Il suono delle cittàDa fondo del barattolo a canto degli uccelli

Come la pandemia ci ha portati a riflettere meglio su aspetti gastronomici che avevamo relegato in ultimissima fila e a far emergere storie dimenticate e reinventare vecchie abitudini

Ci sarebbe lʼarcinota storiella del bicchiere mezzo pieno (o mezzo vuoto). E se volessimo provare a usarla per parlare di questa pandemia, da cui siamo continuamente costretti a rimandare lʼuscita, in considerazione delle notizie che si rincorrono, e che rincorrendosi ci costringono a fare i conti con un futuro che si fa sempre più futuro e con cui non riusciamo ad accorciare le distanze, potremmo trovare uno sguardo sul presente di sicuro – diciamo così – stimolante. Me lo suggerisce indirettamente un estratto del libro “Birdsong in a Time of Silence” di Steven Lovatt pubblicato nei giorni scorsi da The Guardian, in cui si nota come il lockdown (ormai i lockdown, al plurale) abbia rovesciato percezioni e attenzioni: prima le città erano il regno di un rumore di fondo in cui si univano traffico e umanità chiassosa, improvvisamente sono diventate una melodia mista che intrecciava silenzio e canto degli uccelli. Nello specifico: «Finalmente la Terra ha potuto ascoltarsi pensare, e la voce del suo pensiero era il canto degli uccelli».

Tutto ciò per dire che anche nella scrittura in generale è un poʼ successa questa cosa, e ancora di più mi pare che sia successa nella scrittura gastronomica. Il rumore di fondo, il vociare solito a cui tanto eravamo abituati, è scomparso quasi di colpo, lasciando spazio a un pensare diverso. Tradotto: eliminato il suono a volte assordante di nuove aperture, stelle, chef da copertina e paillettes varie e assortite, generato – bisogna dirlo – anche dallʼiperattivismo di uffici stampa tra comunicati e pranzi/cene dedicati ai giornalisti, sono emersi temi che stagnavano sul fondo del barattolo della discussione gastronomica, e che improvvisamente ci siamo accorti che erano la cosa più importante, come il canto degli uccelli. Mangiare a casa ha configurato un nuovo rapporto con la cucina, è venuta a galla lʼinsostenibilità del sistema ristorativo, e si sono sentite distintamente le urla per i diritti dei lavoratori del cibo.

Gli articoli condivisi qui di seguito in parte sono il risultato di questo nuovo ascolto, di questo pensare meno disturbato dal chiacchiericcio generale. Il bicchiere mezzo pieno, appunto.

Learning To Love my Microwave – New Yorker, 3 marzo

Helen Rosner, penna di punta della celebre rivista per i temi gastronomici, scrive del suo rapporto con il forno microonde.

A No-Recipe Recipe Manifesto – The New York Times Review, 3 marzo

Sam Sifton sul cucinare senza doversi ingabbiare nella sequenza certosina e ansiogena della ricetta. Con una ricetta-non ricetta a corredo.

Was Cast Iron Almost Canceled? – Taste, 2 marzo

Le padelle di ghisa erano quasi scomparse dalle nostre cucine, eppure i cuochi le amano, e ora sono tornate alla ribalta. Ne scrive Priya Krishna.

Come si vive sulle Alpi, a 30 anni, da pastora nomade – Munchies, 1 marzo

A proposito di ritorno alla natura e isolamento, qui Lodovica Bo racconta la storia di Roberta Colombero, professione margara nella provincia cuneese.

We Graduated Culinary School. Now What? – GrubStreet, 2 marzo

Rachel Sugar scrive degli studenti che si sono diplomati presso le scuole culinarie e che adesso devono fare i conti con unʼindustria della ristorazione in crisi e in fase di profondo ripensamento.

Food was my life — until a heart attack at 41 almost killed me – The Washington Post, 3 marzo

Il difficile rapporto col cibo di chi dedica la sua vita al cibo, nella testimonianza di Rob Petrone.

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