Digital Green PassBruxelles prepara il passaporto vaccinale europeo

La presidente Ursula von der Leyen ha annunciato una proposta legislativa per il prossimo 17 marzo. L’obiettivo è avere lo strumento attivo entro giugno e allo stesso tempo rispettare la privacy dei dati personali. Ma non tutti sono d’accordo sui tempi e i modi

Pixabay

La proposta ufficiale non c’è ancora, ma è bastato l’annuncio per scatenare i primi malcontenti. La Commissione Europea vuole introdurre un Digital Green Pass, a conti fatti un passaporto che permetterebbe di identificare i cittadini europei a cui è stato inoculato un vaccino anti Coronavirus e consentire loro di spostarsi liberamente fra i 27 Paesi membri dell’UE. I dettagli di questa iniziativa legislativa si conosceranno il prossimo 17 marzo, ma la presidente Ursula von der Leyen ha già anticipato che il pass rispetterà la protezione dei dati, la sicurezza e la privacy.

A lanciare il sasso nello stagno è stata proprio una dichiarazione di von der Leyen su Twitter, nella mattinata del primo marzo. «Presenteremo questo mese un Digital Green Pass», scrive la presidente, specificando le caratteristiche del nuovo passaporto digitale: attesterà l’avvenuta vaccinazione di chi è stato vaccinato, fornirà i risultati dei test di chi non lo è ancora e garantirà informazioni sul virus.  

L’obiettivo dichiarato è permettere ai cittadini europei di muoversi in sicurezza, fuori e dentro i confini dell’Unione, per ragioni di lavoro o per turismo. In attesa di conoscere i dettagli tecnici della proposta, fioccano i dubbi sui risvolti etici dell’iniziativa.

In primis, fanno notare in molti, le autorità sanitarie non hanno ancora stabilito se le persone vaccinate possano essere o meno portatrici sane del virus. Anzi, l’Oms ha per il momento sconsigliato l’adozione di una simile misura proprio per questo motivo. Per i suoi detrattori, rapidissimi a scatenare la discussione sui social network, l’istituzione di un passaporto vaccinale costituirebbe una manovra surrettizia per imporre la vaccinazione: non potendo obbligare i cittadini a immunizzarsi, si danneggia intenzionalmente chi non si sottopone alla procedura. Non da ultimo, preoccupa il potere di controllo che le autorità acquisirebbero sullo status di salute delle persone.

Forse per questo, la presidente della Commissione ha subito sottolineato che il Digital Green Pass rispetterà la privacy dei dati personali e anche il vice-presidente Margaritis Schinas, al termine della riunione fra i ministri della Salute, ha asserito che il certificato non comporterà discriminazioni di sorta. 

Favorevoli e contrari
Sia il contenuto della proposta che l’arco temporale previsto per approvarla sembrano rispondere a un’istanza arrivata da molti Paesi europei: salvare la stagione turistica. Non è un caso che Harry Theoharis, ministro greco del turismo sia stato tra i primi a complimentarsi con la presidente per l’iniziativa. Atene guida il fronte delle capitali favorevoli all’adozione di un passaporto vaccinale al più presto e anzi non ha perso tempo siglando un accordo bilaterale con Israele per garantire il flusso reciproco di cittadini vaccinati.

Sulla stessa lunghezza d’onda sembra viaggiare l’Austria: ad applaudire l’uscita di von der Leyen è sceso in campo, su Twitter, il Cancelliere Sebastian Kurz. «Il passaporto verde digitale per coloro che sono stati vaccinati, testati e sono guariti rappresenta la possibilità di riconquistare la libertà di viaggio e le altre libertà in tutta Europa».

Pure da Malta e Portogallo si prevede il placet: il primo ministro maltese Robert Abela ha scritto alla Commissione qualche settimana fa per sollecitare lo strumento, mentre il suo omologo portoghese António Costa ha reso nota la sua posizione venerdì 26 febbraio, auspicando «entro l’estate» un documento che attesti l’avvenuta vaccinazione. 

Favorevoli sarebbero probabilmente i Paesi nordici, che non dipendono dalle entrate del turismo come quelli mediterranei, ma sono tradizionalmente fra i più inclini nel concedere libertà di movimento ai propri cittadini: Svezia, Danimarca, ed Estonia hanno già stabilito l’emissione di un documento che certifichi la vaccinazione valido entro i propri confini. Così come l’Ungheria, che fornisce un attestato di immunità a vaccinati e guariti dal Covid19. 

Non tutti i governi però sembrano intenzionati ad avallare senza riserve la proposta della Commissione, cosa che prefigura una spigolosa trattativa al Consiglio Europeo. In Germania non mancano le voci critiche, anche autorevoli, come quella del ministro degli interni Horst Seehofer, secondo cui tale misura equivarrebbe, di fatto, a rendere obbligatorio il vaccino nel Paese. Improntate alla cautela anche le reazioni di Francia e Belgio, dove la titolare degli Esteri Sophie Wilmès, ha parlato di recente del passaporto vaccinale come di una «discriminazione» fintanto che non sarà possibile vaccinare tutta la popolazione. 

Fuori dai confini europei, modeste aperture e fermi dinieghi. L’ipotesi resta sul tavolo del governo britannico, come una possibilità da valutare in maniera coordinata con l’UE, come hanno fatto sapere fonti istituzionali in giornata. Lo stesso Boris Johnson, però, durante una conferenza stampa sulle misure anti-pandemia, ha spiegato che un green pass sul modello israeliano sarebbe incompatibile con legge e cultura del suo Paese. Il presidente serbo Aleksandar Vucic ha invece le idee molto più chiare, visto che ha definito l’idea «vergognosa», «senza senso» e «anti-europea», perché spingerebbe molti giovani a cercare di ottenere il vaccino prima degli anziani. 

La proposta del 17 marzo dovrà bilanciare sicurezza e diritti, provando a mettere d’accordo posizioni differenti. L’unica certezza, al momento, è che il passaporto vaccinale europeo non avrà una gestazione facile.

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