Cercasi pianoRecovery Plan, i dubbi dei tecnici del Senato su deficit e concorrenza

Per il Servizio Studi di Palazzo Madama, va chiarito se gli interventi aggiuntivi producono o no più indebitamento. Per i mercati, invece, serve una legge nuova, ribadiscono

(AP Photo/Francisco Seco)

Nella bozza di Recovery Plan approvata dal governo ci sarebbero troppi interventi catalogati come aggiuntivi rispetto al deficit previsto nei piani di finanza pubblica. Il dubbio è stato sollevato – come racconta Il Sole 24 Ore – nel dossier prodotto dal servizio Studi del Senato.

Il problema, spiegano i tecnici, è nell’entità degli interventi aggiuntivi, che rispetto alle prime bozze sono cresciuti, senza però ritoccare il deficit atteso. In teoria, le spese aggiuntive produrrebbero maggiore disavanzo, quando non sono finanziate dai sussidi che non incidono sull’indebitamento. Ma nel piano qualcosa non torna.

Nel complesso, la bozza di Recovery Plan contiene misure per 223,9 miliardi, ma la quota finanziata dalla Facility comunitaria si ferma a 209,5 miliardi. Nei numeri del piano è compresa una quota che arriva da Fondo di sviluppo e coesione per 21,2 miliardi, che serve a finanziare «nuovi interventi». Ed è qui il problema secondo i tecnici del Senato, secondo cui «le informazioni contenute nel documento non consentono di verificare se si preveda che il profilo dell’indebitamento netto associato all’utilizzo del Fondo di coesione, per la componente anticipata nell’ambito del Pnrr, resti invariato rispetto alle previsioni tendenziali».

La bozza non dà indicazioni precise. Inoltre, l’aumento dell’effetto espansivo sul Pil rispetto alle prime versioni, dal 2,3% al 3% del Pil a regime dal 2026, non deriva da un aumento delle risorse destinate a nuovi progetti, ma da un ridisegno che ha concentrato le risorse su investimenti pubblici, a cui i modelli macroeconomici attribuiscono un moltiplicatore maggiore.

Un’altra perplessità dei tecnici riguarda l’accenno troppo vago al tema della concorrenza, che è una delle grandi riforme che chiede la Commissione europea, quasi con cadenza annuale nelle sue raccomandazioni. Il piano italiano gira intorno all’argomento senza centrarlo – spiega Il Sole 24 Ore – mettendo in correlazione la promozione della concorrenza con la transizione digitale, gli incentivi 4.0, la cybersecurity, la banda larga e persino con le tecnologie satellitari. Ma non si fa riferimento alla concorrenza nell’ambito del funzionamento dei mercati, fa notare il Servizio Studi del Senato. Fatta eccezione per un riferimento generico a una «riforma delle concessioni statli che garantirà maggiore trasparenza e un corretto equilibrio fra interesse pubblico e privato»

A Palazzo Madama le audizioni sul documento partiranno probabilmente la prossima settimana, con il ministro per gli Affari europei Enzo Amendola e il commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni. Ma la strada è ancora tutta in salita.

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