«Rompighiaccio»Letta spiega perché nel Pd servono due capigruppo donne

«Quando io sono arrivato, erano tutti uomini. Undici uomini su undici persone», dice al Corriere. In questi giorni, «ho dovuto combattere contro le critiche di maschi, bianchi, cinquantenni che mi dicevano: “Due donne pur che sia? Vanno scelte in base alle competenze”»

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Debora Serracchiani è la nuova capogruppo del Pd alla Camera: ha prevalso su Marianna Madia, non senza screzi e polemiche nel partito. E così dopo la nomina di Simona Malpezzi a Palazzo Madama, come richiesto dal neo segretario Enrico Letta, ora i Dem hanno due donne alla guida dei gruppi parlamentari.

«La situazione del Partito democratico che ho trovato è incrostata di un maschilismo e per romperlo c’è bisogno di gesti forti»: così Letta spiega al Corriere la sua scelta. «Io faccio il rompighiaccio».

Secondo Letta, «c’era bisogno che entrambi i capigruppo fossero donne». Perché «la prima linea del Pd finora è stata composta da uomini (il segretario, i ministri, i Presidenti di Regione, i capigruppo). Queste sono le persone che si vedono e che fanno il Pd. Quando io sono arrivato, erano tutti uomini. Undici uomini su undici persone. Quando sono stato raggiunto da varie telefonate a Parigi e mi hanno chiesto di tornare a fare il segretario del Pd, io ho detto: “No, io sto facendo altro, c’è bisogno che scegliate una donna. C’è bisogno che facciate un gesto di rottura”. Alla fine, poi, sono arrivato io, ma mi sono detto: “Undici figure maschili non va bene, bisogna cambiare e intanto mettiamo almeno due donne su undici”. E aggiungo un’altra cifra importante: gli ultimi tre congressi del Pd hanno avuto ciascuno tre candidati alla segreteria. Nove persone, tutti maschi».

In questi giorni, continua Letta, «ho dovuto combattere contro le critiche di maschi, bianchi, cinquantenni che mi dicevano: “Due donne pur che sia? Vanno scelte in base alle competenze”. Questo è assolutamente giusto. Peccato che nessuno faccia il discorso “due uomini pur che sia”. Quando si tratta di andare su due uomini vai sull’automatico. Naturalmente quello che ho fatto è solo il primo passo».

Con l’inchiesta di Dataroom, il Corriere ha mostrato come i partiti, pur candidando il 40% donne, adottano trucchi per favorire i maschi. Letta promette: «Se toccherà a me organizzare le liste del Pd per le prossime elezioni, e se la legge elettorale resterà questa, io mi faccio garante del non utilizzo di questi giochini che sono un modo per aggirare la legge, proprio per arrivare a un obiettivo che ritengo sacrosanto, quello di garantire la parità e promuovere la presenza delle donne».

Certo, ammette il segretario, «le quote rosa sono una soluzione brutta, ma chi le contesta, mi deve dire qual è l’alternativa. Io vorrei che il Paese discutesse di questo. L’Italia è un Paese tutto al maschile. La questione chiave è quella dei vertici. Quando si arriva a competere per una posizione apicale, c’è sempre un uomo. Non è questione soltanto di politica».

E aggiunge: «Una vera parità ai vertici è possibile se cresce un universo di persone di sesso femminile che stanno già vicine a quelle responsabilità. È per questo che chi critica le quote rosa nei consigli di amministrazione (introdotte con la legge Golfo-Mosca nel 2012, ndr) sbaglia. Prima di quella legge, le donne che facevano parte dei cda erano una, due per cda e normalmente erano la figlia o la moglie del presidente dell’impresa. Invece oggi nel nostro Paese si è creato un grande insieme di donne che facendo esperienza sono in grado di diventare amministratori delegati e presidenti delle stesse imprese. Prima di quella legge non era possibile. Quindi tutta l’ironia che si fa sulle quote rosa è tipica del benaltrismo italiano che io non condivido. Io sono per dire: bisogna fare una cosa, non è bella, però è l’unica soluzione? Allora la si fa perché l’obiettivo è quello di far sì che il nostro Paese abbia il 50% di rettori donne, che un giorno il Corriere della Sera sia diretto da una donna, che ci sia la possibilità che anche il prossimo presidente della Repubblica possa essere una donna».

Sulla scelta tra Serracchiani e Madia, intanto, è scoppiato un putiferio nel Pd. «La politica è fatta di contrapposizioni e di competizioni», dice Letta. «In un grande partito come il nostro, non tutti sono uguali e non tutti la pensano come il segretario. Quindi sono assolutamente legittime le aree culturali, le differenze di pensiero ed è anche legittimo che si organizzino. Quello che io trovo sbagliato è che questo finisca per sclerotizzarsi, in un’organizzazione eccessivamente dominata dalle correnti che occupano tutti gli spazi della vita di un partito».

Poi, oltre alle quote, bisognerà lavorare pure sulle competenze dei politici. «Sono totalmente d’accordo sul fatto che la selezione della classe dirigente sia un problema», dice Letta. «È un obiettivo su cui sto già lavorando e lavorerò per far sì che la competenza venga premiata e che ci sia una buona sintesi tra la competenza e la rappresentatività, che però è sempre difficile da raggiungere. Perché il Parlamento non può essere un Parlamento tutto composto esclusivamente da professori universitari. La politica è fatta di rappresentatività, rapporti con i territori, e per questo i partiti politici sono importanti, perché selezionano la classe dirigente, proponendo delle candidature agli elettori. Bene, se il partito questa selezione non la fa e propone semplicemente sulla base di chi sgomita o sulla base di chi fa più tessere…».

Il segretario ricorda di aver proposta nella «relazione di candidatura due settimane fa di far nascere le università democratiche, un luogo dove si fa formazione e da dove escono persone che le cose essenziali le sanno. Poi in tutto questo c’è anche la grande responsabilità politica di chi guida, che deve premiare il talento e non le appartenenze correntizie». Ma senza liste bloccate: «Sono da sempre per l’introduzione di meccanismi che diano al cittadino la possibilità di scelta».

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