I draghiani di destraToti e Brugnaro fanno ciò che avrebbero dovuto fare Renzi e Calenda (in attesa di Carfagna)

Il presidente della Liguria e il sindaco di Venezia hanno creato “Coraggio Italia” per tenere il centro facendosi espressione parlamentare della politica di Mario Draghi. E in una partita a scacchi come quella del Quirinale la postazione centrista può essere strategica

LaPresse

Dice Mara Carfagna che «i vertici di Forza Italia non capiscono che bisogna riaprire il dibattito interno se non vogliamo che a questa si aggiungano altre scissioni», e lo dice con il suo tono tranquillo che apparentemente smorza la portata del concetto espresso. Ma il senso è chiaro: o capiscono che così non va o Forza Italia non regge. La scissione avviata da Giovanni Toti e Luigi Brugnaro (“Coraggio Italia”) per Carfagna è un fatto negativo: ma ne parla come se si trattasse di un fatto inevitabile, addirittura come il prodromo di qualcosa di più importante ancora.

È certo troppo presto per dire se la slavina diventerà valanga. Per ora “Coraggio Italia” fa gruppo solo alla Camera (il capogruppo sarà il veneto Marco Marin), con 24 deputati (12 da Forza Italia, e tra gli altri 4 ex grillini), però presto potrebbe ripetere l’operazione a palazzo Madama, dove per ora conta solo su 7 senatori. Tuttavia come minimo siamo di fronte a una novità parlamentare. Nasce infatti qualcosa al centro dell’emiciclo, quel centro da cui nei momenti decisivi tutto passa, come una frontiera tra due Stati rivali. Ed è ovvio che in una partita a scacchi come quella del Quirinale la postazione centrista può essere strategica in qualunque schema di gioco. 

Doveva essere questa l’ambizione di Italia viva e Azione, a quanto almeno si era capito, cioè tenere il centro facendosi espressione parlamentare della politica draghiana, e in questo quadro provare ad aggregare parlamentari di varia estrazione. Da questo punto di vista, l’operazione di Toti e Brugnaro potrebbe risultare tatticamente importante, poi starà a loro fare il gioco giusto per saldarsi con altre forze, a partire appunto dai renziani la cui linea resta dal punto di vista strategico, cioè di medio periodo, imperscrutabile. 

Ma anche se nulla succederà di organico, resta il fatto che questo Parlamento risulta sempre più sfilacciato, più un formicaio impazzito che una istituzione solida e rappresentativa degli italiani, ed è proprio questo Parlamento impazzito che dovrà eleggere il successore di Sergio Mattarella (forse lo stesso Sergio Mattarella) e al tempo stesso garantire la navigazione del governo.

In ogni caso si può considerare acquisito il fatto che con l’uscita di 12 parlamentari la formazione guidata da Antonio Tajani prende un bel cazzotto nell’occhio, peraltro esponendosi ancora alla battaglia rinnovatrice di Carfagna. Tanto più che il sommovimento di “Coraggio Italia” in modo indiretto aiuta la posizione draghiana degli altri due ministri azzurri, Mariastella Gelmini e Renato Brunetta, che nel governo si stanno caratterizzando, a sentire palazzo Chigi, come fra i più solerti ed efficaci della compagine governativa.

Gelmini, apprezzatissima dai colleghi del Partito democrativo, è da qualche tempo in odore di eresia. Sono noti i contrasti con la ex collega capogruppo Annamaria Bernini e il poco feeling con Tajani e Licia Ronzulli, la coppia forte che dirige il partito. Tanto che ieri la ministra ha dovuto smentire di essere in qualche modo dietro l’iniziativa di Toti-Brugnaro: sai quelle smentite dovute? Ecco. 

Ma il punto non è il giudizio sul governo Draghi, che comunque da oggi alla Camera acquisisce un nuovo gruppo ancora più fedele, perché la questione di fondo resta la collocazione degli azzurri in un centrodestra a trazione salviniana (o anche meloniana: è rapidamente svanita l’ipotesi di una Meloni più centrista rispetto alla Lega, idea qualche mese fa considerata persino ad Arcore): insomma il combinato disposto scissione Toti-Brugnaro e istanze carfagniane segnalano la crisi della leadership di un nervoso Tajani sempre più schiacciato dal duo Meloni-Salvini (e vedremo come finirà la penosa discussione sulle candidature a sindaco nelle grandi città ove si voterà a ottobre, un appuntamento dove per Matteo e Giorgia può trasformarsi in una Caporetto, visto che al momento il centrodestra è competitivo solo a Napoli.

Da quello che si capisce, Silvio Berlusconi non sembra in grado di governare la barca in tempesta: ed è la prima volta da quasi trent’anni che questo avviene. Quando Mara Carfagna era sospettata di volersene andare – anche allora c’era Toti di mezzo – Berlusconi fece fuoco e fiamme come sa fare lui, tempestando di telefonate mezzo mondo, convocando riunioni a casa sua, blandendo, offrendo, minacciando. 

Come sempre ha fatto nella sua vita imprenditoriale e politica. Ma davvero non sta bene, adesso, non ha l’energia e forse non ha più la voglia e la combattività necessaria per stroncare velleità scissionistiche o anche solo posizionamenti diversi. È molto fastidioso accostare i movimenti dentro Forza Italia al cattivo stato di salute di Berlusconi, e però se dall’oggi al domani se ne vanno 12 parlamentari c’è evidentemente un centro di comando che non comanda più. E questo espone Forza Italia a tutti i venti che soffiano sul mare della politica italiana.

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