AutolesionismiLa destra deve decidere se vincere a Roma o regolare i conti tra Meloni e Salvini

Lega e Forza Italia fanno asse per depotenziare la concorrenza della presidente di Fratelli d’Italia. Un successo romano, anche per interposta persona, la renderebbe al tempo stesso indispensabile e pericolosa. Unica leader d’opposizione e pure castigamatti dell’intesa Pd-M5S sarebbe troppo, soprattutto per il Capitano

LaPresse

Magari la sinistra l’ha presa un po’ alla lontana – le elezioni romane sono fra otto mesi e già sull’asse giallo-rosso c’è la gara a scavalco dei candidati – ma la destra parte addirittura più lunga, dovendo ancora decidere se nella Capitale giocherà per vincere o solo per regolare i conti tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

La partita si è riaperta dopo l’insediamento del governo Draghi: prima, sembravano tutti d’accordo sulla primogenitura di Fratelli d’Italia nella nomination e sulla necessità di indicare un esterno (individuato nel presidente del Credito Sportivo Andrea Abodi); dopo, la Lega ha cambiato idea ed è tornata al vecchio progetto di Guido Bertolaso sindaco, trovando l’ovvio sostegno di Silvio Berlusconi (ma non del diretto interessato).  

L’autolesionismo del centrodestra nella Capitale è storicamente secondo solo a quello del Pd. Nell’ultima campagna elettorale, quella del 2016, i tre soci riuscirono a nominare di comune intesa Bertolaso e a rimangiarsi l’accordo alla vigilia della presentazione delle liste elettorali, finendo per scaricarlo del tutto e andare alle urne divisi tra l’asse FI-FdI (a sostegno di una riluttante Meloni, che stava per avere la sua bambina) e Forza Italia (che si prese Alfio Marchini).

Risultato: entrambi mancarono il ballottaggio, che con la somma delle forze avrebbero ottenuto con facilità, e finirono per fare da spettatori al duello finale tra Virginia Raggi e Roberto Giachetti.  

Lo schema rischia di ripetersi in questo 2021, anche se rovesciato nelle alleanze interne. Adesso sono Lega e Forza Italia a fare asse per depotenziare la concorrenza di Giorgia Meloni, la signora che da ruota di scorta si è trasformata in protagonista emergente del ménage à trois del centrodestra.

Un successo romano, anche per interposta persona, la renderebbe al tempo stesso più indispensabile e più pericolosa, soprattutto per il Capitano: unica leader d’opposizione e pure castigamatti dell’intesa Pd-M5S nella Capitale, ecco, questo non si potrebbe davvero sopportare.  

Dall’altro lato, quello di Giorgia Meloni, umiliare elettoralmente Salvini in città sarebbe una soddisfazione anche personale. Il Capitano ha fatto shopping per anni nelle file di Fratelli d’Italia, prendendosi sindaci, dirigenti cittadini, interi gruppi municipali (vedi Ostia). Alle Europee ha surclassato Fdi col 25,8 per cento (contro l’8,7) e solo l’epidemia ha fermato l’annunciata campagna 2020 che prevedeva comizi a tappeto in ogni singolo quartiere.

Rimettere la Lega al posto suo – cioè al Nord, a competere per i capoluoghi della sua Padania – è il sogno proibito della destra romana, e il modo migliore per farlo è intestarsi in via diretta il concorrente al titolo di sindaco, chiunque sia, e portarlo al ballottaggio (preferibilmente contro la sinistra).   

Il conflitto di questi giorni sul candidato da scegliere per Roma è tutto qui. E che sia una guerra di posizionamento interno lo dimostra la scarsa concretezza delle proposte messe in campo nelle ultime settimane.

FdI ha indicato una personalità (Abodi) che non ha mai sciolto la riserva, né lo farà nell’immediato futuro. Lega e FI hanno tirato fuori dal cilindro il solito Bertolaso, senza curarsi neppure del suo assenso, piuttosto improbabile dopo la fregatura del 2016: e infatti, ieri, l’ex-capo della Protezione Civile ha declinato l’offerta con parole sferzanti: «Sono in Lombardia, sto facendo il vaccinatore, mi pare che basti e avanzi. Per il resto ho già dato». 

È presto, insomma, per dire se il centrodestra a Roma giocherà per vincere individuando un nome forte, garantito dal sostegno collettivo, o soltanto per stabilire nuove gerarchie interne, secondo lo stile di questi tempi nuovi che affida le rese dei conti interne alle urne anziché ai congressi o alle assemblee programmatiche.

Ed è possibile che la fatal decisione sarà, anche stavolta, una scelta dell’ultimo minuto: quando, visti i sondaggi del primo semestre Draghi, tratte le conseguenze per le future fortune dei tre partner, si deciderà se conviene usare Roma per rianimare la coalizione con una campagna unitaria o per stabilire chi comanda fra i soci.   

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter