Tutti a casa Scuole chiuse, didattica a distanza e la ricerca della felicità in un codice ateco

Nell’italica e millenaria tradizione del cavillo, nei gruppi Facebook di riferimento salta fuori un documento del Ministero dell’Istruzione che inizia con «Carissimi», continua con le eccezioni per richiedere la scuola in presenza per la prole e finisce con la scrivente che ordina su Amazon tonnellate di vetro cavo, qualunque cosa esso sia

Scuola, casa, famiglia
volodymyr-hryshchenko, Unsplash

Mi metto a scrivere e per prima cosa penso oddio ma io questo articolo l’ho scritto esattamente un anno fa, che brutta figura, che brutte intenzioni, che maleducazione, ma poi penso anche che certamente saranno cambiate le cose dopo un anno, sono salva, la mia reputazione è salva, che serenità che sento addosso.  

E invece. 

Dall’oggi al domani siamo ancora qui, a disegnare campane sul parquet con lo scotch di carta, parquet non di proprietà oltretutto, e a silenziare le notifiche della chat di classe. Dall’oggi al domani hanno deciso che le scuole andavano chiuse, a parte i nidi, la cui logica ancor mi sfugge, e mi sfugge anche a chi dovrei chiederne conto. Alla Regione? Al sindaco? A Mario Draghi? Al ministro dell’Istruzione? Ad Amadeus?

Torniamo sempre lì, una maledizione che andrebbe spezzata, ma che ci piace tanto tanto tanto. Apro Facebook, una timeline di gruppi di mamme milanesi esplosa col coltello tra i denti e connessione internet illimitata, tutti a condividere foto di Madame con i banchi a rotelle, la descrizione di un attimo fuggente piuttosto sciatta. Date una carezza a Madame e ditele che è la carezza delle mamme barricadere, tieni Madame, ecco i miei voti e i miei soldi e i miei figli.

A proposito. Ricevuta la notizia della chiusura, una mamma ha pensato che sarebbe stata cosa buona e giusta andare nell’ufficio di Fontana e mollargli la creatura. Centinaia di mamme ad accodarsi che sì, molliamo le creature a Fontana, internazionalismo e rivoluzione e scuole aperte, adesso vediamo se riesci a fare le cose che fanno le donne, ma all’indietro e con i tacchi a spillo come Ginger Rogers caro il mio presidente Fontana. Non so come sia andata a finire, ma voglio crederci. 

L’ultimo giorno di scuola mio figlio è tornato a casa con il plico di tutti i lavoretti fatti, plico generalmente consegnato a fine anno. Volevo buttarmi dal balcone con il cuore piccolo piccolo e il plico in mano, che mamma dolente, ma che figlio genio, disegna come Caravaggio.

Poi, dal niente, la svolta.
I codici ateco.

Qualunque cosa essi siano, nell’italica e millenaria tradizione del cavillo, nel mio gruppo Facebook di riferimento salta fuori questo documento del Ministero dell’Istruzione che inizia con «Carissimi». Mi ritrovo interdetta, rifiuto l’offerta e vado avanti. Capisco poco, me lo faccio spiegare, e pare che se il tuo lavoro corrisponde a un determinato codice ateco tu possa richiedere la scuola in presenza per la prole. Ero rimasta che la richiesta potevano farla solo i figli di personale sanitario e forze dell’ordine (oltre alle famiglie con bambini portatori di disabilità), ma stando al documento anche i figli di chi produce vetro cavo ne hanno diritto.

Che cos’è questo vetro cavo, perché è così importante, il vetro cavo sicuramente può salvarmi la vita e non lo sapevo, ci sarà su Amazon? Devo ordinare subito del vetro cavo. Tonnellate di vetro cavo. I figli di medici e poliziotti hanno più diritti del mio, quindi? È giusto? La scuola non dovrebbe essere un diritto universale? Siamo attrezzati per una lotta di classe? Non so rispondere, non è che si può sempre avere un’opinione su tutto in mezzo a una pandemia.

Ovviamente non credo nemmeno per un secondo a questa geniale ipotesi ateco, e se è vero che non è cambiato niente da un anno a questa parte, è pur vero che sono cambiata io. Mi sono arresa, e che liberazione. Sono saltati i tracciamenti, chiudendo le scuole hanno rotto le “bolle” delle classi, sono passata davanti al parco e c’erano centinaia di bambini genitori e nonni nelle aree gioco chiuse (si sa, non abbiamo abbastanza forze dell’ordine qua a Gotham City), ed era una festa, ma era anche una tentata strage. Io mi sono arresa, loro no, loro non hanno paura di niente mentre io ho paura di tutto, e apro ancora le porte coi gomiti.

Dire dalla sera per la mattina che le scuole chiudono è un danno, e «chi ha subito un danno è pericoloso perché sa di poter sopravvivere», ce lo insegna Juliette Binoche in un bruttissimo film, e chi siamo noi per dire che non è vero. Dalla sera per la mattina c’è da trovare una babysitter, o chiamare madri e suocere (pensatela con degli asterischi), prendere ferie, non lavorare, e con quali soldi si paga la tata (so di suocere che si fanno pagare, ma non mi sembra il momento) e ci sono persone che non possono (tutti) e che non dovrebbero essere costrette a farlo. Il modo in cui facciamo le cose ci qualifica, e chiudere le scuole così qualifica chi lo ha deciso. E chissà a che codice ateco corrisponde essere genitori. 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter