La ricchezza è ancora tabùLa svolta massimalista del Pd non aiuterà a unire l’Italia durante la ripresa

La sinistra dovrebbe creare opportunità, non demonizzare chi vuole aumentare il proprio patrimonio: più che sussidi o “doti” servono borse di studio, meno tasse universitarie e più laboratori, affitti meno cari, agevolazioni per esperienze di lavoro all’estero

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L’Italia, come si sa, ha la straordinaria opportunità di spendere quasi 250 miliardi di euro. Dove spenderli e come spenderli è già delineato nel Piano di resistenza e resilienza del governo Draghi approvato dal Parlamento. Il che non esclude che via via, se il Paese comincerà presto a crescere, si possano mettere in campo nuove ricchezze e implementare interventi specifici.

Un grande partito riformista pertanto dovrebbe guardare con una certa fiducia al futuro e soprattutto darsi la missione di suscitare nella società un movimento positivo, una tendenza concreta, solidale, ottimistica e realizzatrice sapendo che a questo punto, dopo aver vinto la guerra al Covid, gli italiani avranno fame di lavorare e produrre e, diciamo la parola, arricchirsi.

Ma perché deve essere un tabù, questa parola? La usò persino un bolscevico come Nicolaj Bucharin che nel lontanissimo 1925 ai contadini i disse proprio così: «Arricchitevi, accumulate, sviluppate le vostre aziende, soltanto degli idioti possono dire che da noi deve sempre esistere la povertà».

Non siamo ridotti come l’Unione sovietica dopo lo guerra civile perché siamo un Paese ricco ma è incontestabile che la pandemia abbia acuito le disuguaglianze. E però senza un fortissimo impulso alla crescita e senza uno sforzo unitario della Nazione, come si pensa si affrontare il problema? Ecco perché l’obiettivo di toccare la ricchezza invece che creare le condizioni per uscire dalla povertà – per parafrasare un concetto di Olaf Palme – appare più che altro propagandistico. La sinistra non deve dividere, impaurire, minacciare.

La strada non è quella di Padoa-Schioppa o di Monti. La sinistra deve far sognare concretamente – non è un ossimoro – deve cioè fornire ai giovani la possibilità reale di star meglio: più che sussidi o “doti” qui servono borse di studio, meno tasse scolastiche e universitarie, più laboratori, affitti meno cari, agevolazioni per esperienze di lavoro all’estero, mense, sconti sulla cultura e i trasporti e chi più ne ha più ne metta. Altro che 10mila euro cash.

Invece il Partito democratico “radicale” di Enrico Letta sembra voler aizzare chi ha di meno contro chi ha di più in una versione un po’ banalotta della lotta di classe, quando invece il problema è quello di uno Stato capace di aiutare in ogni modo tutti gli italiani a creare ricchezza: non c’è nessun “Robin Letta” che possa pensare di togliere ai ricchi per dare ai poveri. E non è con un recupero di un tardo massimalismo che il Partito democratico può pensare di unire il Paese attorno a un serio piano di rinascita nazionale.

Massimalismo, il male che ha afflitto la sinistra a più riprese e che Palmiro Togliatti definì così: «Una forma singolare della disperazione politica. Consegue, infatti, allo stato d’animo di colui che non trova uscita alla situazione (…) Non è una soluzione pensata, dunque, ma soltanto immaginata, e la proposta che se ne fa ha valore come gesto, non come atto efficace; è una manifestazione di insofferenza, degna di attenzione, ma scarsamente feconda di risultati».

Lo scivolamento del gruppo dirigente del Partito democratico verso una nuova forma di massimalismo (sembra questa l’anima che Letta associa a un “cacciavite” incongruo con quella) rischia di essere una pezza a colori su un persistente problema strategico, che è quello di una non risolta messa a fuoco del rapporto con Mario Draghi la cui linea invece appare improntata ad un sano, classico riformismo delle cose possibili dentro un progetto di crescita del Paese.

Come scrive il giurista cattolico Marco Olivetti, «almeno per ora il Partito democratico di Letta è una proposta di sinistra-sinistra (non più di centrosinistra come ai tempi di Prodi) che marca il territorio e non ha alcun interesse verso aree politico-culturali più di frontiera».

Un Partito democratico “grande-LeU”, insomma, più bersaniano di quando Bersani guidava lo stesso Partito democratico, che ipotizza di far suo quell’estremismo (incolto) che connotava un Movimento cinque stelle oggi politicamente desaparecido e per questa via costruire una inedita gauche à l’italienne.

Ma sarebbe in grado, una forza così, di suscitare un grande moto di iniziativa dei lavoratori, delle imprese, dello Stato per una reale rinascita del Paese? O non sarebbe invece il solito presidio di massa ma minoritario e subalterno a una destra che non sembra minimamente scalfita dallo zingarettismo-lettismo?

Ecco il bivio che si para di fronte a Enrico Letta: testimoniare ragioni frantumate o costruire un grande disegno unitario e nazionale. L’eterna alternativa che dilania il Partito democratico dalla sua fondazione, 14 anni dopo.

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