Linkiesta ForecastAppunti per non sprecare il Recovery Plan

Lo scenario economico italiano è difficile da prevedere, anzi è pericoloso, ma nella seconda metà dell’anno ci sarà un forte rimbalzo in alcuni settori, anche se il recupero sarà meno forte del necessario

Mauro Scrobogna /LaPresse

Lo scenario economico italiano del 2021
Fare previsioni sul 2021 è un esercizio intrinsecamente pericoloso. Se, riportando indietro la lancetta del tempo di un anno, ci fossimo dedicati a inizio gennaio a immaginare l’economia italiana nel 2020, il risultato sarebbe stato impietoso – ovviamente a causa dello scoppio della pandemia di Covid-19, quindi con una forte giustificazione. Malgrado ciò, anche le previsioni per il 2021 sono un esercizio soggetto a errore, soprattutto in presenza di una esternalità devastante come il Covid-19, che rende il quadro di riferimento molto volatile.

Lo scenario della pandemia e la risposta dei governi
Credo che, con il primo semestre, il tema Covid sarà pressoché esaurito. In parte perché a mio avviso, almeno nei Paesi occidentali, l’immunità di gregge naturale è già molto avanzata. E se pure questa mia personale convinzione si rivelasse errata, il tema si esaurirà comunque perché la campagna vaccinale estesa, con almeno tre vaccini approvati da inizio anno, renderà effettiva l’immunità di gregge. Nel peggiore dei casi entro giugno.

Questo non significa minimamente che il Covid sparirà, cosa palesemente impossibile. Sparirà tuttavia la possibilità che esploda di nuovo, rendendo ingestibile la questione sanitaria. Uno scenario di fronte al quale non vedremo probabilmente una risposta univoca da parte dei governi. Lo spettro delle regolamentazioni comprenderà sia una risposta molto liberale negli Stati Uniti, anche con la nuova Amministrazione, sia – temo – una risposta difensiva, tardiva e potenzialmente ondivaga in Italia, anche a causa di una modesta o modestissima terza ondata tra gennaio e marzo.

Il freno allo sviluppo economico che ne deriverà sarà quindi soggetto a variazioni. Ma, come nel 2020, mi aspetto che in Italia sarà ai massimi livelli rispetto al resto d’Europa, con conseguenze molto negative sul rimbalzo del Pil.

Come sarà l’andamento del Pil
Rispetto a un 2020 chiuso tra -10% e -12% dopo il devastante lockdown natalizio, sottovalutato dal governo sotto il profilo della crescita economica, e un debito su Pil intorno al 165%, il 2021 sarà sicuramente un anno con segno positivo, ma probabilmente meno delle aspettative iniziali. Io mi aspetto un forte rimbalzo del turismo estivo e invernale (per differenza rispetto al 2020, dove è stato zero) fino a Natale 2021, insieme a una significativa risalita nel campo della ristorazione, che presumo sarà riaperta definitivamente intorno a marzo o aprile. Di contro, il recupero sarà meno forte del previsto per quanto riguarda i consumi delle famiglie a causa del calo delle aspettative di reddito disponibile nel tempo.

L’inevitabile decremento dell’occupazione e la chiusura di molte imprese, soprattutto commerciali e di servizi, insieme alla contemporanea incapacità del governo di tenere alti gli stimoli fiscali del 2020 (sono finite le risorse, cosa ampiamente prevedibile), tenderanno a rendere il rimbalzo dei consumi meno forte del previsto e di conseguenza a ritardare le decisioni di investimento delle imprese, che hanno in ogni caso ampia capacità produttiva in eccesso.

Per contro, la liquidità accumulata nel 2020 per il crollo dei consumi e per il sostegno fiscale può esercitare un effetto di riequilibrio a mio avviso solo parziale. Il combinato disposto di questi effetti può portare a un rimbalzo del Pil tra il 4% e il 7% , dove la fascia più centrale, il 5-6% costituisce l’aspettativa più realistica.

Un grosso problema per l’Italia sarà determinato dal differenziale di sviluppo cumulato nel 2020-21 rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona. La risposta italiana alla pandemia è stata tutta concentrata in stimoli a pioggia senza un minimo di strategia. Soprattutto, la quota riservata alle imprese è stata minima. L’opposto ha fatto, ad esempio, la Germania. Da qui deriverà un ulteriore differenziale sul piano degli investimenti e della competitività e, di conseguenza, un divario molto pesante su quello della crescita economica. La valuta unica – irrinunciabile – e la differente capacità di gestione del ciclo non faranno che accrescere il differenziale di produttività, relegando ulteriormente l’Italia al ruolo di ultima della classe in Europa per crescita e produttività.

Purtroppo sarà questo l’effetto drammatico, perché duraturo nel tempo, dell’ostilità (nemmeno troppo celata) del governo alle imprese, cui si accompagna l’assuefazione ai sussidi di un vasto strato di economia e territorio, ossia l’esatto opposto di ciò che serve per stimolare lo sviluppo.

Ci ritroveremo quindi a fine 2021 con un differenziale di sviluppo rispetto ai Paesi europei molto elevato (anche considerando che si parte dal livello già esasperato del 2019), con un ciclo di investimenti ritardato, con un euro realisticamente un po’ più forte rispetto al dollaro e, soprattutto, senza avere avviato una seria politica economica per lo sviluppo.

Il Recovery Plan e il suo utilizzo
A fronte di questo scenario di crescita, forse rilevante in termini assoluti ma molto inferiore se confrontato ai partner europei, ci sarà nel 2021 il tormentone ricorrente del Recovery Plan, a oggi uno dei segreti meglio custoditi in Italia.

Difficile commentare rumor e voci, ma mi aspetto che i “pilastri” del piano, almeno in Italia, siano la digitalizzazione, l’economia verde e le infrastrutture.

Per quanto riguarda digitalizzazione ed economia verde temo che le parole supereranno i fatti e, soprattutto, che l’impatto sull’economia del Paese sarà pressoché nullo. La digitalizzazione ormai si traduce in portare il 5G in tutto il Paese, cosa che succederebbe comunque in termini economicamente sostenibili. Ci potrà essere una certa accelerazione (modesta, secondo me) ma l’impatto non sarà né differenziale rispetto all’Europa, né sostanziale. Lo stesso vale per l’economia verde, settore in cui è progressivo e ormai molto avanzato lo spostamento delle fonti di produzioni di energia verso le rinnovabili (l’Italia è al 35% circa, la Germania al 75%, giusto per ricordarlo). Ci sarà una naturale e progressiva crescita della percentuale di auto elettriche vendute. Ma anche in questo caso non si intravede alcun differenziale di valore tra noi e il resto di Europa e nemmeno un sostanziale volano per la crescita.

Diverso l’impatto di un piano per le infrastrutture, che potrebbe avere una forte valenza di sviluppo economico, ma è prevedibile che la burocrazia dello Stato e le varie e numerose istanze di “controllo” collocate a tutti i livelli limiteranno (e di molto, per non dire del tutto) la spesa effettiva nel 2021.

Manca completamente a oggi la consapevolezza che lo sviluppo economico vero si basa su produttività e vantaggi competitivi duraturi. La produttività, come si sa, discende dagli investimenti e dal costo del lavoro, in un quadro in cui i primi dovrebbero essere fortemente stimolati (industria 4.0 e oltre) e il secondo abbattuto (taglio del cuneo fiscale). Non vedo grandi risorse su questo tema (a parte la decontribuzione al Sud, che non avrà alcun impatto sostanziale perché nessuno vi investirà se prima non viene risolto il problema enorme del VERO controllo del territorio), per cui si perderà ancora tempo prezioso.

Quanto allo stimolo di settori strategici, il pensiero va al turismo, che è stato addirittura mortificato nel 2020 e riguardo al quale non si intravede da parte del governo nessuna consapevolezza, per non parlare di un’azione concreta. Servirebbe un massiccio piano di stimolo, con aiuti anche a fondo perduto, analogo a quanto la Germania ha GIÀ FATTO per i suoi settori strategici, ma non si vede nemmeno all’orizzonte nessuna consapevolezza.

Infine, non si parla di stimolo né di risorse dedicate nemmeno per i settori che hanno valenza di export. Di conseguenza soffriremo come tutti il calo degli investimenti, avvenuto su base globale nel 2020 e che si riverbera nei suoi effetti di contabilizzazione anche sul 2021. Non solo: soffriremo più di tutti la mancanza di attenzione del governo nei confronti delle aziende che esportano.

In estrema sintesi, mi aspetto che i fondi del Recovery Plan arrivino in ritardo, che il piano sia implementato con indugio, che i finanziamenti vengano dispersi in mille rivoli di modesto impatto complessivo, in assenza di una chiara visione del percorso di sviluppo economico del Paese. Risultato: nessun impatto per il 2021, salvo forse contribuire a coprire qualche buco di bilancio fatto nel 2020. Si allocheranno risorse a Sanità e probabilmente scuola, in modo corretto, ma non vedo risorse tangibili allocate verso lo sviluppo del Paese e dell’economia che rimane l’unica strada stretta di riduzione dell’immane fardello del debito pubblico.

Mi rendo conto che è una previsione molto negativa, ma è basata sull’osservazione dell’operato svolto finora del governo e sul presupposto che sarà PURTROPPO questo stesso governo l’artefice del Recovery Plan. Un’occasione storica e unica per l’Italia che, realisticamente, viste le premesse e gli attori, verrà gettata al vento. L’unico motivo di speranza è che non riusciranno a spendere nemmeno volendolo e che le risorse allocate potranno essere disponibili per futuri esecutivi di ben altro spessore e competenze.

Il problema del debito pubblico
Il 2020 è stato caratterizzato da pesanti interventi della BCE che hanno sterilizzato completamente lo spread e comprato una vasta maggioranza del debito pubblico in eccesso. Questo trend continuerà anche nel 2021 ma avrà molto meno impatto. Di conseguenza mi aspetto che il rapporto debito/Pil raggiungerà a fine 2021 il 165%, numero che considera il significativo rimbalzo del Pil, ma anche l’ipotesi che nel primo semestre lo spread rimanga fermo. Ma mi aspetto che nel secondo semestre dell’anno, a fronte di una ripresa economica molto forte in Germania, in Francia e nel Nord Europa, e con una certa pressione sul tasso di inflazione, la BCE riduca anche marginalmente non tanto la politica monetaria (che resterà ultra espansiva), ma banalmente la quantità di titoli di Stato italiani acquistati rispetto al totale delle emissioni.

Nel 2020 questa percentuale raggiunge, tra PEPP, SURE e altri programmi, il 45% circa, mentre è prevedibile che scenda intorno al 30% se non al 25% nel 2021. L’ombrello BCE, insomma, non è eterno e lentamente si chiuderà lasciando un debito pubblico di 2,75 trillioni a fine 2021, destinato a diventare 3,0 trilioni nel 2024.

Prima o poi la domanda dei mercati sarà evidente: si chiederanno cioè se lo sviluppo economico italiano sarà in grado, anche con tassi bassi o bassissimi, di fare scendere il rapporto debito/Pil. Se questo governo fosse ancora in carica a fine 2021 (e visto il semestre bianco a partire dall’estate è probabile che lo sia) la mia previsione è che la domanda sarà di attualità verso la fine dell’anno e qualche tensione sullo spread comincerà a manifestarsi. Nulla di gravissimo, ma costituirebbe il preludio di un 2022 e di un 2023 che potrebbero configurare invece scenari molto meno rassicuranti.

L’uscita dalla drammatica dimensione del debito avviene solo con uno sviluppo sostenuto e a oggi non ci sono le condizioni minime perché questo succeda.

La spesa pubblica
Non vedo nel 2021 alcuna possibilità che venga iniziata una doverosa revisione al ribasso della spesa pubblica improduttiva. È probabile che succeda invece l’opposto. Inutile sottolineare quanto dannosa sia questa facile previsione.

Quali saranno i settori trainanti dell’economia
L’analisi del tessuto economico italiano e dei suoi settori trainanti indica in modo abbastanza chiaro le priorità. Al tempo stesso, evidenzia la mancanza pressoché totale di politica industriale e di visione in questa fase storica. L’Italia dipende in modo massivo da:

• turismo, semplicemente devastato dal Covid-19;

• dal suo ruolo di subfornitore per la industria manifatturiera e in particolare automobilistica tedesca, e ci sarà un rimbalzo ciclico;

• dall’industria per i macchinari di precisione, che rimbalzerà solo quando sarà riassorbita la capacita produttiva in eccesso globale (e quindi molto poco nel 2021, andranno meglio gli anni successivi);

• dalla filiera moda/lusso, che si spera beneficerà dal rimbalzo dei flussi turistici globali e dalla ripresa sostenuta dei consumi in Cina e Stati Uniti;

• parzialmente, dall’industria della trasformazione alimentare, che potrebbe crescere nel tempo ma ancora adesso non costituisce un forte contributo all’export.

La domanda interna sarà fortemente condizionata dalla politica fiscale, la quale inevitabilmente dovrà iniziare il percorso di rientro e, qualora la domanda di lavoro da parte delle imprese non riprenda a dare stimolo, non potrà essere di sostegno.

Manca completamente oggi la consapevolezza del fatto che, quando finirà il metadone dello stimolo fiscale, le imprese e i privati dovranno esprimere domanda di beni, servizi e quindi lavoro. Per ottenere questo risultato lo Stato dovrebbe stimolare in modo massiccio gli investimenti e la produttività delle aziende, in particolare quelle dei settori trainanti sopra citati, anche a costo di fare scelte molto nette in regime di scarsità di risorse.

Il sostegno alle imprese che hanno prospettive di sviluppo sarebbe fondamentale per amplificare il ciclo, ma contrasta in modo netto con la visione politica dell’attuale governo e perciò non sarà offerto, se non in minima parte.

Le imprese saranno quindi chiamate, non diversamente che in passato, a cercare opportunità di sviluppo in modo autonomo, pur essendo zavorrate dal costo dei mali storici italiani, cioè un carico fiscale elevatissimo, una burocrazia statale farraginosa e complessa e, infine, un sistema di amministrazione della giustizia lento e inefficace. Di certo qualche impresa, come in passato, crescerà, ma la maggioranza ripeterà le assai modeste performance storiche.

Il sistema bancario
Le banche entrano nella crisi con un bilanciamento molto più solido in termini di risk weighted asset e di tier 1 capital, soprattutto se confrontato alla drammatica crisi 2008. La garanzie statali sui prestiti fino a 400 miliardi, per quanto non completamente utilizzate a oggi, hanno comportato un ulteriore grosso scarico dei ratio.

Nel 2021 ci sarà sicuramente un aumento delle sofferenze, ma credo che sia sottovalutato il combinato disposto di intervento delle garanzie statali e di politiche di credito molto più cautelative. In altre parole, non credo che ci saranno problemi di tenuta o di necessità di capitale per nessuna delle grandi banche italiane.

È probabile che sarà dato ulteriore impulso al processo di consolidamento dopo l’operazione Ubi. Sicuramente verrà risolto il tema Monte dei Paschi di Siena e probabilmente sia Banco Bpm, che Bper risulteranno protagoniste di questi processi.

Al temine ci saranno in scena tre grandi operatori, Intesa, UniCredit e Banco Bpm, aggregata in qualche modo, più due operatori esteri come Bnp (Bnl) e Crédit Agricole (cioè Cariparma e Creval), tutti molto solidi, con economie di scala significative in grado di assicurare credito all’economia e generare valore. Non prevedo in alcun modo crisi di soggetti dimensionalmente operanti dopo l’evidenza degli ultimi casi (Banca Popolare di Bari e Carige). Si può affermare con relativa sicurezza che il lungo processo di ristrutturazione del credito in Italia è arrivato quest’anno al suo compimento.

Una sintesi
Il 2021 sarà un anno di rimbalzo economico dopo il tragico 2020. Sarà a mio avviso un rimbalzo purtroppo inferiore a quello dei nostri partner europei. Non mi aspetto crisi di spread o bancarie, ma non mi aspetto nemmeno quel cambio di passo del governo e della politica che sarebbe assolutamente necessario.

Questo potrà avvenire solo dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica nel 2022 e con le probabili immediate elezioni successive.

L’Italia ha un tessuto imprenditoriale molto solido che è riuscito a sopravvivere in un ambiente ostile, con uno Stato assente o peggio limitante. La crisi del Covid-19 ha inferto un colpo durissimo al sistema ma il problema, negli anni a venire, sarà più concentrato sulla necessità di riformare adeguatamente, rapidamente e pervasivamente lo Stato, riducendo i limiti che genera allo sviluppo economico e alla crescita della produttività.

Paradossalmente, la crisi della pandemia e l’incremento massivo del debito pubblico che ha generato renderanno questa necessità, già evidente da tempo, del tutto ineludibile. Sarà possibile agire però soltanto con un nuovo Parlamento, non più dominato da forze populiste sostanzialmente incapaci di operare.

La vera domanda allora è se il tempo SPRECATO nel 2021 e forse anche nel 2022 in attesa di questa necessaria e urgente evoluzione ci sarà concesso dall’evoluzione della concorrenza internazionale, dalla compiacenza dei mercati finanziari verso il nostro immane debito pubblico e, in positivo, da almeno un lustro di tassi di interesse compressi a zero. Il Covid-19 è stato per l’Italia una brutale sveglia, ma ha anche offerto una finestra di opportunità grazie all’ atteggiamento molto più disponibile dell’Europa.

A oggi, e penso anche quest’anno, sprecheremo colpevolmente questa opportunità. La finestra lentamente si chiuderà e non manca molto tempo. Tutto dipende, in poche parole, da quanto questa consapevolezza verrà condivisa dai cittadini italiani quando saranno chiamati alle urne nel 2022 o, peggio, nel 2023.



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