Europea dell’anno 2020Come continua la protesta delle donne in Polonia, raccontata da una delle loro leader

Magdalena (Magda) Górecka a capo di KaWtan è uno dei volti delle manifestazioni contro il partito sovranista al governo che in questi anni ha eroso i diritti civili, limitando la possibilità di abortire nel Paese

photo_Mateusz Żabka

È considerata una rivoluzionaria, Magdalena (Magda) Górecka: è uno dei volti delle manifestazioni in Polonia contro l’ulteriore restringimento delle possibilità di aborto. Nel 2019 ha creato KaWtan, un’associazione che vuole dare voce al mondo delle emozioni femminili attraverso l’arte. “Aberracja” (aberrazione), ospitata in numerose città europee, è stata la sua prima realizzazione. Si tratta di una mostra fotografica incentrata sul tema della violenza emotiva, finanziaria, psicologica – ancor prima che fisica – sulle donne.

Magda Górecka è una delle destinatarie del riconoscimento “Europea dell’anno”, con cui Linkiesta ha voluto omaggiare le donne polacche e bielorusse impegnate nella difesa della democrazia nei loro Paesi. Anche il quotidiano Politico l’ha inserita tra le leader più influenti delle proteste in Europa nel 2020.

Magda, quando ha capito di essere diventata un simbolo di lotta per la difesa dei diritti?
È accaduto nell’aprile di quest’anno, durante il primo lockdown, quando Kaja Godek (attivista conservatrice e anti-abortista, leader della fondazione Ordo Iuris) ha promosso un’azione civile contro l’interruzione di gravidanza. Malgrado le restrizioni imposte dallo stato di pandemia, siamo scese immediatamente in strada attuando diverse forme di protesta: dai cortei in piazza ai caroselli nelle macchine, ai presidi con code davanti agli esercizi commerciali (nel rispetto del distanziamento sociale), alle attività di contro-informazione. Io avevo il mio ombrello nero, simbolo della protesta delle donne polacche sin dal 2016, e la mia foto è uscita sui giornali. 

Preparando una mostra sugli effetti della pandemia da Covid-19 in Europa, il museo della Casa della storia europea a Bruxelles ha utilizzato la mia immagine per rappresentare la Polonia. Da qui l’interesse nei miei confronti.

L’azione promossa da Kaja Godek è stata l’avvisaglia di quanto sarebbe accaduto in ottobre, quando il Tribunale costituzionale ha limitato ulteriormente le possibilità di accedere all’aborto in modo legale, vietandolo anche in caso di malformazione del feto. Il pronunciamento non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e non è ancora operativo; su questa frenata hanno avuto un peso decisivo le proteste del movimento Ogólnopolski Strajk Kobiet (Sciopero generale delle donne polacche), di cui lei è una delle rappresentanti più in vista?
A Stettino, dove risiedo, così come in altre città polacche le proteste si sono intensificate già all’indomani dell’annuncio dell’uscita della Polonia dalla Convenzione di Istanbul, a luglio di quest’anno. Certamente dopo il pronunciamento del Tribunale, la guerra (uno dei nostri slogan infatti è to jest wojna, questa è guerra) è divampata su vari fronti, alimentata dalla necessità di difendere i diritti fondamentali della persona. Io ho scelto di stare in prima linea. 

C’è stata subito una grande manifestazione nei pressi della casa di Jarosław Kaczyński (presidente del partito di governo Diritto e giustizia, il PiS), seguita da proteste continue in tutto il Paese fino all’enorme concentramento di Varsavia del 30 ottobre con più di 150.000 persone. Ai cortei si sono unite azioni simboliche più specifiche, come la sostituzione dei nomi di vie o piazze delle città con una toponomastica più vicina alla nostra causa. L’inizio delle nostre proteste è stato piuttosto caotico, spontaneo, poco organizzato.

Adesso, invece, abbiamo una squadra di persone che si occupa di offrire sostegno alle donne che optano per l’aborto, un gruppo di avvocati che lavora pro-bono; possiamo contare su negozi e attività che stampano gratis il nostro materiale da distribuire, o sostengono concretamente la causa. Anch’io, come tutte le altre persone coinvolte, sono stata travolta dall’impegno in questa battaglia che combattiamo per tutte le donne polacche e per un Paese “normale”.

In che modo sta evolvendo la vostra battaglia?
Oggi, a causa delle ulteriori restrizioni legate al lockdown e alla rigidità del clima, le forme delle proteste sono già cambiate. Un grande spazio della nostra attività è occupato dai consigli civici e dalle piattaforme di discussione che abbiamo istituito per formulare le nostre richieste e intervenire concretamente sul piano politico. Auspichiamo una politica del cittadino, che invece, allo stato attuale, è tagliato fuori dalle scelte del governo. In Polonia abbiamo una pseudo-democrazia in cui il PiS governa a braccetto con la Chiesa.

Non vogliamo più che la religione sia materia obbligatoria d’insegnamento; crediamo sia giusto che la Chiesa inizi a pagare le tasse per le proprietà che ha nel Paese. Il movimento LGBT deve vedere riconosciute le proprie richieste e ogni forma di razzismo sessuale dev’essere contrastata: ci sono dei comuni che si sono dichiarati “zone liberate dall’omosessualità”, abbiamo dei politici che trattano l’omosessualità come una malattia da curare. Per quanto concerne la maternità, al governo interessano solo le pance di noi madri: una volta che il bambino nasce, in caso di difficoltà restiamo completamente sole. Nessun sostegno finanziario o riabilitativo. Siamo furibonde per queste cose. 

Concorda con Marta Lempart, leader del movimento Sciopero generale delle donne polacche, che la vostra battaglia sia ora per la caduta del governo attuale? Lei prefigura uno sbocco politico per il movimento?
Certo, il governo deve cadere. Il pronunciamento del Tribunale è fermo perché sono spaventati dall’idea che le nostre proteste riprendano e noi non accetteremo compromessi sulla questione. Del resto, alle nostre spalle sentiamo il sostegno di tutta società civile. L’ingresso in politica rappresenterebbe una svolta, perché Marta Lempart, così come Klementyna Suchanow, sono leali. Tutte le persone che compongono il movimento hanno straordinarie doti di ascolto. Occorre dare risposte concrete ai problemi: oggi abbiamo il PiS, domani qualcun altro, ma è il meccanismo che va cambiato. Auspico una politica del cittadino, un governo dei cittadini: la nostra è una rivoluzione e non faremo un passo indietro. 

In Polonia ci sono grandi polemiche sull’atteggiamento della polizia, il cui comportamento è andato via via facendosi più aggressivo nei confronti di chi partecipa alle vostre iniziative. Come vive il rapporto con le forze dell’ordine?
Per fortuna, qui a Stettino il comportamento della polizia è pressoché ineccepibile. Viceversa, a Varsavia e in altre città ci sono stati molti episodi di violenza: gas, manganelli, mani spezzate. Vengono presi di mira soprattutto i giovani. L’ultima tendenza da parte delle forze dell’ordine è quella di chiudere i manifestanti in uno spazio angusto, che non permetta loro una via di fuga, per poi esigere i documenti e agire brutalmente. Va tutto bene finché non osi alzare la testa per protestare, per contestare quel che non va.

La cosa incredibile è che la polizia, che dovrebbe essere lì per tutelarti, non solo non ti sostiene ma usa persino violenza contro di te. Anche i miei dati personali sono finiti spesso nelle mani degli agenti. A dicembre sono stata sottoposta a processo per aver protestato in maggio, assieme ad altre persone, sotto il Seminario ecclesiastico: era appena uscito un documentario che mostrava gli ennesimi abusi in materia di pedofilia da parte di alcuni rappresentanti della Chiesa polacca. Siamo stati prosciolti, naturalmente. Tutte le multe che vengono comminate ai manifestanti in questi giorni sono illegali e non porteranno a nulla; intanto, però, si intasano i tribunali e gli uffici giudiziari senza alcun motivo. È assurdo.

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