donne del Coordination Council hanno organizzato per settimane delle proteste contro Aljaksandr Lukašėnka, che ha falsificato il risultato delle elezioni presidenziali del 9 agosto. La loro, nonostante gli arresti e le intimidazioni, è stata una pressione costante e pacifica, che ha costretto le istituzioni europee a comminare per la prima volta sanzioni finanziarie e politiche contro il dittatore che da 26 anni gestisce la Bielorussia come se fosse una sua proprietà.
Allo stesso modo, le donne dello Strajk Kobiet hanno evitato che calasse il silenzio sull’ultima riforma liberticida promossa dal governo sovranista polacco, eterodiretto da Jarosław Kaczyński, con la complicità della Corte costituzionale i cui membri sono scelti direttamente dall’esecutivo: il divieto di abortire per gravi malformazioni del feto.
Una giuria di otto donne italiane – Emma Bonino, Mara Carfagna, Simona Bonafé, Lia Quartapelle, Flavia Perina, Andrée Ruth Shammah, Sofia Ventura  e Anna Zafesova – ha deciso di premiare la forza del collettivo in un’epoca così individualista.
Le donne dell’Est sono state sempre considerate ai margini della storia, descritte come oggetto e mai come soggetto. Negli ultimi mesi hanno raccolto l’eredità di movimenti come Solidarność che neanche trent’anni fa soffiavano contro il comunismo con una forza tale da far crollare il Muro di Berlino. Ci vuole ancora più coraggio a farlo in un’epoca in cui alcuni piccoli uomini hanno eroso l’eredità democratica e rappresentano il volto del nazionalismo ottuso, del sovranismo anacronistico e della misoginia impunita.
Il premio Europea dell’anno va alle donne polacche e bielorusse anche perché la loro protesta ha una qualità duplice: è allo stesso tempo individuale e collettiva. Queste donne sono state capaci di rimanere da sole davanti ai riflettori per denunciare singolarmente la violazione dei diritti umani. Che fosse una conferenza stampa, un discorso in piazza o un’elezione. Ma, allo stesso tempo, hanno dimostrato di sapersi unire senza divisioni personalistiche quando la cosa più importante era fare notizia portando migliaia di persone per strada.
Nei primi mesi del 2021 torneranno a far notizia la cancelliera Angela Merkel, ormai arrivata alla fine del suo mandato, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde. Ma l’esempio di quelle donne, il cui nome non è così importante saper pronunciare, è una piccola luce che può illuminare un 2021 che si annuncia ancora oscuro per quanto riguarda il rispetto dello Stato del diritto.