Oasi da coltivareÈ nato un orto per l’ultima isola d’Italia

Agricola ‘Mpidusa è il progetto fondato a Lampedusa grazie al lavoro di Terra!, associazione ambientalista che contrasta e documenta lo sfruttamento in agricoltura. Un’idea sociale per un sogno realizzato che sostiene l’agroecologia

Foto di Mauro Seminara

Un piccolo fazzoletto di terra di 20 chilometri quadrati, nonché il punto dell’Italia più a sud che ci sia: l’isola di Lampedusa è una di quelle terre piccolissime di cui si parla tantissimo. E le ragioni sono almeno due: il turismo e gli sbarchi. La storia che segue, il progetto e i suoi attori principali non hanno a che fare con nessuno di questi due argomenti.

Lo racconta Daniele Caucci, coordinatore di Terra! associazione ambientalista che conta numerosi progetti a tutela dei lavoratori della terra e a sostegno dell’agroecologia. Terra! è un punto di riferimento per il dibattito agricolo e sociale e lo sarà anche in questo caso. A Lampedusa l’associazione arriva già nel 2014 con un lavoro sugli orti sociali. Daniele racconta della concessione di un terreno al centro di questa terra, grazie alla collaborazione con il circolo Legambiente Esther Ada e il Centro Diurno di Lampedusa, frequentato da persone con disabilità fisiche e psico-intellettive. Queste saranno coinvolte nel progetto P’Orto di Lampedusa, finalizzato alla nascita di alcuni orti sociali nel terreno comunale adiacente a Piazza Brignone, che viene rigenerato e diventa luogo d’incontro e d’inclusione.

L’idea di una vera cooperativa agricola su queste terre, strappate all’Africa per un soffio, nasce proprio da questa esperienza. L’obiettivo è quello di avviare un’attività sull’isola che sia sostenibile a livello ambientale ed economico. Non solo: nell’attività saranno impiegate persone del territorio, il cibo che ne verrà sarà destinato a quel territorio e il progetto stesso avrà una forte vocazione all’inclusività sociale. Per Terra! si tratta del primo caso di avviamento di una cooperativa agricola: «Partire da Lampedusa non è stata una scelta scontata – dice Daniele – Abbiamo collaborato con tante cooperative agricole nel tempo, ma mai direttamente come soci».

Federico Ottoveggio e Aurian Laneau sono i due soci isolani, a cui si uniscono gli utenti del centro diurno, ma anche altri due collaboratori proprio di Lampedusa e un lavoratore messo alla prova del tribunale di Palermo in fase di riabilitazione. «É un progetto che contiene diversi aspetti, per questo risulta anche difficile da raccontare – dice Daniele – c’è l’aspetto ambientale, c’è quello agricolo, quello economico e anche sociale. A Lampedusa c’è una popolazione e una comunità. Non solo storie di migranti. E quest’isola al momento dipende completamente dalla Sicilia, dal continente come la chiamano qui. Tutto il cibo arriva da lì e tutto torna lì sotto forma di rifiuto. É da molto tempo che i terreni di quest’isola sono in stato di abbandono».

Lampedusa è una terra complessa, non solo per la lontananza, per le dimensioni e per gli sbarchi. Ma anche perché è in una zona pre-desertica e molto dura da coltivare. Da queste premesse a Marzo 2020, mentre è in corso il primo, durissimo lockdown nazionale, nasce la cooperativa agricola M’pidusa: «Il nome è stato scelto per identificare subito cosa facciamo e dove lo facciamo» ricorda Daniele. Sarà composta dal terreno in Piazza Brignone dove tutto è cominciato, e dal Terreno di Contrada Imbriacola, messo a disposizione dalla famiglia Tonnicchi in omaggio alla volontà di Pasquale Tonnicchi, uno degli ultimi agricoltori della famiglia ma anche dell’isola. Per un totale di poco più di un ettaro. A costituire la cooperativa sono Terra!, il circolo Legambiente dell’isola e alcuni soggetti singoli di Lampedusa che hanno deciso di aderire.

«Oramai è passato un anno e vediamo molti miglioramenti. Ma l’inizio è stato molto difficile: prima di tutto avviare un’attività nel momento del lockdown ci ha causato rallentamenti sia amministrativi che burocratici. Abbiamo dovuto dedicare del tempo alla formazione delle persone impiegate sui terreni. Abbiamo coinvolto un agronomo per definire il progetto colturale, insieme al Professor Tommaso Lamantia, dell’Università di Palermo che ci ha aiutato ad identificare le piante giuste per alimentare la biodiversità dei terreni e riportarli in vita. Il terreno della Famigli Tonnicchi aveva una memoria agricola tutto sommato recente, ma anche un suolo pietroso e asciutto. Abbiamo un pozzo fortunatamente, che ci ha permesso di costruire un impianto di irrigazione a goccia. Il nostro obiettivo è anche quello di puntare al minor spreco di risorse possibile e di portare frutti e piante tipiche dell’Isola che oggi non si coltivano più, come il cappero».

La produzione viene avviata nel 2020 e a Gennaio 2021 si raccolgono i primi frutti tra le circa 34 varietà seminate. Ci sono anche dei vitigni antichi che vengono custoditi per essere recuperati. La cooperativa parte con le vendite, sia tramite il sistema delle cassette ai privati – quasi 50 famiglie – sia appoggiandosi a un commerciante locale, sensibile al tema dell’autoproduzione. «Il lavoro che ci aspetta da qui ai prossimi mesi è sicuramente quello di ampliare i terreni. Durante l’estate potremmo pensare di stringere qualche accordo con ristoratori e commercianti locali per far crescere la rete. Non ti nascondo che vedere un terreno abbandonato riprendere vita è ragione di grande motivazione. E i prodotti sono buonissimi. Anche se non dovrei dirlo io: è come chiedere all’oste se il vino è buono».

Daniele fa avanti indietro da Lampedusa ogni mese. Dalle sue parole si comprende il senso di un impegno così importante: «La chiave di tutto è prendersi cura di un territorio, che è soprattutto un modo di conservarlo, non solo di sfruttarlo. L’agricoltura può essere al tempo stesso causa e contrasto dei cambiamenti climatici. Quello che stiamo facendo nasconde la speranza di poter stimolare anche altre persone a fare agricoltura. A Lampedusa negli ultimi anni c’è stato posto solo per il turismo di massa, che lascia poco al territorio ma prende molto. Il nostro modello agricolo è opposto: vogliamo prenderci cura del territorio e contrastare l’abbandono».

 

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