SuperTuscanIl contadino che fa crescere piante dalla pietra

Un terreno ruvido nel Chianti che sa accogliere un lavoro diverso, unico, controcorrente, nato da una lunga progettazione in permacultura, quello di Lorenzo Costa, agricoltore di prima generazione. È La Scoscesa

C’è una curva, poi una stradina sterrata che porta a metà della collina. Dal sentiero sbucano le terrazze e i muretti a secco lunghi 3 kilometri e costruiti a mani nude, sasso dopo sasso, più di 100 anni fa. Ci sono gli olivi, il capanno di paglia, il bosco. La Scoscesa è accanto a Lecchi, una frazione di Gaiole in Chianti: qui Lorenzo Costa all’età di 39 anni, ha deciso di tirare su la sua azienda agricola. «Nessuno voleva venire qui. Quando ho comprato gli anziani del paese al bar mi prendevano in giro. Dicevano: Ecco quello a cui hanno rifilato la fregatura» ricorda Lorenzo.

Foto per concessione del Ristorante L’Asinello

Un contadino di prima generazione, coraggioso sì, ma non basta. Perché a guardare bene quel terreno, «classificato come agricolo, marginale e abbandonato» si legge una storia di agricoltura eroica. La Scoscesa sono 130 metri di dislivello, 9 ettari terrazzati, minacciati dall’erosione, totalmente in salita e inadatti all’agricoltura meccanizzata. Non sgorga acqua ma calcare e pietre, così sottili da infilarsi dovunque. Un suolo abbandonato da più di 40 anni, «duro ma accogliente, che ami o odi».

Magro, alto, barba lunga, spiccato accento toscano. Costa compra il terreno nel 2015, dopo aver letto un annuncio online. «Era in vendita da tempo. La prima volta che ci ho camminato sopra, ho dato il nome all’azienda».  Nella sua storia ci sono due genitori archeologi in Medioriente, Paolo e Germana. «Hanno passato tutta la vita ad osservare pietre e terra. Si vede che La Scoscesa ce l’avevo nel sangue». Lavora all’Università mentre comincia a studiare permacultura. Grazie ai fondi dell’Unione Europea e a un lascito famigliare, raccoglie una piccola somma. «Come dice un mio amico, oggi in agricoltura ci si entra col morto. In quel caso fu mia nonna che morendo ci lasciò la sua eredità». Il perché? «Sono un attivista travestito da giardiniere. Qui lavoro per il mio territorio, io che per tanti anni ho fatto un lavoro che non mi ha dato nulla se non lo stipendio».

Passano due anni di progettazione. Tutto intorno si delinea un paesaggio da cartolina, fatto di crete e pioppi che hanno soppiantato la biodiversità del Chianti. Su quella roccia così giovane su cui poggia un suolo sottile, oggi ci sono solo vigne. A La Scoscesa spostare una sola pietra sembra impossibile, le terrazze sono state modellate dall’uomo esattamente per quel paesaggio, che da ostile si è reso coltivabile. Bisognerà convivere con tutto quello che la natura offre, dagli animali alle pietre.

Foto per concessione del Ristorante L’Asinello

Due anni dopo, Costa comincia a piantare alberi, a costruire aiuole e recinzioni per gli animali.  Da quella terra, tra le pietre, tornano a nascere le piante. I 400 olivi ricominciano a fare olio, crescono zafferano, piante da orto, erbe aromatiche. Nel bosco coltiva alberi da frutta, fragole e lamponi. Sulle terrazze c’è il grano: lo raccoglie a Luglio dalle 5 del mattino a mano «Non voglio fare il naturista. Proprio non potrei portare una mietitrebbia qui». È tornata anche l’acqua su una terra arida, ora rigenerata. Dal pozzo viene centellinata ogni goccia, con l’idea che più la pianta ne riceve, più ne chiede. Ma l’acqua sta diventando un bene sempre più prezioso: per questo Costa ha studiato un sistema per raccogliere e infiltrare quella piovana nel terreno.

E oggi? Di anni Lorenzo ne ha 44 e porta i frutti de La Scoscesa alle famiglie del Chianti e a 6 ristoranti nei dintorni dell’azienda. Il più lontano è l’Asinello, dove lo chef Senio Venturi ha da poco confermato il riconoscimento della Stella Michelin. «Voglio lavorare con le persone che vivono in questo territorio». Ora possono tornare a mangiare prodotti della terra in cui sono nati, senza farli arrivare da lontano.

Nel futuro c’è la costruzione di una biblioteca, della casa, la messa a regime della produzione, che renda l’azienda sostenibile economicamente. «Ora non lo è. Fare il contadino deve essere il mio lavoro, non un passatempo. Di progetti stupendi che non si sostengono in Italia ce n’è a mani piene. Se vuoi convincere gli altri a transitare verso un’agricoltura ecologica, è l’unica via». Senza acqua, senza elettricità, tra cumuli di sassi, senza troppi soldi, Lorenzo Costa ha rigenerato un luogo e sta portando altri a fare lo stesso: «Quest’anno eravamo in due a fare il grano. L’anno prossimo saremo in 5. Non tutti devono fare quello che sto facendo io, ma vorrei raccontare a più persone possibili che si può vivere e lavorare con un altro modello».