Vita da consumatoriQuanto valgono davvero le cose che compriamo?

Il Guardian ha pubblicato una lunga riflessione della scrittrice americana Eula Biss: un pensiero sui traslochi, i cambi di casa e città in un mondo consumista, tra le difficoltà di trovare un senso a ogni singolo acquisto e la necessità di rispondere alle esigenze dettate dal lavoro

Lapresse

«A vent’anni mi sono trasferita dieci volte. Al quarto o quinto trasloco, quando sono andata via da New York, ho dovuto abbandonare la struttura del letto che aveva fatto mia madre per me. Era un letto semplice e lineare, senza testiera, pensata per un single visto che era buona giusto per un letto singolo. Mia madre si è arrabbiata quando ha saputo che avevo abbandonato quel pezzo. Ho cercato di spiegare che non stavo facendo una vita che consentisse di avere dei mobili e di portarseli dietro».

È un passaggio della scrittrice Eula Biss, dal suo libro “Having and Being Had” (Riverhead Books), uscito a settembre, di cui il Guardian ha pubblicato un estratto in cui emerge il pensiero dell’autrice sul rapporto tra il consumismo e il suo stile di vita, che poi ricalca quello di molte persone costrette a spostarsi spesso per lavoro, che cambiano città e magari anche nazione, cambiano casa in continuazione e hanno un costante senso di precarietà, ma forse anche di leggerezza.

Il racconto di Eula Biss contiene passaggi intrisi di un’ironia non casuale, ritagliati dalla sua esperienza personale, dalla quotidianità con il con suo compagno John e dal suo lavoro che l’ha costretta a spostarsi più volte in pochi anni: «Quando vivevo in California ho dormito su un materasso di schiuma che poteva essere facilmente arrotolato e spostato ovunque. Il mio ragazzo, che teneva i suoi vestiti in una grande scatola di cartone, un giorno mi ha suggerito di fare tutti i nostri mobili con scatole di cartone».

Può sembrare una battuta. Invece non solo si tratta di una soluzione che risponde a un concetto di funzionalità che l’arredamento deve necessariamente saper intercettare – «nel giro di un anno avevo arrotolato il materasso e trasferito le mie scatole in Iowa, dove trovai i miei mobili per strada», scrive l’autrice – ma è anche un ragionamento che il mercato aveva già fatto prima di lei, trovando una platea di persone nella sua stessa condizione: «Era un’idea già sperimentata da Ikea, che realizzava tavolini in truciolato con interni cavi». E ci sarà un motivo se è stata una scelta di mercato ragionata, studiata, e poi anche di successo.

La difficoltà, in questo contesto, è riuscire a trovare qualcosa che abbia davvero senso comprare. Difficile ad esempio trovare l’ispirazione per portare in casa pezzi d’arredamento di un certo valore, magari particolarmente adeguati a quella determinata casa, in quella zona, se poi tutto quell’ambiente è destinato a trasformarsi in tutt’altro nel giro di qualche anno, o magari mesi.

L’estratto selezionato dal Guardian si apre con un aneddoto che spiega bene tutto questo: «Cosa dice sul capitalismo, chiede John, il fatto che abbiamo soldi e vogliamo spenderli ma non riusciamo a trovare niente che valga la pena comprare? Stiamo tornando a casa da un negozio di mobili, di nuovo. Abbiamo quasi comprato una credenza, ma poi John ha aperto i cassetti e ha scoperto che non era fatta per durare. Penso che ci siano dei limiti, dico, a ciò che la produzione consumistica di massa può produrre».

Ma in quella casa senza mobili – perché non ne hanno mai comprati – Eula e John ci vivono. «Abbiamo appena comprato una casa – aggiunge – ma non abbiamo ancora non arredata. Sono tre mesi che mangiamo sulle scalette. La scorsa settimana una donna messicana con quattro figli ha suonato al nostro campanello e ha chiesto se fossimo disponibili per un affitto. Mi dispiace, dissi goffamente, viviamo qui. Era confusa. Ma, ha detto, è vuota».

Di “Having and Being Had” il New Yorker aveva pubblicato un altro estratto lo scorso agosto, un passaggio in cui il pensiero di Eula Biss si fa più astratto, diventa una riflessione sulla modernizzazione «che avrebbe dovuto riempire il mondo di posti di lavoro con salari e benefici stabili», sulla solidità del lavoro in un mondo capitalista. Per poi notare che «tali lavori sono in realtà piuttosto rari; la maggior parte delle persone dipende da mezzi di sussistenza molto più irregolari. L’ironia dei nostri tempi, quindi, è che tutti dipendono dal capitalismo ma quasi nessuno ha un vero e proprio lavoro regolare».

L’autrice racconta un altro spaccato della sua esperienza personale, del fatto che soprattutto da giovane è passata da un lavoro all’altro con una certa frequenza, senza mai averne uno davvero stabile. «Non conoscevo nessun altro modo per vivere come artista. Anche il lavoro che ho adesso, il mio lavoro regolare, all’inizio era temporaneo. Ero un “artista residente” e il contratto prevedeva che me ne andassi dopo quattro anni. Ma poi il contratto è stato rinnovato ancora e ancora. Solo quando ho potuto accedere a un contratto permanente ho comprato una casa».

L’acquisto di una casa, simbolo di una certezza prima sconosciuta, quindi di aver trovato un posto in cui stabilirsi a lungo senza dover fare continuamente le valigie – o gli scatoloni – segna uno spartiacque. E a questo nuovo stile di vita può essere difficile abituarsi.

«Nei negozi di mobili che visitiamo – scrive – voglio tutto e non voglio niente. I colori tenui dei tappeti, le venature calde del legno, l’ottone e il vetro delle lampade, tutto sembra dirmi che i negozi siano pieni di cose belle, ma poi cambio idea. “Il desiderio del consumatore è una sorta di lussuria”, ha scritto Lewis Hyde. Ma i beni di consumo stuzzicano semplicemente questa lussuria, non la soddisfano mai. Il consumatore di merci è invitato a un pasto senza passione, un consumo che non porta sazietà».

Abituarsi a un consumismo fine a se stesso può essere un’impresa difficile, soprattutto se si deve dare valore a una spesa per beni di consumo di cui non c’è un reale bisogno.

«Sono arrabbiata per la salsiera», scrive l’autrice in un passaggio in cui descrive la sua festa del Ringraziamento, «e non solo la salsiera, anche la teglia, i sottobicchieri, i vassoi e il piatto del formaggio. Non voglio niente di tutto questo. John ha comprato tutte queste altre cose. La salsiera è ridicola, concorda John. Nessuno ne ha bisogno. Ma per la prima volta ospitiamo il Ringraziamento a casa nostra e l’occasione richiede una fottuta salsiera. È assurdo, lo so, per me trascorrere questa vacanza in particolare sentendomi turbato per avere cose che non voglio. E non capisco perché sono arrabbiato, a parte questo sembra tutto troppo. Anche la frase “la nostra casa”».

L’autrice arriva a soffermarsi sull’aspetto etimologico del termine consumo, «che è diventata la parola che gli antropologi usano per quasi tutto quel che facciamo al di fuori del lavoro: mangiare, fare la spesa, leggere, ascoltare musica. Consumare, osserva, viene dal latino consumere , che significa “distruggere, esaurire”. Una persona potrebbe consumare cibo o essere consumata dalla rabbia».

In qualche modo il consumo può essere messo all’opposto della produzione. Come fa Adam Smith nella sua “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni” del 1776 , un periodo in cui il lavoro passava dalla campagna alla città, nelle fabbriche, e le vite si dividevano tra casa e lavoro. «Usiamo ancora la matematico dell’epoca, sottraendo ciò che viene consumato a casa da ciò che viene prodotto sul lavoro. In quella rozza equazione, solo il lavoro che fa guadagnare denaro è produttivo. In realtà ciò che viene distrutto quando pensiamo a noi stessi come consumatori è la possibilità che potremmo fare qualcosa di produttivo al di fuori del lavoro».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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