La sindrome di ZeligIl rischio di non avere un ministro per gli Affari europei

La mancata creazione di un dicastero potrebbe rivelarsi controproducente nel Consiglio Affari generali dove nei prossimi mesi si prederanno scelte importanti. L’autorevolezza non è paragonabile a quella di un sottosegretario, chiunque esso sia

LaPresse

Fatte salve le poche parole pronunciate da Mario Draghi da quando il Presidente Sergio Mattarella gli ha attribuito il 3 febbraio il compito di presidente incaricato, abbiamo scarne idee sulle priorità programmatiche del suo governo e ascolteremo con positiva attenzione le dichiarazioni che farà alle Camere fra mercoledì e giovedì ma anche la sua replica ai molti interventi politici di tutti coloro che vorranno intestarsi, a futura memoria elettorale, la “vittoria” del passaggio dal Conte II al Draghi I.

Possiamo per ora basarci sulla composizione della sua squadra che ha suscitato vari e giustificati interrogativi, dalla mancata attuazione della promessa parità di genere (8 donne su 23 e nessuna nei ministeri “economici” e di gestione del Recovery Plan) al peso preponderante (18) dei ministri del Nord, dalle old entries di ministri politici scelti o suggeriti accuratamente per rispettare gli equilibri interni e gli equilibri parlamentari dei cinque partiti e mezzo (Cinquestelle, Lega, Partito democratico, Forza Italia, Liberi e Uguali e Italia Viva) che andranno a comporre una eteroclita maggioranza dalla sinistra all’estrema destra (come viene fotografata dalla stampa internazionale) alle responsabilità sulla carta del ministero della transizione ecologica e del ministero dell’innovazione digitale tenendo conto del modo in cui questi ministeri sono stati organizzati in altri paesi europei come in Austria e in Spagna dove l’energia, la politica industriale e i trasporti sono entrate fra le competenze del nuovo ministro.

Per noi che seguiamo da anni le vicende delle istituzioni europee crediamo che sia un grave errore la mancata nomina di un ministro degli affari europei, tenendo anche conto del lavoro fatto da Enzo Amendola che meritava di assicurare una continuità ministeriale nei prossimi mesi di negoziati con le istituzioni europee.

Da molto tempo ormai agiscono in una dimensione intergovernativa europea due Consigli che potremmo definire “orizzontali” o di coordinamento e di supervisione delle attività dei consigli settoriali: il consiglio degli affari esteri per il quale si usa l’acronimo FAC (Foreign Affairs Council) normalmente composto dai ministri degli esteri e che è presieduto dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e della sicurezza e non dal ministro degli esteri del governo che assume la presidenza semestrale di turno del Consiglio e il Consiglio Affari Generali per il quale si usa l’acronimo GAC (General Affairs Council) che è responsabile di molti importanti dossier legislativi e che è normalmente composto da ministri degli affari europei.

Nonostante la competenza personale di un eventuale segretario di Stato o sottosegretario, l’autorevolezza di un rappresentante governativo a livello di ministro è molto maggiore e l’Italia farebbe bene a farsi rappresentare nel GAC da un ministro degli affari europei di provata esperienza comunitaria e non da un sottosegretario. 

Da quando è stato istituito il ministero degli affari europei in Italia nel 1980 e dunque da quaranta anni abbiamo avuto ventisei ministri per una durata complessiva di trentatré anni e solo due sottosegretari, con ministri politici del peso di Vincenzo Scotti, Luigi Granelli, Giorgio La Malfa, Enrico Letta, Valdo Spini ed Emma Bonino così come avviene in Germania, Spagna e Portogallo e come è avvenuto in Francia fino al 2017 quando Emmanuel Macron – cedendo alle pressioni del Quay d’Orsay – ha nominato un segretario di Stato alle dipendenze del ministro degli esteri come se la politica europea facesse ancora parte delle relazioni internazionali.

Absit iniuria verbis non vorremmo che, nell’indigestione di viceministri e sottosegretari che si preannuncia per soddisfare gli appetiti dei cinque partiti e mezzo e forse degli altri gruppi parlamentari minori vecchi e nuovi usciti malmenati dalla nomina dei ministri, prevalga la lobby della Farnesina e venga nominato un viceministro o un sottosegretario alle dipendenze del miracolato Luigi Di Maio.

È sorprendente che un uomo di grande esperienza europea come Mario Draghi abbia deciso di non proporre al presidente della Repubblica la nomina di un ministro degli affari europei e che il Presidente della Repubblica non abbia attirato l’attenzione del Presidente del Consiglio incaricato sulla inopportunità di non garantire la continuità dell’azione politica e del livello istituzionale del ministro Enzo Amendola.

Prima del voto di fiducia delle Camere suggeriamo molto sommessamente al Presidente della Repubblica e al nuovo capo del governo di trovare una soluzione politicamente e istituzionalmente adeguata a questo vuoto inopportuno dando così un segnale coerente e inequivoco alla preannunciata scelta europeista del governo Draghi nominando un ministro a pieno titolo legato direttamente a Palazzo Chigi con la responsabilità di coordinare il Comitato Interministeriale affari europei (CIAE) che l’Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile (ASVIS) coordinata da Enrico Giovannini avrebbe voluto dedicare anche all’attuazione della Agenda 2030.

Il ministro dovrà farsi carico non solo dei dossier legislativi ma anche di indicare e difendere le priorità del governo italiano in vista del dibattito sul futuro dell’Europa, che abbiamo sintetizzato sulle colonne di Linkiesta  (competenze, eliminazione del voto all’unanimità, capacità fiscale dell’Unione europea, ius soli europeo, democrazia e stato di diritto).

Ci sono infine due aspetti di contenuto che ci preoccupano particolarmente e che riguardano da una parte il risultato delle consultazioni dei gruppi parlamentari e dei partiti seguite da quelle delle parti sociali a cui si sono aggiunte per la società civile solo le organizzazioni ambientaliste ma non, ad esempio, le associazioni giovanili e dall’altra le priorità programmatiche del governo.

Il primo aspetto riguarda il rischio della sindrome di Zelig.

Se dobbiamo dare credito al profluvio di conferenze stampa di coloro (molti uomini e poche donne dando a Mario Draghi l’immagine plastica di una società italiana politica ed economica profondamente squilibrata nella dimensione di genere) che sono usciti dalla Sala della Regina.

Mettendo insieme le une e le altre emerge un puzzle confuso e contraddittorio di priorità programmatiche apparentemente condivise tutte da Mario Draghi-Leonard Zelig che speriamo venga dissipato da un programma di governo fondato su un progetto coerente con la risposta alle emergenze italiane (di cui la dimensione territoriale è parte essenziale), europee e internazionali, un metodo efficace e democratico e un’agenda che fissi degli obiettivi validi non solo per questa legislatura.

Il secondo aspetto riguarda la scelta di un governo ambientalista che è stata fatta filtrare dalla prima riunione del Consiglio dei ministri insieme ai temi della scuola e della lotta alla pandemia.

Noi siamo convinti fino in fondo della priorità che deve essere data a una economia verde insieme alla economia circolare – e per questa ragione condividiamo le perplessità di chi ha criticato le competenze attribuite per ora sulla carta all’istituendo ministero e al ministro per la transizione ecologica – ma siamo altrettanto convinti che la sostenibilità deve essere nello stesso tempo ambientale e sociale (simul stabunt vel simul cadent) così come siamo convinti che la riduzione progressiva delle numerose diseguaglianze a cominciare dall’eliminazione della povertà assoluta e relativa come difesa della dignità umana deve essere una condizione per la ripresa economica resiliente e non il contrario.

Vale la pensa a questo proposito di ricordare le tre priorità indicate dal Presidente Sergio Mattarella nel momento in cui egli ha conferito a Mario Draghi l’incarico di formare il nuovo governo: la lotta alla pandemia, l’uso delle ingenti risorse europee e i problemi sociali.

*Pier Virgilio Dastoli è il presidente del Movimento Europeo – Italia